“Seduti in platea per favore”. E Carlo Conti si alza in piedi, va a salutare, stringe mani, se la ride. “Marò che cacacazz questo” borbotta una giornalista partenopea poco più in là. Non parla dell’abbronzatissimo presentatore, bensì del direttore di scena che puntuale, inespressivo, quasi inerte nel suo galleggiare sul palco al microfono ripete ancora una volta, scocciato “seduti, perfavore, tutti seduti”. E Carlo Conti che si era finalmente seduto si rialza, riprende a ridere, a stringere mani, a salutare amici e amiche con pacche sulle spalle, ma poi alla fine si rassegna e prende a sedere. Le prove di Sanremo 2026 possono iniziare. E’ il turno di Arisa, senza infamia e senza lode, che canta la sua canzone, che è una bella canzone, sofisticata, ma il pubblico di discografici, giornalisti e star system non è abbastanza caldo. Siamo ancora all’inizio e, d’altronde, si chiamano prove. “Dargen D’Amico Ai Ai” il direttore di scena annuncia, e il divo appare da dietro le quinte in cima all’iconica scalinata con il suo caratteristico abbigliamento yoga futurista e muove passo dopo passo verso il basso con un paro de ciabbatte ai piedi. Pare si sia appena svegliato, ma con grande stile. La sua esibizione inizia a stimolare il pubblico e in particolare la critica, che inizia a dividersi, “bella, non bella, banale, avvenieristica questa canzone”. Insomma, non c’è accordo tra i giornalisti che commentano, chi con livore, chi con affetto, chi con ammirazione, chi con aria di superiorità. Nel frattempo si parla anche d’altro, perché tra le prime file non c’è soltanto l’iperattivo Carlo Conti, che al termine dell’esibizione si rialza in piedi e torna a stringere mani in giro, ma pure Laura Pausini. Ora tocca a Francesco Renga, che ci scodella un polpettone incredibile, ma lui comunque è un tipo simpatico ed è vezzeggiato un po’ da tutti gli ascoltatori. Piacerà molto alle casalinghe, dicono. Un po’ deprimente, forse. Però ecco, è il momento di Ditonellapiaga. Un momento tanto atteso.
Capelli castani verso il rosso con la riga rigorosamente a lato, gusto retrò, calze rosa e tacchi neri, Margherita Carducci scende le scale e attorno le si raduna il gruppo di ballerine vestite in camicia bianca cravatta e gonna pronte ad accompagnarla nel suo lisergico “Che fastidio”, che è davvero una bomba. Stiamo parlando di un pezzo che riporta alla vita la funzione terapeutica del bridge, quel climax che esplode nel ritornello liberatorio. E’ un po’ come se una Miss Keta, ma una che sappia che cosa vuol dire cantare sul serio, abbia preso le redini dei Subsonica, consigliati da Giorgio Moroder. Lo ripetiamo, un pezzo della Madonna. Scomodiamo la Madre di Dio per una giusta ragione. Ditonellapiaga ci hai fatto godere, grazie. Dopo di lei, Eddie Brock, che quando scende le scale sa che prima di lui è passato qualcuno che sta ad un altro livello. I commenti dei giornalisti sono davvero impietosi nei suoi confronti, durante l’esibizione. Non se lo merita Eddie Brock, che è una brava persona e che se è arrivato a Sanremo lo deve alla sua gavetta e alla sua esperienza. Certo, non farà molta strada in questo festival, che come tutti sanno è un grosso rischio, perché il marchio di un fallimento sul palco dell’Ariston dura molto a lungo, ma ecco, che dire. La stampa che infierisce su di lui non ci piace. Non è bello essere così cattivi, e infatti non lo saremo con Mara Sattei e il buon Nigiotti che tralasceremo completamente per mancanza di argomentazioni. Nel frattempo, in sala, tra il pubblico fa la sua apparizione Giancarlo Magalli che con il suo sorriso beffardo prende posto a sedere per godersi lo spettacolo. Giusto in tempo per carpire, senza lasciar trasparire i suoi pensieri, i bisbigli della stampa che, in riferimento alla prossima esibizione commentano “eh, ma lui è figlio di