L’Inter è campione d’Italia. Il giorno dopo davanti all’aula Samp della Corte d’Assise di Milano l’atmosfera è più lenta e distesa del solito. Alle 09:30 comincia un’altra udienza del processo per l’omicidio di Vittorio Boiocchi, ma non sarà una cosa lunga. L’avvocato Mirko Perlino ha il volto stanco, gli altri legali arrivano a pochi minuti dall’inizio e prima che arrivi la giudice Bertoja si parla anche della Serie A appena conclusa. Ultras e tifosi sui social hanno dedicato il successo proprio allo Zio: “Questo scudetto è anche per te. Vittorio Boiocchi per sempre”, scrivono. In aula ci sono le figlie e la moglie Giovanna Pisu. Verrà sentita una sola teste: Francesca Macrì, madre di Aurora Simoncini, moglie di Marco Ferdico, anche lei presente in fondo alla stanza, giacca appoggiata sulle spalle e iqos. Gli imputati ancora una volta collegati dalle varie carceri: Andrea Beretta di schiena con l’inquadratura sulla nuca e il taglio dei capelli sempre uguale, Daniel D’Alessandro agitato sulla sedia con barba lunga e taglio da mohicano, Marco Ferdico seduto davanti a un banchetto su cui sono appoggiati un block notes chiuso e una bottiglietta d’acqua, Gianfranco Ferdico con la felpa, baffo della Nike a destra e logo Inter a sinistra. Infine Pietro Andrea Simoncini, gli avvocati Mirko Perlino, Jacopo Cappetta e il pm Ammendola fanno domande soprattutto su di lui. Simoncini e Francesca Macrì si conoscono da 24 anni, era sua moglie prima di cominciare una relazione con Emanuele Bruno, boss della ‘ndrina di Soriano che Macrì ha aiutato nella latitanza, reato per il quale ha patteggiato nel 2008 per favoreggiamento personale. La storia con Pietro Andrea è fatta di momenti difficili, qualche volta sono anche arrivati alle mani, cosa che ha fatto scattare denunce reciproche. Ancora prima, però, Macrì racconta che un incendio aveva distrutto la macchina di Simoncini e che Simoncini aveva dato la colpa ad Antonino Zupo, ucciso il 22 settembre 2012 a Gerocarne nell’ambito della faida tra gli Emanuele e i Loielo.
Ma oltre a queste vicende, assicura, tra Pietro Andrea e la ‘ndrina non esistevano rapporti. Sì, il suo ex marito ha dei precedenti, ma tutti per reati comuni. È una specificazione fondamentale, perché come emerso dalle indagini già prima dell’omicidio Boiocchi delle famiglie si muovevano dietro alla curva Nord: un eventuale coinvolgimento di Simoncini in questioni di mafia darebbe una luce diversa anche al delitto dello Zio. Macrì dice di non aver mai frequentato nemmeno gli Idà. Soriano è un piccolo paese e lì si conoscono tutti. Solo qualche cordialità, niente di più. Francesca Macrì sa a malapena chi sia Giuseppe Idà, l’uomo che poi si è trasferito in Lombardia, frequentatore della curva Nord e il tramite tra Antonio Bellocco e Marco Ferdico. È lui che dopo l’omicidio Boiocchi, quando gli Hammerskin di Mimmo Bosa vogliono farsi avanti per prendersi la curva Nord, propone Totò come freno rispetto alle ambizioni dei rivali. Ma per capire quel delitto serve guardare indietro.
Nel 2020 Marco Ferdico è in Calabria per giocare a calcio a Soriano. In quel periodo conosce Aurora Simoncini, figlia di Pietro Andrea e Macrì. Tra i due c’è una grossa differenza di età, Aurora è in quarta superiore mentre Marco ha già 35 anni. Nel novembre dello stesso anno, racconta la teste, la coppia si trasferisce a Milano e Aurora lascia la scuola. A Soriano la loro relazione non è vista bene, in più nelle carte dell’indagine sulla ‘ndrangheta condotta dalla Dda di Catanzaro, in cui è finito in mezzo Ferdico, Aurora viene descritta come una persona che “parla troppo al telefono e che è solita raccontare tutto ai genitori”. Tra l’altro, dalle intercettazioni contenute nelle carte in cui Ferdico è citato come il “pusher di riferimento” delle ‘ndrine al Nord, emerge una certa diffidenza anche nei suoi confronti. “Il calciatore”, così lo chiamavano, ha un bel giro, in una mattina riesce a vendere 8 chili di hashish, ma “il problema” è “che lavora anche con bianca e fumo… E secondo noi mischia i lavori i soldi li gira da una parte all’altra… Sicuramente compra altro”. Per la Procura infatti Ferdico è “un soggetto dedito allo spaccio di cocaina e hashish, che effettua continui investimenti nello stupefacente, riuscendo comunque a non indebitarsi”. Stando a quanto riferito in aula, Marco era visto come un “pentito”. Il pm Ammendola fa una domanda più precisa a Macrì e chiede se quest’opinione su Ferdico derivasse da questioni di droga: sì, in Calabria erano convinti che Marco avesse fatto l’infame parlando con la polizia dopo che era stata trovata dell’erba a Milano. Sempre per questa sua nomea Ferdico aveva delle difficoltà a rientrare a Soriano. “Non era intimidazione ma te lo facevano capire…”, dice la teste. E infatti Marco quando scendeva stava solo a casa della famiglia di Aurora, evitava di farsi vedere in giro.
