Questa storia parla di un uomo morto in ospedale. O forse no, parla di molto altro. Parla di qualcosa di molto più macabro della morte di un uomo non identificato.
Siamo a Gela, in provincia di Caltanissetta. Un uomo viene soccorso mentre si trova in un rudere in periferia ma, una volta arrivato in ospedale, i medici registrano il decesso.
La Procura della Repubblica e le Forze di polizia avviano le indagini come da iter e chiedono la collaborazione delle testate locali per diffondere la foto dell’uomo, in modo che qualcuno possa riconoscerlo. Una metodologia legale, volta alla finalità di interesse pubblico, che in questo caso coincide con l’identificazione necessaria del corpo.
L’informazione e l’ambito giuridico si intrecciano, soprattutto quando sono in gioco i diritti fondamentali come la dignità della persona e il diritto di cronaca. Non è una novità. E non lo è neanche il fatto che le forze dell’ordine chiedano l’aiuto delle testate giornalistiche.
Diramare la foto del volto di un cadavere diviene un modo di agevolare le indagini. È funzionale a quel fine, qualcuno potrebbe dire, e non starebbe dicendo una falsità.
Oggi l’informazione si muove tanto sui social. Ed è proprio sui social che l’informazione mostra i suoi limiti: qui il confine tra giusto e legittimo non è mai così chiaro.
La foto dell’uomo deceduto, anzi - per essere più precisi - la foto del cadavere dell’uomo deceduto si diffonde su Facebook, divenendo dunque contenuto replicabile e che potrebbe essere utilizzato per qualsiasi finalità. Ma il punto non è solo questo.
Il punto è che la foto appare di per sé agghiacciante. Non per ciò che mostra, ma per ciò che rappresenta. Dal volto dell’uomo traspare un’ultima sofferenza: gli occhi chiusi e la bocca spalancata che disegna l’ultimo respiro. Indossa un cappello di lana nero e una tuta sportiva che si riesce a vedere nonostante si tratti di un primo piano. Ma nonostante questo l’uomo risulta inerme. Nudo. Denudato di ogni possibile dignità.
A tagliare in due chiunque si imbatta nella foto non è lo stupore di trovarsi di fronte a un cadavere, ma la sensazione che quello “scatto rubato” sia in realtà un furto dell’identità di una persona che non può più tentare di difenderla, che non ha più la facoltà di consentire o dissentire.
Non è un corpo morto che ci impressiona, anche perché siamo talmente anestetizzati da immagini di guerre e violenze di ogni genere che ormai siamo difficilmente impressionabili. A squarciare la coscienza è la violenza con la quale la foto si presenta. L’utilizzo della foto si colloca all’interno di un quadro di “funzionalità” freddo e privo di ogni riferimento morale e l’intenzione sembra voler dire: “Lo scopo è identificare l’uomo, quindi diramiamo la foto del cadavere”. Un assioma pragmatico all’inverosimile, svuotato di ogni qualsivoglia forma deontologica. Non esiste un filtro tra ciò che è funzionale e ciò che non contempla il rispetto. Ogni altro dettaglio che non sia legato all’utilità dell’atto, viene ignorato nella più totale mancanza di empatia. E se non esiste un’empatia, come si può pretendere di avere addirittura un’etica? Non c’è qualità senza struttura. Pertanto, ogni cosa si disperde nella banalità del male, come direbbe Hannah Arendt. E quando questo accade nel mondo dell’informazione diviene un fatto sociale tragico, responsabile di un precedente amorale pericoloso.
E nel frattempo, la semplificazione: la foto diffusa sui social dalle varie testate locali, ha ridotto l’uomo semplicemente ad un cadavere che va identificato. I familiari e i conoscenti devono sapere che hanno perso una persona cara, che magari stanno cercando di ritrovare da tempo. Ne hanno il diritto. Certo. Questo rimane insindacabile. Ma nessuno ha pensato al modo?
Sono i modi che definiscono le azioni e permettono di distinguere il “fattore umano”. Trascurando i modi, non siamo altro che animali. Non inteso come un’offesa, ma inteso ai fini della “funzionalità” con la quale gli animali vivono. La scienza prova che gli animali hanno sentimenti, ma che vivono perlopiù di istinti “finalizzati a”, come natura vuole. In questa specifica storia, cosa ci differenzia da questo loro aspetto?
È possibile che nessuno, tra autorità e addetti all’informazione, abbia pensato: “Fermiamoci, troviamo un altro modo”? Chiaramente questo avrebbe richiesto qualche ora di tempo in più e una soluzione “creativa” che riuscisse a passare per il tatto nei confronti, non solo di un uomo che non c’è più, ma anche nei confronti delle persone care che se lo ritroveranno ritratto così: morto. Con tutta la brutalità che questa parola può contenere. Senza nemmeno un alert che segnali il contenuto sensibile. Così, “buttato” lì nella homepage come una qualsiasi notizia di gossip. Parenti e amici della vittima lo vedrebbero lì, mischiato nel rumore confuso del flusso di informazioni. Magari mentre scrollano Facebook perché cercano di distrarsi dall’angoscia della sparizione. Ma è importante solo che loro sappiano? Chi si occuperà di loro quando dovranno fare i conti col trauma, non solo della morte di un caro, ma con la modalità con cui hanno appreso la tragedia?
La vera brutalità in questa triste storia non sta in ciò che è successo, ma in ciò che non è successo: un’esitazione che sarebbe stata decisiva e sacrosanta.
Inoltre, con le nuove tecnologie, ricostruire l’identikit digitale di una persona è un’azione alla portata di un bambino. Se c’è un lato positivo dentro l’immenso pericolo che l’Intelligenza Artificiale si porta con sé, è proprio la semplicità e la velocità con la quale esegue le azioni. Lei sì che agisce senza passare dall’etica, se non quella stabilita dai suoi creatori. La ricostruzione del volto da parte delle autorità sarebbe stata assolutamente possibile per evitare questa mancanza di rispetto che oltrepassa ogni possibile giustificazione. Il dissenso da parte delle testate giornalistiche era una possibilità assolutamente legittima. Nessuno li ha obbligati, per intenderci. La domanda sorge spontanea: cosa c’è in questo atto giornalistico? Più la voglia di essere utili alle autorità o più la voglia di ottenere un click facile all’articolo? Cosa prevale? Rimane legittimo chiederselo, ma la domanda rimane aperta. Non c’è accusa, c’è un invito alla riflessione che, mai come nel mestiere del giornalista, è necessaria.
Deve esserci un modo per trovare una soluzione senza immergersi nella disumanizzazione più bruta. Deve esserci un modo per spingerci a compiere azioni che ci permettano di identificarci nel termine “persona”. E se non c’è, la si inventa. Perché l’attuale situazione sociale ce lo grida forte e chiaro: non è più tempo di eseguire senza passare dalla sensibilità. Nel frattempo nessuno reagisce, se non con tiepide considerazioni di dissenso. Cos'altro si può fare?
L’urlo di Munch non urla più. È dimesso. Integrato nel quadro. Si confonde col caos della sofferenza che ha intorno. Da voce, è diventato sfondo.