Gianni Morandi”. Si parla di Tredici Pietro. Ecco, prima di sparare sentenze guardatevi la sua esibizione e ascoltatevi il pezzo. Dal vivo è tutta un’altra storia, ma pure dalla televisione dovrebbe rendere bene, perché “Uomo che cade” è un gran pezzo che resterà nella storia della canzone italiana. E perché lui è il figlio che vincerà il peso del successo del padre, e perché è un pezzo davvero raffinato nel suo essere pop e quindi fruibile a chiunque. La stampa non lo sa, e appena lo vede apparire da dietro le quinte osserva le mani grosse, trae le sue conclusioni sulla presunta coprofagia del padre mentre lo osserva scendere gli scalini del palco. Ma Pietro tutta questa roba non può sentirla. Scende quei gradini con passo disinibito, molleggiato, in linea con lo spirito del suo tempo. Polo blu, cargo oversize beige e mocassino e occhiali da vista alla Geolier. Un personaggio perfettamente bilanciato, mai volgare, forse come in fin dei conti è stato suo padre, che in giacca e cravatta o in smoking ha plasmato l’immaginario collettivo dell’Italia con le sue splendide canzoni. Però il modo in cui Pietro scende le scale non ha niente a che vedere con il padre, perché la musica l’ha scritta lui, il testo pure e sì, certo, essere un figlio d’arte ha i propri vantaggi. Non necessariamente quelli relativi alla strada spianata, ma alla raffinatezza della conoscenza accumulata sotto la guida di un maestro che non è soltanto un maestro, ma è pure qualcosa di molto più importante. Un genitore. Uomo che cade è già un titolo che non sa di trap volgare, è qualcosa di più. E’ il principio di un percorso totalmente nuovo, perché se Gianni Morandi ha innovato la musica italiana con il suo genio pop, ora per Pietro è arrivato il momento di fare di più. E lui è pronto, si vede. Ha lavorato a fondo per questo. Uomo che cade è un pezzo raffinato, nonostante la veste baggy dell’arrangiamento. Gli applausi che seguono alla sua esibizione raccontano anche questo. La sua esibizione, in qualche modo eguaglia Ditonellapiaga in quanto ad apprezzamento del pubblico. Ma il vero sbaraglio della competizione arriva solo dopo di lui, perché ad un certo punto viene annunciato Sal Da Vinci, che subito sbuca fuori dalle quinte, ma viene ripreso perché ha fatto l’entrata troppo presto. Gli basta di sporgersi vagamente verso il palco per ricevere un applauso dovuto ad un entusiasmo che è qualcosa che è scientificamente impossibile da spiegare. Ecco, quando finalmente scende le scale il pubblico è in tensione folle, pronto ad esplodere. Ora qui va fatta una premessa. In molti hanno definito trash Sal Da Vinci perché il successo di Rossetto e Caffè ha spopolato su TikTok. Ecco, Sal Da Vinci non è trash. Sal Da Vinci è un musicista vero, a tutto tondo, attore, che conosce il palco come le sue tasche, la teoria musicale come la propria lingua madre. Stiamo parlando di un uomo colto e di un musicista di peso. Dunque un personaggio che ha una competenza tecnica ben superiore alla media degli artisti che si sono esibiti a Sanremo, sia dal punto di vista dell’esecuzione che da quello teorico. Ora, poi, bisogna riflettere sul fatto che Sal, negli anni, non è mai cambiato. E’ rimasto tale e quale a sé stesso con i suoi abiti, le sue camicie aperte sul petto, l’amore per Napoli e le sue belle giornate. Ecco, ora, tutti cercano di spiegare scientificamente l’enormità del suo successo, tentando di incastrarlo nella casella del trash, ma Sal è qualcosa di più. Sal è qualcosa che per certi versi rispecchia quel sentimento che le masse mondiali hanno provato per Maradona. C’è qualcosa che non si può spiegare nella gente che impazzita si ammazza rincorrendo la bara di Maradona. La stessa cosa vale per Rossetto e Caffè, che è esploso su Tiktok ed è diventato virale tra le masse con un entusiasmo inarrestabile.
