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26 maggio 2026

Il processo per l’omicidio Boiocchi a una svolta. Bellebuono show legge le sue confessioni: “Chiedo scusa alla famiglia di Vittorio: la mia vita è fatta di eccessi”. Beretta litiga con gli avvocati e Ferdico sbuffa

  • di Domenico Agrizzi e Moreno Pisto

26 maggio 2026

Il processo per l’omicidio di Vittorio Boiocchi è arrivato nel momento decisivo: dopo quasi quattro ore di ritardo comincia l’esame degli imputati. Ma prima Daniel D’Alessandro Bellebuono legge delle dichiarazioni spontanee in cui chiede scusa alla famiglia dello Zio: “La mia vita fatta di eccessi. La cocaina mi ha portato a prendere decisioni discutibili senza alcun tipo di lucidità”. Il primo imputato a parlare è Andrea Beretta e durante il suo intervento Marco Ferdico si muove nervoso: “Lui e Gianfranco volevano entrare sulla linea di comando”, racconta l’ex capo ultras: “Quando ho preso il controllo in curva Nord ero come entrato in guerra”. È un’udienza lunga, fatta di litigi tra Beretta e gli avvocati Cappetta e Perlino e alcuni scontri tra le difese e i pm. I Ferdico non hanno ancora parlato. Ecco il racconto dal Tribunale di Milano

Foto: Ansa

Il processo per l’omicidio Boiocchi a una svolta. Bellebuono show legge le sue confessioni: “Chiedo scusa alla famiglia di Vittorio: la mia vita è fatta di eccessi”. Beretta litiga con gli avvocati e Ferdico sbuffa

L’udienza comincia con tre ore e mezza di ritardo perché il collegamento con Andrea Beretta ha dei problemi e deve essere trasferito in un’altra struttura. In aula c’è Marco Ferdico, camicia Burberry, pantaloni Dsquared e scarpe Gucci. Cammina avanti e indietro nel gabbiotto, aspetta di dire la sua e soprattutto di sentire cosa hanno da dire Beretta e Daniel D’Alessandro Bellebuono. La moglie di Vittorio Boiocchi e le figlie sono come sempre in prima fila. Si scambiano qualche occhiata con Marco, che osserva e ogni tanto fa un mezzo sorriso. Ci sono anche altri ultras, pure Franco Caravita con il casco in mano e la polo dell’Inter. L’esito di questa Serie A per gli interisti è da godere: vittoria del campionato, cugini milanisti fuori dalla Champions League e sommersi dai fischi nell’ultima a San Siro. Caravita passa davanti a Ferdico e va a sedersi vicino a Gianna Pisu, fissa da lontano Marco, tenendo gli occhiali da sole; dalla parte opposta ci sono Aurora Simoncini a fianco della sorella di Ferdico, Marco le saluta, chiede loro come stanno. Sorride. In aula c’è molta stampa a differenza delle ultime udienze. Presente anche il pm Paolo Storari. La sensazione è che si tirerà per le lunghe e che non basterà la giornata per sentire più di due imputati.

Vittorio Boiocchi, ucciso il 29 ottobre del 2022
Vittorio Boiocchi Ansa

Prima dell’inizio una premessa: la presidente Antonella Bertoja riferisce che a Beretta sono stati restituiti gli effetti personali, quindi portafoglio e documenti, dissequestrati il 12 maggio 2026. L’avvocato della famiglia Boiocchi dichiara che Marco Ferdico e Pietro Andrea Simoncini hanno dato un acconto per il risarcimento: 40mila euro a Gianna Pisu, 35mila per ognuna delle figlie di Vittorio. Il primo ad essere sentito però è il sovrintendente capo di Milano che dal 2015 segue le tifoserie organizzate, prevalentemente quella dell’Inter. Racconta che il 26 dicembre 2018, con la morte di Daniele “Dede” Belardinelli, in curva Nord c’è una svolta. Viene sciolto il vecchio direttivo, Boiocchi e Beretta diventano i leader. A quel tempo Ferdico non aveva nessun ruolo, Gianfranco neanche, era un frequentatore che accompagnava il figlio, niente più. L’avvocato Perlino domanda: di qualcuno della famiglia Idà ha avuto traccia in quel periodo? No, nessun riscontro, risponde il sovrintendente.

