A 96 anni Clint Eastwood ha deciso di lasciare il cinema. Una frase che sembra quasi impossibile da scrivere. Perché Eastwood è uno di quei personaggi che sembrano esserci sempre stati. Come il deserto nei western, il baseball o la bandiera americana sullo sfondo di una fotografia ingiallita. Eppure, arriva un momento in cui anche le leggende si fermano. Perché di questo stiamo parlando. Di una leggenda che non ha mai smesso di avere il volto di un uomo. Il punto è che qui non stiamo parlando soltanto di un attore o di un regista. Stiamo parlando di un pezzo d'America. Per decenni Eastwood è stato una cosa ben precisa. Prima il cowboy taciturno dei western di Sergio Leone, poi Callaghan, l’ispettore dalla pistolettata facile per eccellenza poi una lunga serie di uomini duri, spesso pieni di difetti, quasi sempre fuori posto nel mondo che cambiava intorno a loro. Ma fermarsi all'attore sarebbe un errore. Perché a un certo punto Clint Eastwood ha iniziato a fare una cosa curiosa: prendere i miti che lo avevano reso famoso e smontarli pezzo dopo pezzo. Prendere l'America, la sua America, e decostruirla. Million Dollar Baby non è soltanto un film sulla boxe. La boxe c'entra, certo, ma fino a un certo punto. È un film sul dolore quando non se ne vuole andare, sulla perdita e su quelle decisioni che nessuno vorrebbe mai trovarsi a prendere. Gran Torino è ancora più interessante. Walt Kowalski sembra uscito da un museo americano del Novecento. Burbero, pieno di pregiudizi, incapace di capire il mondo che ha davanti. Specie le culture “non americane”, qualsiasi cosa voglia dire. Oggi un personaggio così verrebbe probabilmente trasformato in una caricatura. Eastwood invece fa una cosa molto più difficile: lo osserva. Non lo assolve, non lo condanna. Lo lascia vivere.
E poi c'è Giurato Numero 2. Novantaquattro anni sulle spalle e ancora la stessa ossessione che lo accompagna da una vita. Un uomo qualunque davanti a una scelta impossibile. Nessun supereroe, nessun cattivo da fumetto. Solo una coscienza che cerca disperatamente di fare la cosa giusta. A più di novant’anni maestria di un grande cineasta, con un’energia e una verve da ventenne. A pensarci bene, Eastwood ha raccontato per quarant'anni sempre la stessa storia. Solo che all'inizio i suoi personaggi estraevano la pistola. Negli ultimi film, invece, dovevano convivere con le conseguenze delle proprie azioni. Ed è qui che il discorso smette di riguardare soltanto il cinema. Perché Eastwood ha attraversato quasi un secolo di America. L'America sicura di sé del dopoguerra, quella delle frontiere e dei miti nazionali. E poi l'America dei dubbi, delle ferite, delle contraddizioni. L'America che invecchiava insieme a lui.
Guardando Hollywood oggi è difficile immaginare la nascita di un altro Clint Eastwood. Non perché manchino talento o personalità. Manca il terreno che li rendeva possibili. Eastwood appartiene a un'America ruvida, contraddittoria, spesso ingiusta. Sembra un personaggio uscito da Steinbeck, non da David Foster Wallace e neppure dall’ultima stagione di Euphoria (perdonateci ma ci pareva doveroso scriverlo!). Un'America che credeva nella responsabilità individuale, che diffidava delle risposte semplici (e questo vale soprattutto per l’Eastwood regista, ricordiamolo) e che non aveva paura di mettere i propri eroi davanti alle loro colpe.
Forse è per questo che il suo ritiro colpisce così tanto. Non perché stia andando in pensione una star di Hollywood. Le star Hollywood le sostituisce continuamente. Quello che non si sostituisce è uno sguardo. E Clint Eastwood aveva uno sguardo che oggi sembra arrivare da un altro secolo. Forse da un altro mondo. Per questo il suo addio ha qualcosa di malinconico. Perché insieme a lui non esce di scena soltanto uno degli ultimi grandi registi americani. Esce di scena anche una certa qual idea d'America, che forse non è mai esistita davvero, almeno al di fuori della finzione filmica. Ma per oltre mezzo secolo Clint Eastwood è riuscito a farcela immaginare. In fondo è questo che fa il grande cinema e quello che Eastwood ha sempre fatto. Con o senza il cappello in testa o il sigaro in bocca.