“Sanno a memoria la legge divina, ma dimenticano sempre il perdono”. Fabrizio De Andrè l’ha scritto anni fa, parlando del clero e della chiesa in genere. A dimenticare il “perdono” o, meglio, a dimenticare come si chiede perdono e quanto è opportuno chiedere perdono, ormai, è pure la sinistra. Che poi, a guardare bene, è esattamente una chiesa sporca quanto la chiesa e sempre più a corto di fedeli. Ma pronta a parlare ai follower. Premessa sui massimi sistemi? Sì, sicuramente sì, ma torniamo sulla terra: 25 maggio 2026. A Macerata città s’è votato. Il candidato sindaco uscente di centrodestra, Sandro Parcaroli, nonostante cinque anni non senza critiche, non è eletto al primo turno per dieci voti o giù di lì. Macerata, dicevano da sinistra, sarebbe stata una di quelle città che avrebbe mandato un segnale chiaro a Giorgia Meloni. Solo che il segnale, almeno quello che è arrivato da Macerata, oggi, è inequivocabilmente un altro: cara Giorgia, ti mancano dieci voti per fare cappotto!
L’hanno visto tutti. L’hanno capito tutti. Anche perché non è successo solo a Macerata. A Macerata (e provincia), però, c’è chi non se ne è accorto. Chi? Quelli che oggi avrebbero dovuto chiedere “perdono” per non aver saputo formulare alternative che risultassero minimamente credibili. Invece è bastato aprire i social per accorgersi che da sinistra l’unico commento che non è arrivato è “scusate tutti”. Anzi: giù a inveire contro il popolo bue. E, capolavoro dei capolavori, c’è pure il post di un ex presidente di Provincia e ex sindaco della rivale Civitanova Marche, Giulio Silenzi, oggi pezzo grosso del Partito Democratico, che si arma di tastiera per fare cosa? Per prendere per il culo quelli che hanno vinto. Chiedendoni quasi di chiedere scusa per il festeggiamento dovuto a una ventina di voti confusi piuttosto che chiedersi come chiedere scusa per gli oltre 1600 voti che la sinistra ha preso in meno del rivale. Dandogli, ai rivali, degli autentici coglioni per aver festeggiato quando lo scrutinio raccontava di una maggioranza di circa il 55%, salvo poi sbattere sui dati ufficiali che hanno invece raccontato sì una vittoria imbarazzante, ma “solo” con il 49,97% dei voti. Signori, è tutto vero: quelli che stravincono vengono presi per il culo da quelli che straperdono perché, a loro dire, non hanno vinto abbastanza. Siamo alla follia? Sì e c’è solo da prenderne atto.
Oppure c’è anche altro da fare: accorgersi che il messaggio chiaro, anche da Macerata, è effettivamente partito. Ma non è un messaggio a Giorgia, è un messaggio proprio a quella sinistra beceramente imbarazzante e così distante dal pianeta terra e da anche solo il dubbio sull’unico primo passo da fare: scusarsi e ricominciare. Invece assistiamo a un’ostinazione quasi commovente nel modo in cui la sinistra italiana contemporanea coltiva la propria irrealtà. Una dedizione assoluta. Certosina. Maniacalmente impiegata nel recidere ogni residuo cordone ombelicale con la terraferma. Per consegnarsi- o almeno è quello che fanno credere - a una levitazione mistica sopra le miserie del quotidiano, risultando capaci solo di riunirsi in rarefatti cenacoli per dibattere sui massimi sistemi del politicamente corretto. Sui suffissi inclusivi. Sui pronomi adatti. E su un finto pacifismo da salotto, tanto lirico quanto geometricamente distante da qualsiasi pragmatismo geopolitico.
Da una parte fanno tenerezza, in quel loro sublime distacco. Dall’altra, invece, ricordano tristemente il monito di Eraclito, che sul saper divenire in base alla presa di coscienza delle aspre verità c’ha fondato tutto il suo pensiero. “I desti – scriveva - hanno un mondo unico e comune, ma ognuno di coloro che dormono si volge a un mondo suo proprio”. Ecco, i vertici/influencer della sinistra odierna dormono, cullati dal finto calore a energia solare di un’egemonia culturale autoreferenziale. E si sono rifugiati in un mondo loro proprio. Tipo i puffi, solo che mezzi rossi invece di blu. Un micromondo idilliaco dove la complessità della vita viene sterilizzata da un buonismo becero. E dove l’antifascismo si è ridotto a un feticcio puramente performativo, agitato a ogni giro d’orologio per evocare spettri estinti da ottant'anni, nascondendo così la totale assenza di un’idea di futuro. Ma badando bene di dare sempre addosso agli altri anche quando sono stati evidentemente più bravi. Migliori. Più capaci. Più meritevoli e adatti alla competizione Con i nuovi inquisitori che, nei fatti, mostrano solo un’intolleranza strisciante e un autoritarismo verbale che, per paradosso, scimmiotta proprio quei metodi liberticidi che a parole giurano di combattere.
Il peccato originale di questa mutazione genetica ha radici precise. Bisogna guardare a quel bacino di reduci del Sessantotto. Sì, proprio loro: una generazione che ha fallito persino il tentativo di scalzare il precostituito e che, per consolarsi del proprio fallimento storico, si è riciclata nella peggiore élite risentita. Trasformati da rivoluzionari della domenica a burocrati dello spirito, questi ex incendiari oggi gestiscono le cattedre, i media e le fondazioni, mossi da un egualitarismo rancoroso che non tollera il merito e che disprezza profondamente proprio quel popolo che un tempo pretendeva di redimere. Hanno la sindrome rancorosa dei beneficiati e rifiutano ogni proposta di cura. Affogando nel narcisismo etico: il bisogno disperato di sentirsi dalla parte giusta della storia. Ma rigorosamente a spese d'altri per incapacità proprie anche di mera autocritica.
L’elettore storico, l’operaio, l’artigiano, il piccolo commerciante, guardano a questo spettacolo con una rassegnazione che ha ormai superato la fase della rabbia per approdare a un definitivo e gelido disincanto. Chi si alza all'alba per guadagnarsi la giornata non ha il tempo né il lusso di assecondare le nevrosi identitarie di una classe dirigente che vive di astrattismi. La "gente", tanto disprezzata dai colti (ma poi colti dove?) esteti della politica, si farebbe volentieri il bidet con la demagogia, ma banchetterebbe con risposte concrete sui temi del quotidiano. Chiede, banalmente, di essere compresa. Ma per comprendere il reale bisognerebbe sporcarsi, andare un po’ più forte dei 30 orari imposti in nome di Greta, uscire dalle ztl, smettere di criminalizzare il denaro (quando non è il loro) e accettare l'idea che il mondo non coincide con l'ultimo editoriale di Saviano, Travaglio e la Albanesi. Fino ad allora, Macerata o non Macerata, la sinistra rimarrà questa inutile, e forse neanche tanto ecologica, architettura vuota: un’avanguardia senza retroguardia, un esercito di generali con le clark e l’eskimo (perché lì sono rimasti) che impartisce ordini a un popolo che ha già cambiato divisa. E oggi a quei generali gli ride dietro quando legge certi post all’indomani di una batosta epica.