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28 maggio 2026

Zerocalcare vi ha sgamati! Abbiamo visto “Due spicci”, la serie “adulta” del fumettista che non smette di dare fastidio

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

28 maggio 2026

Se “Due spicci” non vi è piaciuta, è perché Zerocalcare vi ha sgamati. Perché sì, “Due spicci” è una bella serie. Il suo problema, però, è anche il suo punto di forza: il livello di apprezzamento è direttamente proporzionale al livello di consapevolezza dello spettatore. Questa serie dice la verità su come la maggior parte di noi affronta la vita adulta. E lo fa con lo stesso mood dissacrante di Armadillo. Non è un’opinione né un giudizio da cui dobbiamo difenderci. E se hai scelto di vederla, è perché Zero adulto sei tu

foto di Ansa

Zerocalcare vi ha sgamati! Abbiamo visto “Due spicci”, la serie “adulta” del fumettista che non smette di dare fastidio

Se non vi è piaciuta Due spicci, è solo perché vi ha dato fastidio essere visti. E vuol dire che Zerocalcare ha fatto centro. Perché in questa serie Zero fugge continuando a rimanere immobile, proprio come fai tu.
Se fossimo tanto diversi da Zero, non avremmo neanche scelto di vedere questa serie. Ma il vero motivo per cui le storie di Zerocalcare hanno successo è che attraggono un pubblico di amorevoli disagiati più o meno consapevoli di esserlo. E più sei consapevole, più Due spicci ti piace; meno lo sei, più ti rode.
Questo è il super potere di Michele Rech, che è cresciuto a Rebibbia e anche stavolta, non manca di ricordarcelo. La periferia romana è lo specchio delle emozioni di Zerocalcare e in questa terza serie prodotta da Netflix ritroviamo la stessa narrativa di sempre.
I temi attorno a cui ruota Due spicci hanno un peso sociale importante, ma la capacità di Zerocalcare è, ancora una volta, quella di riuscire a trattarli con quel velo di sarcasmo che non li banalizza, anzi. Il sarcasmo diventa infatti uno strumento capace di far arrivare il messaggio in modo più diretto: lo spettatore sorride appena, si riconosce nelle situazioni raccontate e, proprio attraverso quel sorriso, viene condotto a riflettere più a fondo, senza essere ammorbato da sermoni.
Perché quella di Zerocalcare non è mai una narrazione retorica. Passa dal raccontare micro temi più individuali come il senso di colpa, i rimpianti dettati dalla codardia e la precarietà del mestiere artistico, per poi arrivare a toccare macro temi come la droga, che diviene standard di normalità nella nostra società, e le relazioni tossiche che culminano in violenza domestica.
In Due spicci c’è tutto ciò che una generazione può riconoscere e la serie regala allo spettatore quel coraggio necessario a guardarsi dentro e intorno, senza doversi sforzare di farlo, talvolta senza neanche accorgersene. È che quando lo spettatore non riesce ad accogliere questo regalo, storce il naso.
Zero parla la lingua della periferia e quella è accessibile a tutti. Anche se ha un bagaglio culturale non indifferente, lui i parallelismi più raffinati li smercia con la freschezza di chi sa rendere tutto leggero senza svuotarlo di senso. Leggerezza sì, ma un po’ meno rispetto alle precedenti serie. Il punto, però, è che questo “alleggerimento della leggerezza” è del tutto coerente con quanto si vuole raccontare in Due spicci: parliamo di vita adulta ormai, quella fase della vita che tende a schiacciarci. Le responsabilità ci pretendono, i rimpianti urlano, il tempo corre e l’unico modo per rallentarlo è circondarsi di chi come noi, come Zero, la vita adulta la procrastina.

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Un frame della serie tv "Due spicci"

