Per chi non la conoscesse, Valentina Tomirotti è la "giornalista a rotelle", come si definisce lei stessa: creator e scrittrice, sui social è molto attiva riguardo disabilità e accessibilità, temi che la riguardano in prima persona. Occupandosi di divulgazione proprio sulla disabilità, ha anche un'opinione ben precisa sul lavoro di Paolo Ruffini, da tempo impegnato proprio a parlare di disabilità, seppur in maniera completamente diversa. Il comico toscano infatti, da anni porta nei teatri uno spettacolo realizzato con una compagnia composta da ragazzi con la sindrome di Down: prima era Up&Down, ora lo spettacolo è Din Don Down - Alla ricerca di (D)io, in cui si alternano momenti di gioco, riflessione e improvvisazione.
Intervenuta nel podcast Parola di Ca$h, di Gonzo Magazine, non ha usato mezzi termini: "L'obiettivo che lui ha, è che vuole fare pena". Secondo la Tomirotti infatti, "è tutto uguale": lo sono gli spettacoli che finiscono per somigliarsi l'uno con l'altro e lo sono per l'obiettivo finale che è, appunto, quello di "fare pena". Addirittura, Ruffini esercita una "pressione emotiva verso le persone che non hanno disabilità", finendo per uscirne come un "figo indiscusso".
Ma perché un giudizio tanto negativo? Perché nella visione della Tomirotti, Ruffini si accrediterebbe come colui che ha "salvato" quei ragazzi: gli avrebbe dato insomma l'opportunità di "essere qualcosa" perché altrimenti, senza Ruffini, cosa potrebbero fare questi ragazzi? Tutto ciò, in una società che conosce poco la disabilità e ne è spaventata, il suo modo di fare show diventerebbe un modo per rassicurare gli altri, i non disabili, sul fatto di non essere come i ragazzi che sono in scena.
Di certo, un'opinione molto forte. Ma la Tomirotti va oltre: "Ruffini dovrebbe semplicemente agire per conto suo", in quanto se davvero gli interessano le questioni legate alla disabilità, allora dovrebbe ascoltare gli attivisti: non perché abbiano la verità in tasca, ma perché gli attivisti sono le persone che hanno a che fare con questa realtà da un punto di vista concreto. E se gli attivisti ti fanno capire di non essere contenti del tuo lavoro, anzi: "se ti dicono che hai rotto il caz*o", allora basta.
Secondo la Tomirotti in definitiva, quella di Ruffini non sarebbe vera inclusione, in quanto la disabilità viene usata come mezzo utile a rassicurare il pubblico e quindi, anziché scardinare un pregiudizio, finirebbe per rimarcarlo in maniera implicita.
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