Andrea Beretta, ex capo ultrà ora pentito
Andrea Beretta, ex capo ultrà ora pentito

L’ammissione di D’Alessandro

Daniel D’Alessandro è l’unico che fino ad ora non aveva parlato. Lui non verrà sottoposto ad esame, leggerà solo delle dichiarazioni spontanee: “Ammetto la piena responsabilità dell’omicidio Boiocchi e porgo scuse sincere ai suoi familiari”, esordisce. “Il mio percorso di vita” è segnato da dipendenza da cocaina e “questo mi ha portato a prendere decisioni discutibili senza alcun tipo di lucidità”. Boiocchi “non lo conoscevo personalmente”, non sapeva nemmeno che volto avesse. “Accetto per soldi”, erano “soldi facili” che “mi avrebbero permesso di proseguire la vita fatta di eccessi”. Parla dal carcere con una tuta grigia, il solito taglio rasato ai lati e i capelli raccolti. Legge la dichiarazione che ha preparato e cita tante volte Marco, il suo amico, l’uomo che ascoltava sempre, che gli impartiva ordini mai contestati. Quando Mauro Nepi gli dà il borsone con i soldi nemmeno si chiede cosa ci fosse dentro. La sera prima dell’omicidio era a farsi di coca, non dorme. Lui e Pietro Andrea si appostano in un campo vicino a via fratelli Zanzottera, vengono avvertiti quando lo Zio è quasi arrivato. Lì va in “confusione totale”, sveglio da quasi due giorni, ancora sotto effetto di droga, è teso. Simoncini è agitato persino più di lui, quindi Bellebuono prende in mano la situazione, chiede al compagno di “scarrellare la pistola”, si avvicina a Vittorio e fa fuoco. “Da quel momento in poi ho una sorta di choc”. Scappa immediatamente in moto, sale sul furgone e getta la pistola nel laghetto di Trezzano sul Naviglio. Ormai è fatta: il piano è concluso, nonostante tutto.

Daniel D'Alessandro, "Bellebuono"
Daniel D'Alessandro, "Bellebuono" Ansa

Il rapporto tra Bellebuono, Ferdico e Beretta

Bellebuono legge i suoi appunti, sfoglia le pagine e si ferma. Prende fiato. D’Alessandro ha per Ferdico un senso di riconoscenza: Marco e Gianfranco lo aiutavano, gli prestavano dei soldi. Bellebuono riponeva totale fiducia in loro. Tanto che quando Marco gli propone di entrare nel piano non chiede nemmeno quanto ammonta la ricompensa. Accetta e basta. “Nel periodo prima mi danno piccole somme”, a cosa fatta altri “5-6mila” euro e subito dopo scende in Calabria per far calmare le acque. Anche lì però fa dei casini, litiga con la gente del posto e viene rispedito a Milano. È Gianfranco che lo va a prendere, gli dà altri soldi (non quelli per l’omicidio): “Con lui non parlavo di cose di curva”. Infine Marco salda il conto per un totale di “15-16mila euro”. L’altra grande questione in cui è invischiato è l’omicidio Bellocco. “Marco mi disse che c’era la possibilità” di far fuori Beretta, “il mio compito sarebbe stato di guidare una macchina” e portare Andrea in Francia. Della crisi tra Andrea e Totò in realtà aveva solo una vaga idea. “Parlavo solo con Marco, delle tensioni di Antonio con Beretta non sapevo se non tramite Marco, con Totò non parlavo mai di cose criminose”. Dopo sarebbe toccato a lui. Si ferma di nuovo prima di riprendere il racconto. “La mia intenzione era far saltare l’omicidio di Andrea, volevo far sì che eludesse il tranello dove sarei morto pure io”, per questo “gli dissi di fingersi malato”, parla con lui “un po’ di sere di fila per dirgli che dovevamo stare attenti”. Però chiarisce: “Non avevo intenzione di organizzare altri omicidi, volevo solo sventare quello di Andrea, mai avrei pensato ad ammazzare altri compagni di curva”. Loro “erano fratelli”. Bellebuono dice di essere finito nel piano per il suo passato da tossico, perché era considerato inaffidabile e perché era lui il filo che avrebbe tenuto insieme il potenziale omicidio di Beretta e quello di Boiocchi. “Ho coscienza di ciò che ho fatto, chiedo scusa alla moglie e alle figlie”. Prima di passare all’esame di Beretta, la presidente Bertoja chiede a Bellebuono se ora con la dipendenza le cose vanno meglio: “Combatto tutti i giorni”, risponde D’Alessandro, “ho capito che la cocaina è il diavolo”.

