Il cameriere in livrea impasta il caglio bollente con una mano guantata nell’acqua fredda e con l’altra allunga la treccia appena nata con una spatola in legno, a piccoli nodi. Adagiate fra i cubetti di ghiaccio bottiglie di rosé, bollicine e Coda di Volpe. Ogni buon napoletano che si rispetti quando dà una festa sceglie la Coda di Volpe. La falanghina può andare bene per i turisti, con tutto il rispetto per la falanghina. In fila come gli invitati per le trecce di mozzarella, centinaia di calici e lucidi bicchieri attendono in piedi su una tovaglia bianca gli avventori, vestiti a festa, riflettendo sulla loro superficie le colonne che circondano lo pseudo-anfiteatro immerso nel parco della residenza, il pianoforte bianco e solitario sul piedistallo, gli alberi neri sul tramonto rosa che si staglia su Villa Clerici. Gli abitanti del quartiere Niguarda si affacciano alle finestre dei palazzi, si voltano e si fermano incuriositi davanti al grande cancello. Un signore pakistano in pantaloni corti sbircia tra le inferriate della recinzione. Trattiene distrattamente il guinzaglio del suo cane che, nel frattempo, con una gamba alzata fa la pipì sulle colonne della villa. Da fuori i curiosi apprendono solo una melodia, è Rossetto e Caffè in versione jazz, suonata un po’ tignosa sullo Steinway bianco a coda, solitario sul piedistallo.
Tra le candele della scalinata una donna dai capelli castani, gli occhi scuri con un vestitino nero appare sorridente. È Ambra Angiolini che immediatamente viene assalita dagli invitati per una foto, ma lei sempre gentile sorride, si mette in posa, flash! Accompagnato da una bella ragazza, in maglietta bianca e con un tutore sul gomito destro s’intravvede Niccolò delle Iene. Mentre alcuni discografici della Warner s’intrattengono con Luca Dondoni due bambini scorrazzano divertiti dal nascondino, antico giuoco per generali, tra gli invitati, quasi fossero manichini dietro ai quali rendersi invisibili. Dalla camera degli specchi un uomo abbronzato indossa un completo gessato color crema e sotto una camicia di lino bianca, accanto a lui sua moglie, vestita come lui. È lui, il Maradona della musica italiana. Il festeggiato. Sal Da Vinci, preso in contropiede dalla sorpresa – forse un po’ se l’aspettava, a mezzanotte uscirà il suo nuovo album – assieme a sua moglie Paola Pugliese viene accolto calorosamente dagli invitati. Ambra Angiolini, sua amica, lo abbraccia. Un bagno di folla, di foto, di selfie. Mentre l’ospite tanto atteso viene distratto dai sorrisi, dalle strette di mano, dalle pacche sulle spalle che lo sballottano qua e là – tanto da farlo inciampare su una delle candele con il rischio di ruzzolare giù per le scale – dietro gli alberi del parco ormai quasi buio e ordinati in fila indiana, trentatré ragazze e ragazzi vestiti completamente di bianco – dei piccoli Sal Da Vinci – si incamminano verso il pianoforte bianco e si dispongono a piramide sui gradini dell’anfiteatro dove iniziano a cantare in coro, accompagnati dal giovane chitarrista, le canzoni dell’album di Sal riarrangiate in una polifonia a trentadue voci. La gente si avvicina alla musica insieme a Sal che trattenendo la commozione, ascolta quei trentatré piccoli Sal Da Vinci cantare e suonare i suoi brani. Una citazione, forse, di un pezzo leggendario di televisione e della musica francese, quando nel 1988, durante il programma “Sébastien c’est fou!”, il mitologico Serge Gainsbourg si vide arrivare in studio i bambini del coro “Petit Chanteurs d’Asnières” travestiti come lui. Giacca aperta sul petto, occhiali da sole, bicchiere di whisky in mano, barba disegnata e sigaretta in mano (finta ovviamente), che gli cantano una versione rivisitata di “Je suis venu te dire que je m’en vais”, modificata in “On est venu te dire qu’on t’aime bien”. Conclusa l’esibizione il coro dei Petit Chanteurs de Sal, ordinati come sono arrivati se ne vanno. Con la voce rotta dall’emozione e un po’ rauca, Sal Da Vinci sale sul palco e prende la parola.
“Sentire cantare le proprie canzoni è come un po’ un figlio che tu consegni alla vita. Ecco io consegno i miei figli che sono delle canzoni. Poi ci sono dei brani che arrivano dritti al cuore in modo prepotente, inaspettatamente fanno dei giri pazzeschi e non li puoi fermare. Altre canzoni sono comunque belle no? Magari non hanno grande successo, ma pur sempre figli sono. Questo è un progetto in cui ogni canzone ha un suo perché. Qualche anno fa chi se lo sarebbe mai aspettato che una canzone pop melodica come Rossetto e Caffè avrebbe realizzato oltre 600 milioni di stream? Come Per Sempre sì, fra le primissime posizioni in lituani. Però è accaduto. Le cose cambiano, girano, le cose ritornano, ma la musica resta e dura più dei ricordi. In questo caso ci sono le canzoni che danzano cantando in punta di piedi sui cuori delle persone. Dovevo dire solo due parole, ma mi sto dilungando, con questa voce poi…”. Un applauso solitario a cui nessuno dà seguito rompe il silenzio che circonda le parole di Sal. “Stann’ tant e chill muschin ccà'ttuorn”, dissimula il cantante. Risate, applausi. “Siccome devo prendere un antibiotico ho già mangiato, agg magnato perlomeno tremila mosccerini. Però quello che voglio dire è che dietro un progetto discografico ci sono tante famiglie, ognuno nel suo settore e con il suo rischio”.
Applausi, e ora lo show può iniziare. Sal, nonostante la voce un po’ rauca attacca a cantare l’album intero, sprigionando lo spirito dionisiaco che si anela nel cuore di tutti gli ospiti. Conclusa l’esibizione l’euforia non si esaurisce, ma attacca a spingere dalle casse la musica tecno del dj che picchia forte. Gli invitati a questo punto, per la maggior parte ubriachi, prendono a ballare forsennatamente, mentre Sal Da Vinci saluta tutti e si ritira da buon padre di famiglia. La giornalista e inviata Mediaset Ilaria Dalle Palle domanda ad una collega come si faccia il balletto di Sal, mentre il manager di Warner Roberto Fagioli ormai è sulla cresta dell’onda ed è impegnato in mosse di danza decisamente sorrentiniane. I camerieri non hanno pace, gli ospiti domandano da bere senza tregua e i calici si empiono e si “svacasciano” (cit. per pochi) in pochi secondi. Mangiano con foga polpettine al sugo, spicchi di pizza rigorosamente Da Michele e sfoglie ricce alla vaniglia della pasticceria Bellavia (quelle della famiglia dell'attore che interpreta Guido, il vigile di un Posto Al Sole) come se non ci fosse un domani. Ormai anche il portone all’ingresso della villa non è più presidiato e un gruppetto di giovanissimi scugnizzi milanesi, con la faccia un po’ così, uno sguardo un po’ così si affacciano divertiti sulla soglia della grande festa, quando repentini decidono d’imbucarsi, e prendono a correre, tranne una di loro. “Dai su, quando ci ricapita, c’è Sal Da Vinci!”, cerca il ricciolino di convincere l’amica, un po’ a disagio. “Andate, ma stateve accort”, gli dice mentre se ne va, un signore che ride. “Eddai!”, ride il ricciolino mentre la prende per mano e la tira con sé di corsa insieme agli amici, ormai irrimediabilmente perduti nel buio del giardino di Villa Clerici.