Alla fine ci siamo arrivati, pure i giornalisti duri e puri, quelli simbolo della stampa libera, che rompe le palle al potere, sono diventati influencer a tutti gli effetti e usano quei metodi lì: le intimidazioni a mezzo social. Uno su tutti, Sigfrido Ranucci, che da mesi sta dietro a Esperia, prendendo spunto – possiamo dirlo? – dall’inchiesta che noi e altre due testate abbiamo fatto ben prima di Report. Le premesse erano buone: chiedersi da dove arrivassero i finanziamenti che hanno portato il canale conservatore a essere uno dei più seguiti del momento. Il problema è stato costruirci sopra un castello di retorica ideologica basato su illazioni e suggestioni utili a rendere un’inchiesta giornalistica l’ennesima occasione per attaccare, per motivi politici e non fattuali, la galassia del centrodestra. Ci hanno provato con vari servizi, Ranucci li cita anche nel suo ultimo libro e proprio per questo Esperia, che ha capito come lavora il programma Rai, ha deciso di ripagare Ranucci con la stessa moneta andando a una presentazione del conduttore per provare a metterlo alle strette. E mentre Report, basta guardare i numeri, non è riuscito a scalfire il successo di Esperia, Esperia pare essere riuscita a mandare in tilt l’eroe del giornalismo libero e indipendente, che reagisce nel peggiore dei modi possibili. Ieri Ranucci pubblica, infatti, una foto di Pietro Dettori e Gino Zavalani (quest’ultimo direttore editoriale di Esperia), di fronte agli “uffici di Fdi” e cioè alla sede dei gruppi parlamentari (tutti, non solo quelli di Fratelli d’Italia). Ranucci ironizza: “Il Gotha della piattaforma social Esperia, Pietro Dettori e il direttore Gino Zavalani, social manager di Sallusti che entrano negli Uffici di Fdi in viale del Vicario 21. Avevano detto ai nostri microfoni di essere lontani dal Governo. Saranno andati sicuramente a fare un'intervista critica che vedremo prossimamente su Esperia” e lascia la porta aperta a dietrologie e complottismi vari, storpiando la dichiarazione di Esperia secondo cui non vi sarebbe alcun legame materiale (e cioè economico) tra l’attuale maggioranza di governo e il loro media.
Ora, al di là del merito, e al di là delle inchieste che sono sempre legittime, le cose gravi sono due. Uno: Ranucci fa una cosa del genere a due persone che, fino a prova contraria, non hanno fatto nulla di male e sono colpevoli di aver creato un media conservatore politicamente non allineato al target di Report. La foto non dimostra niente tra l’altro, ma alimenta le più fervide e isteriche fantasie chiamate, senza cognizione di causa, antifasciste. Queste due persone, poi, sarebbero, almeno in senso generale, due suoi colleghi, perché anche loro si occupano di comunicazione, media e informazione, magari in un modo diverso, in un modo nuovo, in un modo che in Italia, dove tutto passa dall’irreggimentazione dell’Ordine dei giornalisti, magari neanche capiamo. Due: Ranucci sta praticamente dicendo che Report può arrivare dove vuole, che può raccogliere materiale a piacere e usarlo, nei servizi o sui social, a prescindere dal fatto se ci sia o no una notizia. In altre parole, Ranucci sta dicendo che qualsiasi movimento questi due faranno, due persone, ricordiamolo, incensurate, potrebbero essere fotografate. E se rompono le palle e fanno domande alle presentazioni dei libri di Ranucci, il giorno dopo si trovano le loro foto in giro. A noi, che scriviamo, una cosa del genere è successa l’anno scorso. C’erano di mezzo chi scrive, il direttore Moreno Pisto e Massimiliano Zossolo di Welcome to Favelas. A farlo, anche in quel caso, una “collega”, che non ha avuto problemi a lasciare intendere di avere uccellini a ogni angolo della strada. Questo significa alimentare la cultura del sospetto e il tiro al bersaglio nei confronti di persone che fanno il proprio lavoro, non violano la legge e hanno l’unica colpa di non pensarla (sempre) come chi si sente il buono della storia. Allora sapete che c’è? Meglio essere cattivi. Perché in democrazia sono evidentemente i buoni a far paura.