Vedi l’annuncio di King Marra e pensi a questa vecchia intervista di Marracash, registrata ai tempi di Fino a qui tutto bene o forse più avanti, con King del Rap, non è importante. Era un periodo in cui le cose, per lui, funzionavano ma non abbastanza: mancavano più di dieci anni al passo definitivo in una nuova dimensione che avrebbe fatto con la trilogia composta da Persona (2019), Noi, Loro e Gli Altri (2021) ed È Finita la Pace (2024).
In altre parole mancano più di dieci anni al momento in cui Marracash decide di smettere di raccontare il suo personaggio per dare spazio a sé stesso, alla persona. A fine intervista, in un momento di backstage, dice che sta scrivendo un libro. Dice anche che, assieme, sta lavorando a un film documentario prodotto da Domenico Procacci. Non uscirà nessuno dei due. Ora sappiamo che non è successo perché non era il momento, perché a qualcuno la vita fa fare il giro lungo.
Nel frattempo Fabio Rizzo, Marracash, trova il modo di realizzarsi pienamente e di perdonarsi tutto, forte di un successo discografico così trasversale da metterlo su quella poltrona dorata che aveva usato per King del Rap (2011). Gli americani dicono fake it until you make it, fingi finché non riesci a farlo davvero. Lui, vent’anni di carriera e una grandinata di premi, riconoscimenti e successi l’ha fatto davvero, è arrivato dove voleva e pure un bel po’ più in là.
Così il 25 maggio 2026 esce in sala King Marra, docufilm firmato da Pippo Mezzapesa e scritto assieme a Antonella W. Gaeta, Chiara Battistini e Shadi Cioffi. La produzione è di Grøenlandia, Adler Entertainment e Disney+, che con tutte le probabilità si occuperà di una distribuzione successiva ai tre giorni nei cinema (25, 26 e 27 maggio 2026, qui le sale). Il film accompagna il rapper milanese per un anno, dall’esibizione a San Siro di Giugno 2025 fino al Block Party nella Barona dello scorso aprile.
Com’è King Marra, tra verità e finzione
Mescolare il vero è il falso è la storia di ogni rapper ma pure di ogni artista, da chi scolpisce il marmo a chi scrive libri. King Marra finisce in qualche modo per fotografare questa spaccatura, quest’altalena tra verità e finzione, tra il personaggio e la persona. E la persona, forse, non esce mai abbastanza, anche se nelle intenzioni ci riesca sempre: il docufilm è più film che docu.
Si inizia dal capannone dove le maestranze riuniscono gli oggetti di scena per il grande evento di San Siro. Il ritmo e la fotografia ricordano un qualche super prodotto cinematografico dall’estetica criminale: è riuscito, ben curato. Entrano in scena i simboli. L’elefante di Badabum Cha Cha, l’occhio di Tutto questo niente, la Uno Diesel, i palazzoni della Barona stampati su di un cartonato, le panchine del parchetto e il trono, quello del King del Rap, su cui Marracash si siede lentamente vestito di un completo in pelle rosso. Primo piano, vertigo, le sue parole a fare da tappeto alle immagini.
La fotografia è sempre molto bella, il ritmo riesce a non appesantire troppo. Il racconto prova a mostrarci Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash, in tutte le sue sfaccettature a partire dagli inizi, con lui che porta in giro la troupe per il quartiere. Un po’ come andare a cena da Alberto Angela e chiedergli di farti vedere la casa. A volte funziona, altre meno. A volte è come se Alberto Angela fosse un po' emozionato nel raccontare sé stesso davanti all'obiettivo.