Ecco, finita la premessa, avevamo lasciato Sal Da Vinci che prende il microfono in mano ed è pronto ad esibirsi con “Per sempre sì”. Un pezzo che parla della scelta che uno fa quando si sposa, della fedeltà assoluta, dell’amore per sempre fino alla morte. Rendere pop il matrimonio è una cosa complicata, soprattutto se non è un intento critico. E allora 1,2,3,4. Il pubblico esplode, inizia a muoversi alla voce di Sal che è potentissima, rompe la barriera del suono, applausi, applausi, risate di gioia, di esaltazione folle, euforia collettiva quasi da psicosi. Evidentemente Da Vinci sprigiona un’energia così forte da quel palco che addirittura tutto l’impianto audio salta. Ma lui continua a cantare anche se la sua voce non esce più dalle casse. Non fa niente, perché lui è talmente potente che la sua voce si sente lo stesso. L’esibizione si interrompe, a metà. Sal fa segno ai tecnici incrociando le braccia. Cascata di applausi, fischi di approvazione, urla. La gente non vede l’ora che ricominci. Si riparte daccapo. E il pezzo è una bomba. Una bomba vera, che si conclude con lui che prende una ragazza in prima fila e gli fa fare una piroetta, ma con pudore, perché sa che sua moglie potrebbe ingelosirsi. C’è qualcosa di cristologico in Sal Da Vinci, che conclude il pezzo con un “pe siemp sì” toccandosi la fede al dito. Bomba di applausi urla, il pubblico è impazzito, sono tutti matti per lui, anche quelli che odiano il neomelodico si vergognano di sé stessi. Sal Da Vinci guarda la chimera dai mille volti della gente seduta in platea e pensa. “Sanremo, tu sei mia, non solo in questo maledetto 2026, ma per sempre”. Tutto bellissimo. “Riprendiamo tra un quarto d’ora”, dice il direttore di scena. Si esce fuori, tutti parlano di Sal Da Vinci. Al bancone del bar c’è il direttore d’orchestra Melozzi con la sua giacca di pelle e i suoi capelli sparati. Fissa il vuoto. Chissà a cosa starà pensando. Forse quell’esibizione lo ha traumatizzato profondamente. Poco più in alto c’è un’insegna coperta da un telo rosso. E’ la targa omaggio per Pippo Baudo, abbastanza modesta rispetto alla statua di Mike Bongiorno nella via principale. E’ un Pippo Baudo in forma di Leviatano. La sua figura composta da tanti omini seduti nella platea dell’Ariston. Giù per le scale vicino al bagno c’è Nicola Savino che, tutto abbronzato discute con altri signori di qualcosa che li fa molto ridere. La ricreazione, però, è finito. Si torna dentro. Ci voleva un po’ d’aria. Ora è il momento di Malika Ayane, bionda con la sua pelle abbronzata, i suoi tatuaggi, il suo vestitino nero e la sua silouette ha groove già prima di iniziare a cantare. Scende le scale con anima soul e quando afferra il microfono, il pezzo si apre con una scala di basso sincopata. E’ una Beyoncé italiana, Malika Ayane. E’ uno di quegli animali notturni di cui parla nel suo pezzo (Animali Notturni, appunto). Il motivetto principale è delizioso. Il direttore di scena fa ripetere il pezzo e godono tutti, tant’è che esauriti gli applausi si sente che qualcuno da dietro continua a fischiettare la melodia del pezzo. Forse un po’ poco nazional popolare, dicono i colleghi. Vero, evidentemente non vincerà, perché la gente non apprezza, e poi qui in Italia la musica è un po’ come il calcio e un Maradona già ce l’abbiamo, si chiama Sal Da Vinci. Intanto, tra nelle prime file prende posto Jurman, e qualcuno si domanda se grazie a lui non avremo altre polemiche di cui scrivere dopo quelle relative ad Amici.
E’ il momento di Fulminacci, che scende le scale tutto elegante, distinto, quasi aristocratico e attacca con un pezzo che è perfetto. Testo molto raffinato, non una parola messa lì per caso. Forse una melodia un po’ prevedibile, ma proprio quando si teme che stia per deluderti invece fa la cosa giusta. Un pezzo forse un po’ gelido da ascoltare dopo il calore soul di Animali Notturni. A riscaldarci, però ci pensa Sayf che con abito camicia e cravatta bordeaux canta il suo singolo “Tu mi piaci tanto”. Il pezzo si apre con un motivetto che ricorda un po’ il primo Gazzé, ma il ritornello è tutta un’altra storia. Un ritornello semplicissimo e geniale. Tu mi piaci, tu mi piaci, tu mi piaci tan-to. Venderà tantissimo. Sayf ci aveva detto in una scorsa intervista di non leggere libri, però eccome se sa scrivere. Quando arrivano Fedez e Masini, invece, lo studio si gela. Sa che dovrà sorbirsi l’ennesimo pezzo ego riferito al rapper milanese e sa, che non potrà resistergli. Masini e Fedez scendono le scale come chi sa di essere al centro della polemica. Con la guardia alta. Masini quasi se lo porta per mano, Fedez, cantando il ritornello del pezzo con un’estensione vocale impressionante. E’ una