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26 maggio 2026

Se il futuro sarà senza lavoro, diteci come caz*o dovremo vivere

  • di Christian Contessa Christian Contessa

26 maggio 2026

Elon Musk dice che presto il lavoro sarà come "coltivare un orto" in giardino: lo farà solo chi ha voglia di farlo, gli altri andranno al supermercato della vita. Sam Altman ci promette l'arcadia, "un'era dell'intelligenza" di abbondanza condivisa. Dario Amodei, il capo di Anthropic, è meno poetico: parla di "bagno di sangue dei colletti bianchi". Ma il "futuro senza lavoro" che ci annunciano i profeti californiani, in realtà, per metà del pianeta è già arrivato da almeno dieci anni. Camus aveva già visto tutto nel '42, dentro un'Europa che bruciava. Pasolini pure. Ogni volta ci siamo ritrovati con una catena nuova, più sottile, più elegante, più psicologica. Stavolta, però, la catena potrebbe essere diversa. Potrebbe essere il vuoto

Foto: Ansa

Se il futuro sarà senza lavoro, diteci come caz*o dovremo vivere

Elon Musk, dal palco di un forum a Washington, dice che presto il lavoro sarà come "coltivare un orto" in giardino: lo farà solo chi ha voglia di farlo, gli altri andranno al supermercato della vita. Sam Altman ci promette l'arcadia, "un'era dell'intelligenza" di abbondanza condivisa. Dario Amodei, il capo di Anthropic, è meno poetico: parla di "bagno di sangue dei colletti bianchi". Pare che il lavoro come lo abbiamo conosciuto è in liquidazione. Il lavoro è stato l'asse portante del Novecento. Punto. Non lo dico io con la nostalgia del boomer: lo dicono i libri di storia, quelli che evidentemente non sono più di moda nei pitch delle startup. Il lavoro è stato la struttura intorno a cui si sono costruite le democrazie occidentali, i sindacati, il welfare, la classe media, il diritto di voto pieno, persino la geografia delle città. Le periferie operaie sono nate per il lavoro. Le costituzioni — la nostra in primis, "fondata sul lavoro", scritto a caratteri cubitali nell'articolo uno — sono nate per il lavoro. Il Primo Maggio, il calendario civile dell'Occidente, le pensioni, la previdenza, la sanità pubblica: tutto è cresciuto su quel telaio. E quando il telaio si è strappato, sapete cosa è successo? È successo il Novecento sbagliato. La crisi del '29, sei milioni di disoccupati in Germania, Hitler che vince le elezioni. La Repubblica di Weimar non è caduta perché mancava il dibattito culturale: è caduta perché mancava lo stipendio a fine mese. Le Brigate Rosse nascono dentro il malessere operaio degli anni Settanta. Il fascismo italiano cresce sulla disoccupazione del primo dopoguerra. Non è teoria politica da bar, è una costante storica: dove non c'è lavoro c'è la guerra, o qualcosa che le somiglia molto da vicino — guerra civile, guerra sociale, guerra commerciale. Per "lavoro" intendete pure business, intendete economia che gira, intendete tessuto produttivo che respira. Quando smette di respirare, qualcuno tira fuori la pistola. Statisticamente, sempre. E adesso, con la disinvoltura di chi annuncia il lancio di una nuova app, tre signori californiani ci stanno dicendo che quel telaio possiamo smontarlo. Anzi: lo stiamo già smontando. Metà dei lavori d'ufficio d'ingresso bruciati nei prossimi cinque anni, disoccupazione al 10-20%. E noi a discutere se Claude 5 sia meglio di GPT-6. L'IA è un mercato nuovo. È la rivoluzione, non una rivoluzione: nessuno qui sta esagerando, anzi forse stiamo ancora sottostimando. Ma una rivoluzione si misura dai cocci che lascia per terra, non dai comunicati stampa del fondatore. E i cocci, questa volta, non sono i tassisti scontenti di Uber o i tipografi spazzati via dal desktop publishing. I cocci, questa volta, siamo noi. Noi Gen X, che ci ricordiamo ancora di un mondo in cui il lavoro era un mestiere e non un personal brand. E soprattutto i Gen Z, per cui il lavoro si è già trasformato — silenziosamente, senza che nessuno lo dicesse — nella vendita della propria attenzione. Della propria faccia, del proprio tempo, delle proprie emozioni messe in vetrina ventiquattr'ore su ventiquattro. Vendere la propria attenzione: questo è il "lavoro" che la nuova economia ha riservato ai ventenni di oggi, e li abbiamo educati a farlo a tavola con il biberon e l'iPad. Da quando hanno aperto gli occhi. Niente sindacato, niente contratto, niente pensione, niente Primo Maggio. Solo la metrica delle views, l'algoritmo che decide se quel mese mangi, la dopamina come busta paga.