Anche stavolta viene naturale percorrere i diversi episodi insieme a Zero, non con i suoi occhi, bensì con i nostri. Due spicci ti fa sentire dentro il videogioco della vita adulta: Zero diventa il personaggio che provi a controllare con il controller rotto, ti illudi di poterlo guidare con una strategia, ma lui si muove (o non si muove) da sé. Ed è da questo mancato controllo che senti tutta la frustrazione del personaggio e anche la tua. Non c'è uno schermo tra noi e Zero.
Guardare lui potrebbe sembrare rassicurante, perché il più delle volte ti fai i caz*i suoi perché pensi che “i caz*i degli altri ci distraggano dai nostri”, come ricorda il saggio Armadillo. Come quando ti fai piacere uno/a e ti ci aggrappi, il cosiddetto “grande amore di salvataggio”.
La parola chiave è: fuga. Zero è diventato adulto, ma non ha ancora smesso di stipare tutto in un angolo polveroso della sua mente. Procrastinare, procrastinare sempre. Perché tanto c'è “la Madonna faccio finta di niente magari si risolve tutto da solo”. La sua codardia è la nostra.
Almeno, però, Zero non fugge come fanno gli altri, ossia rifugiandosi nella dr*ga. Perfino la madre si stupisce che il figlio non si faccia le canne, che piuttosto preferisca trascorrere ore ed ore davanti a un videogioco. Il messaggio è brutale: la fuga più universalmente legittimata è l’uso di sostanze stupefacenti. Ed è così da adolescenti con l’erba, ma così anche durante la fase adulta, in cui pip*ano tutti.
E chi non si dr*ga, che fa? Rimane impigliato nell’overthinking come fa Zero. Quel punto oscuro della nostra mente dove l’insoddisfazione è tanta da non farci vedere alternative. Imprigionati in quella stessa comfort zone che non ci permette di invertire i ruoli. E allora quando Cinghiale - che è sempre stato l’amico c*glione da cui imparare tutto - fa una caz*zata, tu come fai a farglielo notare? Non sei abituato a prenderti la responsabilità di riprenderlo. Perché per una vita sei stato tu il discepolo e lui il messia. Essere capace di invertire i ruoli quando necessario è un sintomo: lì puoi dire di essere diventato adulto. Ma è proprio questo che Zero non vuole proprio essere. Perché in fondo il suo continuo ripetere i soliti schemi, di rimandare, è solo un modo per rimandare il tempo stesso, di dilatarlo.
E questo è forse il messaggio più potente che Due spicci ci lascia: evolversi, uscire dalla comfort zone, autodeterminarsi, sono tutti passaggi che servono per passare alla fase successiva. Quella in cui ti trovi già, e la fontanella della capoccia senza più capelli te lo suggerisce chiaramente, ma ti illudi che se eviti di allungare la mano, allora il tempo si congelerà.

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Armadillo e Zero in una scena di "Due spicci"

Secco è sempre Secco. Ha avuto un figlio, eppure continua a muoversi solo per “andare a pijà er gelato” o per gli scontri. Perché non importa che sia diventato padre, lui si ostina ancora a nutrire il bambino ghiotto di gelato che c’è in lui e l’adolescente incaz*ato, istintivo e idealista che vuole menare chi se lo merita. In lui non c’è alcuna traccia di quel temutissimo “senso di responsabilità” che segnala la vita adulta.
Perfino Sara, nonostante sia il personaggio all’apparenza più saggio, non si comporta da donna. Vive una relazione altalenante, in cui si ripetono gli stessi schemi tossici. Tanto che ha dovuto installare pure un’app che le segnala ogni quanti giorni avverrà il litigio e ogni quanto si farà pace sc*pando. È ancora una ragazza. Pure lei sembra non riuscire ad uscire dai suoi loop. Ma la verità è che neanche lei vuole.
Massimo, detto anche Paturnia, è il malessere di cui si innamora Smeralda, la donna che Zero ha sempre amato e a cui non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi. Paturnia è un delinquente, ma pure un manipolatore. Anche Smeralda è incastrata nel loop, in questo caso quello della dipendenza affettiva da un compagno violento che non sa lasciare andare perché deve salvarlo.
Zerocalcare i disagi del nostro tempo se li accolla proprio tutti e ce li spiattella su Netflix con una crudeltà poetica. Non sarà mai “il coatto mezzo matto” che piace alle donne. È destinato a una sensibilità da cui prova a sfuggire a suon di rimuginio, come potesse controllarla. Che poi questa sensibilità in un uomo pesa il doppio e in un uomo che vive in periferia il triplo, perché “devi esse coatto”.
Zero siamo noi che ordiniamo sempre la stessa pizza, che indossiamo sempre gli stessi abiti e che ogni giorno ci ripetiamo “da domani”.
Dopo aver visto Due spicci continueremo a chiederci se è possibile essere accoltellati da chi ascolta Lucio Dalla o se tale azione barbara è associabile solo a chi ascolta la trap. Continueremo a chiederci se il bacio del principe a Biancaneve sia da ritenersi molestia perché dato senza consenso. Ma soprattutto, continueremo a non rispondere a nessuna domanda. Continueremo a fuggire. Come quando Armadillo, la coscienza di Zero, ci sputa in faccia la verità e noi la traduciamo in giudizio, perché almeno così possiamo giustificarci, e ancora difenderci, e ancora fuggire.
La forza delle storie di Zerocalcare non è mai la trama che, seppur non manchi dell’effetto sorpresa, è sempre marginale rispetto al resto. E cos’è il resto? È il bisturi con in quale Zerocalcare incide nella realtà, dando forma a emozioni e pensieri che sono già nostri. Solo a noi la scelta di accettarlo o, ancora, fuggire. E quale migliore fuga di rimanere immobili?

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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