Signori, l’Italia ce l’ha fatta a prendere una decisione. Ma ancora non è riuscita a prendere una vera posizione. Chi scrive questo articolo aveva in precedenza riportato la notizia che vedeva al centro le polemiche il presunto annullamento del concerto di Kanye West in Italia, previsto per il 18 luglio all’Rcf Arena di Reggio Emilia, in occasione del Pulse of Gaia Festival (ex Hellwatt Festival).
E alla fine YE non suonerà a Reggio Emilia. Ma non c’è niente da festeggiare, perché la domanda scomoda resta ancora la stessa che avevamo posto nell’articolo precedente.
La decisione è arrivata dopo settimane di polemiche e proteste. Ufficialmente, la motivazione è legata alla sicurezza: troppa concentrazione di pubblico potrebbe causare criticità organizzative che potrebbero comportare enormi rischi.
Ma questa è solo una motivazione formale. Perché la domanda che aleggiava attorno a questo evento non è mai stata soltanto logistica. E continua a essere una domanda scomoda anche adesso che il concerto non si farà più, soprattutto a fronte delle polemiche di chi sta protestando la decisione.
Per settimane ci siamo raccontati che il problema fosse complesso e che bisognasse valutare e contestualizzare. Nel frattempo, però, si parlava di un artista che negli ultimi anni ha trasformato provocazioni antisemite ed elogi ai nazisti in dichiarazioni deliranti che hanno creato parte del suo immaginario e della sua esposizione pubblica.
Contestualmente è stato cancellato anche il concerto di Travis Scott previsto per il giorno prima e con le stesse ragioni: motivi di sicurezza legati a grandi eventi. Associare i due concerti legandoli alla stessa motivazione di annullamento, delinea ancor di più il solito tratto italiano: l’incapacità di prendersi una responsabilità culturale.
La vera ipocrisia italiana è ancora qui: ufficialmente vengono cancellati due concerti per ragioni di sicurezza e capienza ma, inutile girarci intorno, l'intera vicenda nasce attorno a Kanye West e alle sue dichiarazioni antisemite con annesse polemiche che lo seguono da anni. Peccato che nel comunicato della Prefettura di Reggio Emilia, non figura la parola “antisemita”.
Così si evita di prendere una posizione netta. Non si dice che un artista viene respinto per ciò che rappresenta, si lascia che sia l'ordine pubblico a fare il lavoro sporco della politica. E sì, anche se la procedura nasce dalle richieste del Codacons e della Comunità ebraica contro il concerto di West, alla fine ciò che viene riportato principalmente è un discorso legato ai numeri e alla gestione delle folle.
Tutto legittimo, per carità. Ma resta la sensazione che ancora una volta si sia preferito nascondere una scelta culturale dietro una motivazione tecnica. Come se il problema non fosse ciò che Kanye West ha detto e rappresentato negli ultimi anni, ma semplicemente il numero di persone che sarebbero entrate in un’arena. Questa motivazione protegge tutti. Protegge la politica, che non deve assumersi il peso di una scelta impopolare. Protegge le istituzioni, che possono rifugiarsi nella neutralità della burocrazia. E protegge perfino il dibattito pubblico, che evita di confrontarsi con la domanda più scomoda, ossia: se certi valori sono davvero non negoziabili, perché troviamo sempre un modo per non dirlo esplicitamente?
E allora non ci serve gioire dell’annullamento del concerto di chi ha fatto del linguaggio dell’odio la sua cifra stilistica negli ultimi anni. L’azione è efficace solo se denota una presa di coscienza reale e il coraggio di assumersi la responsabilità di un’idea.
Perché quando si tratta di principi, il nostro Paese sembra avere sempre il piede sul freno e ci si ritrova perfino a discutere sulla possibilità di far esibire un artista internazionale che elogia Hitler. Salvo poi decidere dopo mesi di esitazione di annullare l’evento, per poi giustificare la decisione con una banale motivazione legata alla logistica.
Alla fine il concerto non si farà. Ma non perché qualcuno abbia avuto il coraggio di affermare con chiarezza che certi messaggi non meritano un palco. No, anche stavolta non siamo riusciti a tracciare una linea culturale che ci permetta di essere guardati dal resto del mondo come un Paese che ha le palle. Neanche stavolta che l’occasione era dalla nostra parte. Sarà per la prossima.
Inoltre da mesi il dibattito pubblico è ossessionato dalle prese di posizione degli artisti. Artisti e personaggi dello spettacolo vengono continuamente invitati a tacere oppure accusati di esporsi troppo. C’è chi considera imbarazzante che un artista si schieri in favore degli oppressi (vedi De Gregori) e chi sostiene che la cultura debba restare neutrale, come se arte e politica vivano in compartimenti stagni.
Poi però scopriamo che la cultura non è affatto neutrale. La neutralità culturale esiste solo finché non siamo costretti a fare una scelta. Annullare il concerto di Kanye West è stata una scelta che è stata motivata con le solite frasi burocratiche all’italiana. In ambito burocrazia sappiamo essere i numeri uno.
La libertà di espressione resta un principio fondamentale, ma una società matura deve anche saper distinguere tra la tutela della libertà e la legittimazione dell’odio. E sì, anche le parole di una canzone o le dichiarazioni di un artista hanno un peso. Chi crede nel potere della parola non può negarlo.
L’annullamento del concerto chiude un capitolo organizzato, ma non chiude ancora il dibattito che lo ha accompagnato. E questa vicenda fa luce su un’ombra fastidiosa: all’Italia serve ancora arrivare all’emergenza prima di prendere una decisione di cui, alla fine, non ha davvero il coraggio di assumersi la responsabilità. Forse perché difendere i valori quando non costano nulla è facile, ma difenderli quando ci sono in ballo decine di migliaia di biglietti, sponsor, investimenti e interessi economici è molto più complicato. Peccato che è proprio lì che si misura la credibilità di un Paese, altrimenti resta solo demagogia.