Ferdico quindi ha chiamato Pietro Andrea come killer perché non aveva altra scelta? Nessuno delle famiglie sarebbe stato disposto a dargli una mano nel piano contro Boiocchi? I dubbi su di lui erano troppi. Negli interrogatori Simoncini racconta di essere salito a Milano per vedere sua figlia a giugno e settembre 2022, e in questa seconda occasione Marco gli introduce il progetto: “Mi accenna di ‘sta cosa, c’è da fare ‘sta cosa”, si doveva “togliere una persona di mezzo. Io non sapevo neanche chi era eh! Sinceramente”. Quelle di Marco sembravano “parole buttate lì a caso”, dice Simoncini. Torna in Calabria e risale nuovamente a ottobre “per fare una sorpresa ad Aurora”, poi conosce Beretta nel box di Carugate: “Accetto perché sinceramente… cioè, accetto perché ero in difficoltà economica”. Ma i primi di ottobre Boiocchi sta male, è in ospedale, quindi non se ne fa niente e Simoncini scende in Calabria perché la moglie ha dei problemi con la gravidanza. Passano pochi giorni e viene ricontattato da D’Alessandro, i due tornano a Milano con l’Audi A4 di Marco una settimana prima dell’omicidio. Pietro Andrea quindi ha agito solo per soldi. Un’intenzione confermata dalla testimonianza di Macrì: le famiglie non c’entrano. Ha portato a termine un piano fatto “in fretta e furia”, come ammette lui stesso negli interrogatori, e che il 14 ottobre, quando Ferdico subisce una perquisizione, sembra andato a monte. Poi il progetto riparte e Boiocchi viene ucciso da Simoncini e Bellebuono il 29 ottobre 2022.
D’Alessandro era sceso in Calabria i primi di novembre, pochi giorni dopo l’omicidio Boiocchi, per stare lontano da Milano. Scende a Soriano come ospite a casa di Macrì per un mese e dieci giorni circa. Bellebuono si porta dietro tra i 5 e i 7mila euro, il compenso pagato da Andrea Beretta per il delitto e consegnato via Maurino Nepi e Marco Ferdico. D’Alessandro si fida della donna, tanto da affidargli il denaro: ha paura di spenderlo in droga, di perdere tutto nel suo vizio. Quindi sarà Macrì che centellinando le spese gli darà indietro i soldi, come fosse una paghetta. Ma anche lì Bellebuono fa dei casini: sente che in giro si parla di lui come del “secondo pentito” dopo Ferdico. In quel mese passato in Calabria riesce a mettersi contro certe persone: le voci che vedono lui e Ferdico come dei pentiti non gli piacciono, minaccia di andare in piazza a Soriano per farsi rispettare, ma Macrì lo ferma in tempo. E chiede a Marco di riportarlo a Milano così da evitare che la situazione precipiti. A quel punto, quando Bellebuono torna in Lombardia, gli rimane circa la metà del denaro: il resto lo ha speso in vestiti e qualche cena. Passano poco meno di due anni e in curva Nord avviene un altro omicidio. C’entra sempre Bellebuono, che ha avvertito Beretta del piano ordito da Bellocco e Ferdico; Andrea agisce per primo e uccide Totò. Un’altra storia che però trova le sue radici proprio nel delitto Boiocchi.
L’avvocato Ventura della famiglia Boiocchi riferisce che le figlie e la vedova della Zio hanno accettato la proposta di acconto per il risarcimento mossa da Marco Ferdico e Pietro Andrea Simoncini: 35mila a testa per le 3 figlie di Vittorio e 45 mila per Giovanna Pisu, un totale di 150mila euro. Nell’istanza presentata dal legale si sottolinea che Marco, D’Alessandro e Simoncini risultano “del tutto impossidenti”, dunque viene evidenziato il rischio di “dispersione della garanzia patrimoniale”, date le “insufficienti le garanzie del credito”. Poi specifica un’altra richiesta: Andrea Beretta e Gianfranco Ferdico sono titolari di due immobili rispettivamente a Gorgonzola e a Milano; il 31 luglio scorso Beretta ha donato il 5% alla ex moglie. L’avvocato Ventura ha chiesto che venga predisposto il “sequestro conservativo” quando “vi sia fondata ragione di ritenere che manchino o si disperdano le garanzie del credito per spese processuali, pene pecuniarie e obbligazioni civili derivanti dal reato”. Ma la legale di Beretta, Adriana Fiormonti, dice che la donazione è una garanzia sul diritto di abitazione della moglie dell’ex capo ultrà. Anche su questo si esprimerà la presidente Antonella Bertoja. Il 25 e il 27 maggio tutti gli imputati si sottoporranno all’esame. Marco e Gianfranco Ferdico verranno tradotti in aula dal carcere. Tutti tranne Bellebuono, che invece rilascerà una dichiarazione spontanea.