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La “capacità negativa” del giudice Vitelli? I “non lo so” oltre Garlasco, le Iene e il rigor mortis intellettuale [VIDEO]

Emanuele Pieroni

23 febbraio 2026

Ci voleva il magistrato che assolse Alberto Stasi a ricordarci che il dubbio non è debolezza, ma l’unico vero atto di disobbedienza civile (produttiva) che ci rimane? Ok, sta promuovendo il suo libro e forse sta pure difendendo una sua sentenza che è “finita cassata”, ma non sta sempre tutto così oscenamente in superficie. Dire “non lo so”, signori, potrebbe essere la crepa attraverso cui far (ri)entrare la luce (non solo a Garlasco)

Foto di: Ansa

di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

Se non sei certo, sei debole. Se non prendi posizione subito, sei complice. Il dubbio? E’ diventato sospetto adesso che siamo drogati di opinioni più urlate che supportate e di algoritmi che anestetizzano ogni curiosità oltre l’evidente. Ma se fosse proprio il dubbio l’ultimo baluardo della dignità umana? A farcelo chiedere – in un momento in cui la magistratura fa parlare solo per un “sì” o un “no” al prossimo Referendum – è stato un giudice. In televisione. Dentro quella macchina mediatica che vive di bianco o nero anche da dopo che s’è riempita di colori. A Le Iene il giudice Vitelli ha sì promosso il suo libro, ma ha pure fatto qualcosa di rivoluzionario con la grazia e il garbo di un uomo che è, e resta, delle istituzioni. “Diciassette anni fa ho assolto Alberto Stasi – ha detto - L'ho assolto perché avevo più di un dubbio sulla sua colpevolezza. Ma il ragionevole dubbio non è solo un principio giuridico per cui in caso di incertezza è preferibile correre il rischio di avere un colpevole fuori piuttosto che un innocente in carcere. Il dubbio è anche, e prima ancora, una fondamentale risorsa nella vita di ciascuno di noi”.

“Avevo più di un dubbio”. In una frase che sembra quasi scandalosa c’è il cuore di tutto oltre all’anima di un uomo che vive di sentenze dentro un’epoca di sentenze immediate, hashtag definitivi e dove il dubbio appare come il tentennamento tipico dei deboli. In realtà è la fessura attraverso cui la verità — sempre parziale e mai assoluta come la vorrebbe la Giustizia dei tribunali — può ancora filtrare. Il dubbio, cazzo, è responsabilità. Quanto di più distante, insomma, dalla sterile esitazione. Perché è quella sospensione del giudizio che onora la realtà invece di negarla, secondo il metodo che fu addirittura di Cartesio, rifiutando di ridurla a un dispositivo. O, peggio, a un meme. Vitelli lo dice con la concretezza di chi ha dovuto decidere davvero. “Quando prendiamo una decisione importante – continua - di qualunque natura sia, il dubbio ci invita a mettere in discussione le nostre intuizioni, a non fermarci alla soluzione più semplice e rassicurante, a non assecondare le aspettative degli altri. È faticoso ascoltare i nostri dubbi, certo, ma è anche una responsabilità che non dobbiamo respingere”.

Faticoso, sì. Ma necessario. Il caso di Garlasco è diventato negli anni un’arena permanente, una battaglia di certezze granitiche almeno quanto sono stupide. Eppure la verità processuale – che purtroppo a volte può essere pure viziata da meccanismi poco puliti o comunque poco chiari – dovrebbe nascere dalla capacità di restare aperti. Psicologicamente, sostenere il dubbio significa tollerare l’ambivalenza, non rifugiarsi nel bianco o nero per sedare l’ansia dell’incerto. Si chiama “capacità negativa”: stare nelle incertezze senza l’irritabile bisogno di una risposta definitiva.

Vitelli
Stefano Vitelli ai tempi della sentenza di primo grado

“Ma siamo ancora in grado di dubitare? – si chiede ancora Vitelli - Nel mondo superveloce ed efficiente di oggi siamo ancora in grado di dire non lo so?” Domanda da rivoluzionari veri. Perché dire “non lo so” è, adesso, l’unico vero atto di disobbedienza possibile. “I nostri figli – incalza il magistrato - che ogni giorno sui social sono chiamati a esprimere le loro opinioni alzando o abbassando il pollice sono ancora in grado di articolare una risposta che non sia solo un mi piace o non mi piace? I nostri ragazzi, che spesso all'università e nei concorsi devono solo sbarrare la casella esatta, in modo da rendere la selezione più veloce e oggettiva, sono ancora in grado di dire forse, motivandone le ragioni?”. Forse, il babbo cinico e sintetico dei “non lo so”. Una parola sola che, se andiamo a guardare, ha originato pensiero.

Il dubbio, come dice quel Vitelli - per chi riesce a andare oltre Garlasco, Stasi, Sempio e bla bla bla - è l'unico correttivo all'entropia del pensiero: senza il dubbio, la mente si cristallizza in un'identità che è, di fatto, un rigor mortis intellettuale. "Chi dubita sa - scriveva Leopardi a sua sorella paolina - E sa il più che si possa. La ragione umana si allontana dal vero senza dubitare mai". Chi dubita, quindi, fa spazio piuttosto che imporre o imporsi. Fare spazio, però, richiede più tempo e, purtroppo, richiede pure più fatica, anche se, come conclude proprio Vitelli in quel monologo che è molto di più della promo di un libro e della difesa di una vecchia sentenza di primo grado, “poco importa se alla fine l'esito non è bianco o nero, sarà meno spettacolare ma più giusto”. mIl dubbio come ossigeno di ogni decisione, quindi, non come nemico della decisione. Il dubbio come tocco umano da fantasisti della concretezza verso un tempo in cui lasceremo fare tutto, o sempre di più, all’AI, così drogati come siamo di risposte istantanee. Dire “non lo so”, addirittura per chi le sentenze deve farle per lavoro, è la scelta radicale di restare umani. Imperfetti. Fallibili. Pensanti.

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Foto di:

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