Elon Musk
Elon Musk Ansa

Il "futuro senza lavoro" che ci annunciano i tre profeti californiani, in realtà, per metà del pianeta è già arrivato da almeno dieci anni. Si chiama economia dell'attenzione, ed è un lavoro travestito da divertimento, una catena di montaggio dove il luogo del lavoro è il feed. Tutto previsto. Tutto già in funzione. Manca solo che lo prendiamo per quello che è e gli diamo un nome dignitoso, invece di chiamarlo "creatività" o "passione" o "personal branding". L'umanità è pronta a un cambio di sistema operativo di questa portata? No. La risposta è no, ed è già scritta sotto i nostri occhi. Guardate dove vanno i venti, in Occidente, da qualche anno a questa parte. Tornano i nazionalismi, tornano le destre dure, tornano gli uomini “forti” archetipici, tornano le dittature morbide (esempio, le policy delle big tech) e quelle non più tanto morbide, torna il pensiero unico — di destra o di sinistra fa lo stesso, conta il prefisso unico. Non è un caso, non è una coincidenza, non è "la gente si è arrabbiata per i migranti". È che un'attenzione che non si lascia perdere ha bisogno di un pugno chiuso che la tenga ferma. Le democrazie liberali del Novecento avevano il lusso di permettersi il dubbio, la sfumatura, l'astensione, perché poggiavano sul telaio del lavoro. Tolto il telaio, salta il dubbio. E al posto del dubbio mettono il leader, la bandiera, il nemico settimanale. L’ultima opera di Banksy, in questo senso, fa riflettere. L'AI, da questo punto di vista, non è un soggetto neutro: è il moltiplicatore perfetto. Entrerà — anzi: sta già entrando — dentro le nostre vite private, dentro i nostri conti correnti, dentro le decisioni di salute, dentro l'educazione dei figli, dentro le sentenze, dentro i prestiti, dentro le assunzioni. Ovunque. Ogni cosa ottimizzata, ogni cosa prevista, ogni cosa sorvegliata da un occhio che non chiude mai la palpebra. Ecce homo, ecce Orwell — solo che Orwell, povero, aveva immaginato il Grande Fratello come uno schermo nero che ti spiava dal salotto. Non aveva immaginato che ce lo saremmo comprato noi, l'avremmo messo sul comodino, gli avremmo dato un nome amichevole -smart- e ringraziato per il favore. Della parte umana — cosa fanno otto miliardi di persone se non lavorano più, ma vendono la loro testa ai migliori offerenti dell'algoritmo — discutono tre o quattro filosofi e qualche dotto columnist. Nessun politico occidentale ha il coraggio di nominare la cosa, perché nominarla significa ammettere che la promessa madre — non lavorerete più — è una minaccia camuffata da regalo, e che la storia, quando ha tolto il lavoro agli uomini, non ha mai distribuito orti: ha distribuito rabbia. Resta la domanda di Musk, che è poi la sola che gli interessa: "Se i computer e i robot possono fare tutto meglio di te, la tua vita ha ancora un senso?" Ce lo siamo già chiesto, Camus aveva già visto tutto nel '42, dentro un'Europa che bruciava: il lavoro, scriveva, era diventato il posto della metafisica, l'ultimo telaio di senso dopo la morte di Dio, e Sisifo era l'uomo che spingeva il masso sapendo che sarebbe rotolato giù — ma almeno aveva il masso. Pasolini, trent'anni dopo, lo dice con la rabbia degli Scritti Corsari: il neocapitalismo del consumo aveva sostituito l'identità del lavoro — operaio, contadino, artigiano — con la mutazione antropologica del consumatore omologato. Aveva fatto sparire il telaio sostituendolo con il centro commerciale. Ma se davvero vogliamo capire dove stiamo andando, dobbiamo tornare molto più indietro. Al 476 dopo Cristo, al giorno in cui un capo barbaro di nome Odoacre depose l'ultimo imperatore romano d'Occidente, un ragazzino chiamato — con una di quelle ironie che la storia si concede — Romolo Augustolo. Era la fine di mille anni di Roma. E non era cominciata quel giorno. Era cominciata decenni, secoli prima, quando l'impero, per dissolutezza e per comodità, aveva smesso di lavorare e aveva cominciato a importare barbari. I barbari coltivavano i campi al posto dei romani. I barbari facevano l'esercito al posto dei romani. I barbari riscuotevano le tasse, costruivano le strade, presidiavano le frontiere. I romani veri, intanto, andavano alle terme, alle corse dei carri, ai banchetti. Esternalizzavano il lavoro e con il lavoro esternalizzavano, senza accorgersene, l'identità, la dignità, la capacità di difendersi da sé. Finché un giorno il barbaro non si è alzato dalla sua mansione di servizio e ha detto: adesso comando io. E nessuno ha avuto la forza di rispondergli, perché nessuno sapeva più fare niente, nemmeno quello.

