Siamo abituati a masticare il nulla condito da pseudoesperti nei talk show. Ci siamo nutriti per decenni dei dubbi di Garlasco, delle ombre di Emanuela Orlandi, di Erba, Yara Gambirasio e di quei gialli infiniti dove la verità è una corda talmente strattonata da spezzarsi puntualmente in più punti. Ma poi succede che la cronaca, quella vera, quella che, purtroppo, puzza di sangue più che di marcio, restituisce pure una giustizia che funziona. Ecco, è successo, ad esempio, a San Severo, tra i vigneti e la polvere della Capitanata, grazie a inquirenti che hanno cercato la verità a prescindere da tutto il resto. E senza abboccare a una recita del dolore. E’ così che è crollato il castello di carte di Ciro Caliendo, l’imprenditore vitivinicolo (con velleità politiche e candidato anche in una lista vicina al Movimento Cinque Stelle) che pensava di aver fregato tutti con una manovra al volante e un accendino, simulando un incidente stradale costato la vita alla moglie, bruciata dentro l’auto da cui lui, invece, era riuscito a fuggire. Tutto incredibilmente credibile. Fino a che, appunto, gli inquirenti hanno sentito il peso dei dubbi e la necessità di non accontentarsi (ciò che è mancato a Garlasco, per intenderci).
La certezza a cui si è arrivati? Quello di Lucia Salcone non è stato un incidente, ma un femminicidio rimasto mascherato giusto il tempo di una messinscena costruita con l’arroganza di chi crede che il fuoco cancelli tutto. Tutto e anche la logica. I fatti: la notte del 27 settembre 2024, lungo la Provinciale 13, una Fiat 500L finisce contro un albero. Un urto banale, direbbero i periti, una cosa da pochi chilometri orari, poco più di un parcheggio sbagliato. Eppure quell’auto diventa un inferno di fiamme. Dentro c’è Lucia, 47 anni, che muore carbonizzata. Fuori c’è Ciro, con le mani bruciate e un racconto confuso: un’auto che sbuca dal nulla, la sbandata, il tentativo eroico di tirare fuori la moglie rimasta incastrata nelle cinture.
Una tragedia perfetta, se non fosse stato per inquirenti mossi dalla fame per la verità. Gli investigatori della Stradale e della Mobile di Foggia ci hanno messo nove mesi di silenzio e analisi per spiattellare in faccia a Caliendo che la sua era una menzogna. Hanno calcolato che quell’auto viaggiava a 10 km/h: impossibile che un urto simile inneschi un rogo. A meno che il rogo non sia stato aiutato. E infatti nell’auto a gasolio sono spuntate pure tracce di benzina.
In verità c’è stato anche altro: una lettera a un "frate guaritore" scritta dallo stesso Caliendo. Un delirio esoterico, riferiscono fonti vicine alla Procura. Scriveva di essere vittima di rituali, di sangue mestruale servito a tavola per legarlo a sé, di "cattiverie sovrannaturali" che gli impedivano di separarsi: “disposto anche a sacrificare la vita di mia moglie pur di riavere la libertà". Una confessione anticipata, insomma. Caliendo – per farla meno contorta - voleva una vita "benedetta da Dio" con la sua amante, ma per ottenerla doveva liberarsi del peso di un matrimonio e, soprattutto, di un patrimonio che non voleva dividere.
L’autopsia ha poi messo il sigillo finale: Lucia è stata colpita alla testa, stordita, forse già priva di sensi quando le fiamme hanno iniziato a divorarla. È morta respirando monossido di carbonio, mentre il marito, fuori, si preparava il personaggio del vedovo inconsolabile. Ieri, però, per lui sono scattate le manette. E oggi si terrà il primo interrogatorio dopo la misura cautelare. "Solo lui sa come stava, io avevo il veleno dentro" - racconta oggi il papà di Lucia a un quotidiano locale. Raccontando anche che al dolore di una figlia ammazzata s’è aggiunto il dolore di due nipoti, figli della coppia, che si sono allontanati da quei nonni, che hanno disertato il ricordo della madre, restando dalla parte del genitore ancora vivo, forse intimamente convinti che la verità sia troppo brutta per essere accettata.