Antonio Bellocco, Andrea Beretta e Marco Ferdico
Antonio Bellocco, Andrea Beretta e Marco Ferdico

L’esame di Beretta

È il momento di Andrea Beretta, il capo ultrà per eccellenza, picchiatore di due metri che nel corso di queste prime udienze è sempre apparso in collegamento rivolto di spalle, con la telecamera che punta la nuca. Anche stavolta è così, non si vede in faccia. Comincia lanciando un messaggio con la sua parlata milanese: “Quando ho preso il comando credevo nell’amicizia, nella fratellanza”, ma quando sono subentrati “denaro e potere” è cominciata una “spirale di violenza”. “Ero come entrato in guerra”, dice. Una guerra tra ultras, ex compagni che per affari sono diventati nemici. A metà dell’intervento Gianna Pisu si alza ed esce. Le figlie ogni tanto si dicono qualcosa. È già stata una lunga giornata. Subito dopo aver ucciso Bellocco Beretta viene preso dal panico, temeva per la famiglia. “Sono stato come un kamikaze, ho fatto dei danni micidiali”. Per questo gira sempre armato, o con il coltello o con una delle sue pistole. L’ex capo ultrà conferma quanto detto in precedenza: la svolta è il 26 dicembre 2018, la morte di Dede. Maurino Nepi organizza un incontro tra lui e Boiocchi in un locale a Cassina de’ Pecchi: parlano di ciò che è successo, del fatto che nessuno del direttivo era sul campo durante gli scontri. “Capisco che Boiocchi vuole prendere il comando”. “L’amore per i colori”, dice, era tanto, e dunque accetta di diventare parte del progetto. Il passaggio di mano dal vecchio direttivo è semplice perché “Vittorio era conosciuto a Milano”, aveva un peso criminale tale da permettere loro di prendere il potere facilmente. Gli affari vanno bene: il merchandising parte fortissimo con l’aggiornamento ideato da Beretta, con curva Nord che diventa un brand venduto anche all’estero. “Noi gestivano dei pugili, tra cui anche Scardina, facevamo tipo da sponsor”, li “sostenevamo” agli eventi, “i giovani della curva andavano ad allenarsi da loro” così che potessero stare lontani dalla droga e prepararli agli scontri. Ma su vari argomenti presto cominciano ad esserci delle tensioni tra Andrea e Vittorio: Boiocchi si oppone al gemellaggio con i bulgari del Botev Plovdiv spinto da Beretta, sono in disaccordo sull’amministrazione del parcheggio di un locale e sulla gestione del marchio “simile a Stone Island” venduto sempre da Beretta e poi bloccato perché troppo simile all’originale. Nemmeno la mediazione di Carlo Ritrovato riesce ad abbassare i toni. “Vittorio era una persona d’azione, sapevo che saremmo arrivati a una discussione finale”. Un giorno a Carugate Nepi dice che Marco Ferdico poteva risolvere il problema. In precedenza al Tenconi, “quando io e Vittorio ci scontriamo”, però non ci sono né Marco né Gianfranco, per cui “era strano” che volessero aiutare. “Ci incontriamo e parliamo di tutti gli affari”. E partoriscono la decisione: fare l’azione contro Boiocchi. Marco scuote la testa nel gabbiotto, cammina ancora nervoso e guarda verso Aurora e sua sorella. Ancora non potrà dare la sua versione. Dalle facce che fa risulta chiaro che la sua storia sarà molto diversa.

