Aprile si è aperto con un’invasione di uscite musicali. Gli artisti sono tornati a “mettersi l’elmetto” dopo la lunga ondata sanremese. Adesso è caccia al tormentone estivo, che potrebbe già essere uscito proprio lo scorso fine settimana.
Ma la musica non è solo hit e questo lo sa bene Rancore, che nell’ultimo release friday veste il ruolo del vero outsider che, fuori da ogni logica di mercato, si addentra nei più oscuri meandri dell’animo umano e lo fa con precisione chirurgica.
Il nuovo album Tarek da colorare lo vede ricercare un nuovo linguaggio che sia più affine alla realtà. Ascoltando le tracce del disco si ha l’impressione che Rancore dialoghi con il linguaggio.
Il singolo di lancio è stato Fanfole: “Ci rubano tutto, poi scappano. Adesso si meritano un testo che non c’è”. Tra le mitragliate di rime che il rapper butta giù in questo brano, questa è forse il cuore pulsante. Fanfole è uno sfottò, un modo per dire tutto senza dire nulla, ma per dire nulla dicendo tutto. Ascoltarla una volta non basta, un po’ come tutte le tracce di Rancore: serve un’analisi attenta per decifrarla. Rancore ci sputa addosso incastri d’élite, quartine in lingua araba e crossover di generi musicali differenti: giri di tool, tango, blues. È un caos affatto casuale che sbatte in faccia all’ascoltatore la realtà sociale attuale. Fanfole è uno specchio che pochi avranno il coraggio di guardare.
D’altronde chi ascolta Rancore non può aspettarsi altro che questo. Vent’anni di carriera e mai un accenno a voler attenuare quel rancore che è il gancio della sua ispirazione artistica.
Basta! è un grido esasperato, ma ben calibrato. È una lista spietata di tutto ciò di cui siamo saturi, di tutto ciò che è diventato la nostra realtà, ma dalla nostra reale realtà ci allontana. Rancore si fa voce di una sensazione comune, ma taciuta, forse per abitudine o rassegnazione. La rabbia di Rancore non è vomitata a caso. È lucida, reattiva e ha l’intento di dare uno schiaffo che desti l’ascoltatore, che fa sempre più fatica a soffermarsi, persino nell’ascolto dei suoi brani che richiedono uno stop necessario.
Se Fanfole è il teaser del disco, Basta! è il manifesto. Alle altre tracce non manca niente. Non c’è una parola fuori posto, non c’è una rima forzata o un concetto che possa apparire lontanamente inappropriato. In Fiori del male Rancore si rifà a Cecco Angiolieri, riprendendo la famosa poesia Si fossi foco e alla celebre Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo; il tutto con metriche incalzanti che si alternano al kick che scandisce il beat creando una tensione emotiva e si apre per accogliere la cassa dritta.
E ancora in Neminem la reference nel titolo e nel mood alla Rap God di Eminem.
La poesia che narra di un legame romantico e amaro con le proprie origini in Roma non può. Ma anche qui non manca quella tensione che Rancore vuole rimandare all’ascoltatore. Le produzioni si sposano perfettamente con l’attitudine del rapper. In Involucri la tensione sale ancora e raggiunge il suo picco massimo in Codex Seraphinianus. Dopo la falsa quiete, almeno in termini di atmosfera, di Divinità. La traccia finale, L’italia è l’unico paese che chiude il disco con uno schiaffo di coerenza. Se il disco dovesse essere tracciato da una linea isoelettrica, Tarek da colorare manterrebbe valori alti, stabile e coerente con picchi regolari.
L’idea di Tarek da colorare - lo vediamo già da titolo e cover - gioca con l’infantilismo del simbolo, invita all’azione innocua di colorare un disegno mentre si ascolta il disco. Il punto è che non è possibile: il disco pretende un ascolto assoluto che non può contemplare altre attività in contemporaneo.
Il concept è strepitoso. È come se Rancore volesse contestare, non solo con le parole, ma con l’azione diretta, un comportamento che abbiamo normalizzato: ascoltare la musica mentre scrolliamo i social, per esempio. Con Tarek da colorare non si può. Scordatevelo. Il disco cattura e non vuole essere un rumore di sottofondo, non può. E la cover del disco è destinata a rimanere in bianco e nero.