Il limite del progetto probabilmente è anche il suo grande pregio, perché a tratti la qualità dell’immagine e della scrittura, del film insomma, prenda il sopravvento sul contenuto documentaristico: Marracash arriva in Sicilia per stare con la sua famiglia ed è un momento vero, affettuoso, traspare un uomo brillante e divertente con tutti. Eppure, mentre il nostro si mette a parlare coi suoi genitori davanti a un tramonto, l’immagine è tanto bella da prendere il sopravvento sul contenuto: inquadratura su di lui, inquadratura sui genitori, campo e controcampo. Marra racconta di quando da piccolo beveva un bicchiere di vino per combattere l’insonnia e lo dice più a noi che a loro. Ne esce l’intenzione ma manca spontaneità. È difficile essere spontanei quando si ha davanti regista, operatori di camera, fonici e tutta una serie di persone che lavorano sul set. I dialoghi più intensi sembrano recitati, o comunque posati. Lo stesso succede nella parte più interessante, a due terzi del girato, nel capitolo battezzato Dubbi: Marracash, il suo produttore Marz e la manager, Paola Zukar, si trovano nella villa acquistata dal rapper tra le campagne piacentine per dare una direzione al prossimo album che tendenzialmente potrebbe uscire il prossimo autunno. Anche in questo caso ai dialoghi manca un po’ di spontaneità. Eppure poco più tardi, quando scoprono di non avere connessione internet, esce del vero, viene fuori un po' di forza: “Ma io cosa faccio stanotte, per me è un incubo”, dice Fabio. “Quando voi andate a dormire a mezzanotte io… mi ammazzo. Tu vai a letto, il mio incubo è quando voi non ci siete più”. Gli altri due si propongono di stare svegli per fargli compagnia, giocano con lui alla PlayStation, a Tekken. La scena è piuttosto forte.
Marracash continua a recitare anche più avanti, quando parla delle medicine che prende. Riesce però a dire cose molto vere, che certamente pensa. Questa cosa arriva. Arriva l’intenzione di raccontare sé stesso, l’amore per la musica, per il mestiere, per la sua gente, per il cinema che ti fa cercare i video di Frusciante alle quattro di notte. Arriva la fatica di un’esistenza pesante, intensa. Non fino in fondo, però, o comunque non sempre. King Marra riesce a restituirci sia l’uomo che l’artista, anche se è quest’ultimo a mostrarsi per la maggior parte del tempo. Ed è un peccato, perché le cose migliori Marracash le ha fatte senza maschera. Le ha fatte parlando del suo disagio, delle sue contraddizioni e delle sue paure.
Manca qualcosa sul rapporto che ha col denaro, mancano le droghe, manca il sesso, manca Dio, mancano i piccoli fallimenti, manca la rabbia. Manca la carne cruda. Il che sarebbe perfettamente comprensibile se stessimo vedendo il documentario promozionale su Ennio Doris, lo è meno se il protagonista è una delle poche rockstar italiane a riempire gli stadi. Il viaggio dell’eroe però è ben raccontato, fino a farci percepire il dramma umano quando il nostro affezionato si arrampica sulla pensilina del 100 di Via Depretis, dove è cresciuto, con in mano la pesante certificazione del disco di diamante: lì c’è un uomo che ride ed è disperato assieme, che “alza la coppa” e, nel frattempo, pensa a quanta distanza ci sia tra sé e quelle persone che applaudono, che vogliono vedere il miracolo vivente. Un pubblico che ti scalda soltanto a distanza, quando puoi mettere gli occhiali scuri e sorridere. Senza quello, la solitudine. L’insonnia, le pasticche per dormire, i video su internet e un documentario che è bello davvero ma fatica ad andare a fondo.
Forse non è così importante. L’altalena che si produce tra verità e finzione, tra evento e racconto o tra Fabio e Marracash, come dicono le cartelle stampa, riesce comunque a produrre un messaggio, a spostare qualcosa: c’è tanto di recitato ma nulla di inventato, come non è inventato il film. C’è, esiste, è stato fatto, è una storia vera. È la storia di un ragazzo partito contro tutti i pronostici. Così, alla fine, quest’altalena che è King Marra ti lascia sognare un salto mentre senti il vento in faccia.