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9 aprile 2026

Ma quanto ci mette l’Italia a vietare l’ingresso a Kanye West, che ha dichiarato di essere antisemita? O l’odio contro gli ebrei è un problema solo se va contro Israele?

  • di Marika Costarelli

9 aprile 2026

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio - e quindi di profondamente italiano - nella vicenda che sta esplodendo a Reggio Emilia: il concerto di Kanye West va ospitato? Soprattutto mentre il Senato ha appena dato il via libera al disegno di legge composto da cinque articoli che hanno lo scopo di lottare contro l’antisemitismo. Qualcosa non torna. Il Regno Unito ha già chiuso le porte al rapper, l’Italia ci pensa

foto di Ansa

Ma quanto ci mette l’Italia a vietare l’ingresso a Kanye West, che ha dichiarato di essere antisemita? O l’odio contro gli ebrei è un problema solo se va contro Israele?

Qui non c’entra essere “pro o contro” Israele. Ciò che sta accadendo in Medio Oriente è sotto gli occhi di tutti, anche di chi fa finta di non vedere o di chi prova a trovare delle giustificazioni. Non è il momento di sindacare su chi sbaglia e chi è nel giusto, ma è sicuramente il momento di capire come venirne a capo e la violenza non è di certo la risposta, neanche quella espressa da dichiarazioni verbali. E la cultura non gioca una partita parte, ha un ruolo attivo.
Qui si tratta di scoraggiare la principale causa di tutti i mali contemporanei: il pensiero polarizzato. Quello di chi trova sempre un nemico da combattere e lo fa sentendosi giustificato a rispondere con violenza alla violenza. Un circolo vizioso che si alimenta di tutto, musica compresa. Quindi la domanda è: vogliamo davvero accogliere un cantante che dichiara di amare i nazisti?
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio - e quindi di profondamente italiano - nella vicenda che sta esplodendo a Reggio Emilia. Soprattutto se si pensa che il Senato ha appena dato il via libera al disegno di legge composto da cinque articoli che hanno lo scopo di lottare contro l’antisemitismo. Qualcosa non torna.
Il concerto del rapper è previsto nel capoluogo emiliano per il prossimo 18 luglio.
E questo ha causato un dibattito: da una parte si alzano barricate morali contro ogni deriva antisemita, dall’altra si prepara il palco per uno degli artisti più controversi degli ultimi anni. Kanye West ha spesso dichiarato di amare i nazisti, con esternazioni antisemite e razziste, e perfino scrivendo una canzone intitolata Heil Hitler. E l’Italia che fa? Quando è il momento di ospitare un suo concerto, ci pensa ancora.
Nel Regno Unito la linea è stata netta: porta chiusa. Il governo guidato da Keir Starmer ha revocato il permesso d’ingresso al rapper, invitato al Wireless Festival di Londra, dopo le sue dichiarazioni antisemite. Fine della storia. Nessuna ambiguità, nessun “vediamo”. Un no politico prima ancora che culturale, rafforzato anche dalla posizione del sindaco di Londra Sadiq Khan.
Ma in Italia, si sa, storicamente si fatica a prendere posizione e ancora si discute.
Perché mentre Londra cancella, Reggio Emilia valuta. Mentre altrove si traccia una linea, qui si apre un dibattito. Il 18 luglio, all’RCF Arena Campovolo, Ye dovrebbe essere l’headliner dell’Helwatt Festival. Una settimana dopo la data londinese saltata. E già questo basterebbe a raccontare la storia: ciò che è inaccettabile lì, può diventare spettacolo qui.
La polemica è esplosa, com’era prevedibile. La CISL Emilia Centrale ha rilanciato una domanda che pesa più di qualsiasi lineup: lo showbiz conta più dei valori costituzionali?. Una domanda semplice, quasi brutale, che smonta tutta la retorica dell’intrattenimento neutrale e tutto il perbenismo della bandieruola tricolore che va dove tira il vento.
Perché è proprio questo il punto: la cultura può permettersi di essere neutrale?
L’ANPI aveva già preso posizione mesi fa. E oggi quella posizione torna attuale, quasi profetica. Quando si parla di antisemitismo, antifascismo o dignità umana, non esistono zone grigie. O almeno, così si dice. Poi però arriva il caso concreto. Arriva Kanye West che si scusa, che attribuisce tutto a un episodio legato al disturbo bipolare, che parla di pace e amore. E allora l’Italia tentenna e si interroga, prova a mediare. Propone confronti e percorsi di “redenzione pubblica”.

Kanye West
Kanye West durante un concerto

La sindacalista Rosamaria Papaleo lo mette nero su bianco: se davvero è cambiato, lo dimostri, incontrando la comunità ebraica ed esponendosi, facendo qualcosa di più di un comunicato.
Forse è una posizione ragionevole, ma anche il segno di un Paese che fatica a dire no, che fatica a tracciare confini quando serve, e se non si tratta di andare direttamente contro Israele, possiamo anche chiudere un occhio. Perché alla fine la domanda resta sospesa, ed è molto meno comoda di quanto sembri: se Londra chiude la porta per una questione di valori, perché Reggio Emilia dovrebbe aprirla in nome dello spettacolo? In nome dello spettacolo, esatto. Perché è facile nascondersi dietro al concetto di “libertà d’espressione”, ma la libertà non è anarchia e deve avere dei limiti che la regolino. Non si tratta di censurare, ma di non accogliere chi si fa simbolo di messaggi d’odio. Che poi West rimanga un grande rapper, questo non saremo di certo noi a metterlo in dubbio. Ma chi ci pensa al messaggio culturale che si porta dietro l’accoglienza di un determinato personaggio, con determinati pensieri?
Non è solo una questione di Kanye West, è una questione di coerenza.
L’Italia è lo stesso Paese che rivendica l’antifascismo come fondamento costituzionale, che giustamente si indigna per ogni rigurgito d’odio e non perde occasione per ribadire questi principi. Ma è anche il Paese che, quando quei principi incontrano il business, improvvisamente si trasformano in materia negoziabile.
E allora sì, la contraddizione è tutta qui: rifiutare gli antisemiti a parole, ma essere pronti ad applaudirli sul palco purché vendano abbastanza biglietti. E l’ipocrisia peggiore è quella che si cela dietro il pretesto della libertà d’espressione.
Ye salirà su quel palco? Temiamo di rispondere a questa domanda, perché questa accoglienza ci costerebbe, non solo l’ennesima etichetta, ma soprattutto un precedente importante che si porta dietro un messaggio chiaro: tutti sono ben accetti in Italia, a prescindere da cosa predichino. Un bellissimo messaggio di tolleranza, peccato che l’odio e la violenza non siano contemplabili nel concetto di libertà d’espressione, che non possano essere tollerabili, soprattutto nel periodo storico attuale: non ci si può voltare dall’altra parte proprio ora che i valori culturali sono in grave crisi. Ora che ogni parola, ogni gesto e ogni silenzio si portano dietro il peso di una responsabilità enorme. Ora che è vitale una rieducazione culturale, ospitare un antisemita dichiarato non è esattamente la mossa più funzionale affinché questo si verifichi. Ciò che meno ci occorre è accogliere chi si fa promotore di un pensiero polarizzato, di qualunque fazione esso faccia parte.
Viva la libertà d’espressione, sempre. L’odio e la violenza, però, non sono opinioni: sono un limite che una società civile deve avere il coraggio di tracciare.

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