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L'ultima opera di Banksy apparsa a Londra Ansa

Oggi i nostri barbari non hanno la lancia, hanno il prompt. Si chiamano Claude, ChatGPT, Gemini, Copilot. Li abbiamo importati con entusiasmo, con un abbonamento mensile, per non dover più fare i lavori che facevamo prima. Per non scrivere più, non calcolare più, non disegnare più, non programmare più, non pensare più. Vanno benissimo, sono efficientissimi, costano un decimo di un dipendente umano. Il problema è uno solo, e i romani l'avevano capito troppo tardi: quando smetti di fare una cosa, smetti anche di saperla fare. E quando smetti di saperla fare, qualcun altro la fa al posto tuo. E quello che fa al posto tuo, prima o poi, si siede sulla tua sedia. Siamo i reduci di tre rivoluzioni digitali e ce ne tocca una quarta a stomaco vuoto, senza un Marshall, senza un Beveridge, senza nessuno che stia pensando seriamente alla parte dopo. Siamo quelli che si sono fatti tutti i passaggi: dal telefono a grafite con il lucchetto sul tastierino a Claude Opus che ti crea una app senza sapere una riga di codice. Dal bigliettino piegato in quattro dove la compagna di banco doveva mettere una croce su "sì" o "no" per uscire con te, al gioco della bottiglia in cantina, fino a OnlyFans dove la stessa ragazza, trent'anni dopo, ti fa pagare 9,99 al mese per mostrarti un alluce del piede mentre prende il cappuccino. Ogni volta ci hanno detto: sarete più liberi. Ogni volta ci siamo ritrovati con una catena nuova, più sottile, più elegante, più psicologica. Stavolta, però, la catena potrebbe essere diversa. Potrebbe essere il vuoto. E il vuoto, storicamente, le persone lo riempiono come possono. A volte male. I ragazzi dei campus americani fischiano ai rettori che parlano di IA e futuro e poi c’è un primo caso interessante di “resistenza”. Christopher Nolan ha girato The Odyssey, in uscita il 17 luglio prossimo, interamente in pellicola IMAX 65mm: il primo lungometraggio della storia del cinema realizzato per intero in formato analogico di grande formato. Duecentocinquanta milioni di dollari per dire al mondo che il digitale, l'AI, gli upscaling, i deepfake, gli effetti generati possono pure andare al diavolo — un film grosso si fa con la pellicola, si gira al sole vero, sull'acqua vera, con attori veri che rischiano di affogare davvero (chiedere a Matt Damon, che ha definito The Odyssey il film più duro della sua vita). E in un'intervista a 60 Minutes, l'altro giorno, Nolan è stato ripreso mentre — in un'epoca di intelligenze artificiali che generano cortometraggi in trenta secondi — tagliava e incollava i fotogrammi con le forbici, a mano, come si faceva nel Novecento. Il giornalista ha sintetizzato così: "Art — the hard way". L'arte fatta nel modo difficile. Il regista che più di tutti ha capito la sintesi tra tecnologia e racconto, che ha fatto film sul tempo, sulla fisica, sulla bomba atomica — proprio lui sceglie il gesto antico, la lentezza, il rischio analogico, l'errore possibile. Sta facendo, con duecentocinquanta milioni di dollari, esattamente quello che noi possiamo fare con un quaderno e una penna: rivendicare il fatto umano. Allora — qui faccio sul serio, con buona pace degli accelerazionisti — una proposta ce l'avrei, piccola, modesta, ridicola apposta. Fondiamo un movimento di refusi. Di errori di battitura. Di virgole messe a caso. Di paragrafi che zoppicano. Di "perché" senza accento. Di testi non formattati. Di frasi che si pentono a metà e ricominciano. Ribelliamoci all'output pulito, all'estetica ChatGPT, al paragrafo che chiude sempre con la frasetta a effetto — quella, sì, proprio quella che state immaginando. Lasciamo che si veda la mano umana che trema, l'aggettivo sbagliato che però era il primo che ci era venuto in mente e quindi era il più vero. Perché se la macchina sa fare tutto in modo impeccabile, la nostra unica rivoluzione possibile è il difetto. Rallentare apposta. Tornare a sbagliare a mano. Senza correttore. Come Nolan con le forbici e i fotogrammi. Almeno fino a quando qualcuno, da qualche parte, non si decide a spiegarci come si campa quando il lavoro — il telaio, il pilastro, l'articolo uno — non c'è più.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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