versione “matrix” quella di Fedez, con una programmazione della scenografia piena di motivi geometrici dai colori gelidi. Siamo in una fase introspettiva di Fedez che ormai è un uomo influente. Ora è il momento di Levante, elegantissima, che scende le scale come una principessa del dolore. Ascoltare la sua musica è come entrare in una casa delle bambole piena di polvere dove riecheggia una perfetta voce di donna che parla in prima persona del suo dolore, del suo amore e di tutte quelle cose che non potremo mai comprendere perché non siamo lei, ma al tempo, se fossimo donne, proveremmo ad immedesimarci in lei. Tra l’altro, “Sei tu” di Levante è l’unico pezzo del Festival scritto interamente da lei. Testo, e musica, oltre ad essere sola con la sua voce, sul palco, senza la presenza dei cori. Comunque, asciugate le lacrimucce, fa la sua apparizione J-Ax, con un abbigliamento che ricorda un po’ quello di Vittorio Feltri, ma con un cappello a tesa larga da Cowboy in testa. Si accompagna con un bastone da passeggio e scende le scale molto lentamente. Sul palco arriva anche un altro signore con un banjo. Spuntano delle cheerleaders con abbigliamento che rimanda al tricolore. D’altronde il pezzo s’intitola “Italia Starter Pack” e dai costumi alla scenografia, si ha la perfetta rappresentazione di un’Italia sempre più redneck. Il pezzo ricorda un po’ Hey Brother di Avicii, ma poi, verso il ritornello torna a riconoscersi lo stile di J-Ax che ad ogni modo, nonostante l’età che avanza, conosce la formula alchemica segreta per comporre una hit di successo. E’ il momento di Serena Brancale, che, vestita tutta di bianco scende le scale e rischia d’inciamparsi. Una presenza celestiale la sua. Il suo singolo è un requiem per sua madre, ed è perfetto per dare tutto lo spazio possibile alla sua voce pazzesca. Grandi applausi molto commossi da parte del pubblico. Dopodiché è il turno dell’ennesimo figlio d’arte in questa esibizione (Leo Gassman non l’abbiamo ancora citato). E’ LDA che insieme ad Aka7 canta Poesie clandestine. Un pezzo che fin dalla prima battuta ti coinvolge e da subito si capisce che siamo di fronte al prossimo tormentone dell’estate.
“Alle 19 tutti i giornalisti dovranno lasciare la sala” annuncia, dopo l’esibizione, il direttore di scena. Come mai? C’è qualcuno che vuole assistere alle prove che non vuole essere visto? Forse la Premier della cui presenza si è discusso molto nella prima conferenza stampa? Boh! I giornalisti iniziano a complottare, a intuire, a trasfigurare la realtà e intanto l’ora X si avvicina. E’ il turno di Maria Antonietta e Colombre. Fanno un pezzo molto carino, talmente carino che pure Carlo Conti, sempre in piedi balla e canta gesticolando forsennatamente. Poi, andiamo avanti veloce. E’ il turno di Tommaso Paradiso che canta “Sarebbe stupendo rovinare tutto”, che è davvero un gran bel pezzo che spezzerà tantissimi cuori di donna. Un pezzo perfetto per farsi ancora più del male quando si soffre per amore. Le 19 si avvicinano pericolosamente. I giornalisti che temono di essere redarguiti dal direttore di scena escono dalla sala. Alle 18 e 59 entra Samuray J con il suo pezzo, che è na mezza cafonata, però comunque molto ballabile e orecchiabile. Intanto, buona parte della stampa è uscita dal teatro, ma ad un tratto arriva la rettifica dal direttore di scena. I giornalisti possono restare. E’ il momento della bellissima Elettra Lamborghini. E allora viva viva la Carrà, un pezzo di tanta forma e poca sostanza. Il privilegio di chi è rimasto in sala stampa si trasforma in condanna, perché il pezzo di LDA e Aka7 va rifatto. E quindi replay e poi è il momento dell’ultimo figlio d’arte di questo festival. Leo Gassman che con quella camicia bianca forse si sente un po’ a disagio sul palco dell’Ariston, si vede che ogni suo passo è studiato e che viene mosso con una riflessione e una gravità innaturale. L’esatto contrario del titolo del pezzo che è “Naturale”. Finita l’esibizione torna Carlo Conti a girovagare senza pace per lo studio. “E’ arrivato Brugnoli”, annuncia il direttore di scena, per permettergli di salutare Carlo Conti. Dopodiché è il momento fatidico dell’ultima canzone, Opera di Patty Pravo, che con voce strascicata e difficoltà a pronunciare le sillabe canta la sua canzone. Fine. Uscendo dal teatro la luce abbaglia, siamo disorientati. La musica è finita, ma un motivetto continua a risuonare con allegria nell’anticamera del cervello. E’ “per sempre sì” e forse ci sbaglieremo, ma sarà questo il pezzo che potrebbe vincere Sanremo. E sarebbe giusto così, perché la musica italiana ha bisogno di un sole che la scaldi e questo è Sal Da Vinci, il Maradona del neomelodico italiano.