Marco Ferdico
Marco Ferdico

Il confronto con l’avvocato Perlino

Il 29 ottobre 2022 Boiocchi viene ucciso, qualcuno avverte Beretta che mette subito il cellulare nel microonde e parte per Pietrelcina a pregare Padre Pio. Dopo l’omicidio “facevo bonifici alla moglie di Vittorio”, “cercavo di alleggerirmi la coscienza”. L’avvocato Perlino si alza per cominciare l’esame. I due si conoscono da trent’anni, per dieci il legale lo ha difeso, è normale che ci sia imbarazzo. “Ma il lavoro ci impone certe cose”. Le prime domande richiedono risposte secche: tra Beretta e Boiocchi come avveniva la divisione degli utili? “50-50”; quand’è che Beretta regala una pistola a Boiocchi, la stessa che (sempre secondo Andrea) Debora Turiello stava tenendo in borsa durante uno dei loro incontri? “Prima del Covid”. Il vero motivo della rottura, però, è il negozio e la mancata spartizione dei ricavi del merchandising. Ecco che entrano in gioco i Ferdico, gli organizzatori. Beretta non conosce i dettagli del piano omicidiario, incontra Marco e Gianfranco a Omate e lì padre e figlio chiedono di tutto ciò che riguardava gli introiti di curva Nord: “I Ferdico volevano entrare sulla linea di comando”. Sull’arma utilizzata per il delitto, invece, Beretta ammette di essersi sbagliato: “Era una calibro 9”, non una 7.65 come inizialmente ipotizzato, a causa della dimensione della pistola si è confuso. Quando lui e Marco prendono la curva Nord il limite è solo uno: “Mi raccomando, lasciate perdere la droga, concentriamoci sullo stadio”. Nelle questioni di ultras, “come lei ben sa avvocato”, c’è sempre di mezzo la Digos. “Io e Marco ci conosciamo da anni”, quando faceva uso di cocaina “cambiava”, come “impazzito”, spariva anche “2-3 giorni”. In tutto questo, insiste il legale, c’entrava anche Gianfranco? “Marco non faceva un passo senza che non lo sapesse il padre”, risponde Beretta. Perlino conclude ringraziando l’imputato: “Anche io la ringrazio, avvocato”.

 L'avvocato Mirko Perlino
L'avvocato Mirko Perlino Ansa

Le domande dell’avvocato Cappetta

Tocca all’avvocato Cappetta: perché nei colloqui con il pm Storari Beretta ha negato aver portato con sé una pistola a Roma, in occasione della commemorazione di Piscitelli “Diabolik”? Qui Andrea diventa nervoso, il click della sua penna si sente dal microfono costantemente: “Vivevo in uno stato di assedio”, è possibile che anche in quel viaggio fosse armato, semplicemente non ricordava. Cappetta contesta alcune incongruenze tra i verbali e le ammissioni fatte in aula, questioni di date, incertezze sulla presenza o meno di Gianfranco in certi luoghi in certi momenti, dubbi sull’arma utilizzata, circostanze mai del tutto chiarite come la visita al box di Carugate dove è stato parcheggiato il furgone Ducato o il numero di giorni in cui Andrea ha tenuto il Gilera prima di consegnarlo ai Ferdico; “un castello di carte”, lo definisce il capo ultrà, “lo so che vuole incastrarmi”. Teme di essere considerato non attendibile. Anche il pm Ammendola e l’avvocata Fiormonti intervengono e sottolineano la scorrettezza degli interventi di Cappetta: “Non è così che si fa una contestazione”. Peraltro su elementi ritenuti poco rilevanti. 

La curva Nord dell'Inter
La curva Nord dell'Inter Ansa

Marco Ferdico prima dell’omicidio era parte dei Vikings, stava in transenna e faceva cantare gli ultras, aveva un buon rapporto con Nino Ciccarelli. Così dice Beretta. Ma Ferdico non aveva certo un ruolo di spicco. Tutto cambia con l’omicidio Boiocchi. È Marco che sfruttando le conoscenze in Calabria prova a mettere un argine alle pretese degli Irriducibili e di Mimmo Bosa. In varie occasioni si incontrano con gli Hammer e “nel primo o nel secondo” viene anche Salvatore amico di Marco per farli allontanare grazie al suo peso, una soluzione “senza spargimento di sangue”: è Salvatore, chiamato “il Barbiere”, Beretta non si ricorda di quale famiglia avesse fatto il nome. Il piano però fallisce. Il passaggio successivo è appunto Antonio Bellocco: una decisione presa da entrambi, Marco e Andrea, la prima e unica scelta. L’esame si chiude con una precisazione: Simoncini non sarebbe stato d’accordo con il reclutamento di Totò, tra Marco e Pietro Andrea “ci sono stati degli screzi su questo tema”. Una percezione, dice l’imputato. Ma non c’è più tempo: la presidente Bertoja aggiorna la seduta. Tutti lasciano l’aula in fretta. Bellebuono ha ammesso le sue colpe e parlato dei suoi vizi. Beretta ha litigato ma è rimasto fermo sui suoi punti. Marco Ferdico non ha ancora parlato. Dovrà ancora attendere qualche ora in più per dare la sua versione della storia.

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