Kane Parsons aveva sedici anni quando nel 2022 condivise su YouTube un corto di appena 9 minuti. Il titolo era The Backrooms (Found Footage). Sarebbero arrivate decine di milioni di visualizzazioni in pochissimo tempo. Al suo interno uno spazio che conosciamo e non abbiamo mai visto. In cui è tutto giallo, così tenue, artificiale, reale. Ciò che osserviamo è strano e familiare allo stesso tempo e fa una paura tremenda. Da quel breve video al grande schermo, abbiamo intervistato Parsons poco prima che la sua opera prima con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsveen per A24 arrivasse al cinema (in Italia grazie a I Wonder Pictures).
Backrooms. Immaginiamo una porta che compare di colpo sulla parete qualunque di un qualunque seminterrato di un qualunque negozio di mobili. Un uomo la attraversa e la sua terapista a un certo punto andrà a cercarlo. Questa a grandi linee è la sinossi, in cui non mancano conflitti sentimentali, disagi mentali, senso di responsablità, inadeguatezza. Nel film osserviamo un terreno dietro il varco che non ha niente di folle di per sé, ma appare inspiegabile per chiunque. Prima ancora del lungometraggio di Parsons però c’è un libro, che ancora una volta è l’Aleph di Borges, ad anticipare quella sensazione estraniante: passare il confine con la realtà e vedere tutto o niente e non capire. Ecco, Borges, nel racconto intitolato Aleph cercava di spiegare il senso di questa parola, che rappresenta “uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti”. Protagonista della sua narrazione è un uomo che scopre un piccolo punto situato nel fondo di una cantina di una casa che contiene al suo interno, chissà come, chissà perché “tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”. Osserva la donna che ama, scorge il tempo, può sentire la città che sale attorno a lui. In Backrooms le cose vanno diversamente, ciò che trovano i personaggi ha le sembianze di un inferno 'vicino'. Nascosto dietro una scrivania, tenuto distante solo da una porta come tante. Un inferno senza le fiamme, ma con pareti chiare in ogni dove, che non mostrano nessuna soluzione. Anzi, la fanno smarrire, la soluzione. Backrooms è diverso dall'Aleph, certo; eppure, quegli spazi infiniti e finiti che sfuggono al senso rimangono simili come la geometria che s’abbandona a delle leggi che non conosciamo. Con un’altra differenza sostanziale, che con l’Aleph avevamo immaginato tutto, in Backrooms, con una tensione profonda da film dell’orrore/sci fi, non ci resta che una prigione collocata davanti a noi. Basta solo vederla, attraversarla e...
Intervista a Kane Parsons
Kane Parsons. A volte ho l’impressione che l’horror spaventi le persone già al solo nominarlo, nel senso che terrorizza quegli spettatori che non vogliono essere spaventati. Cosa pensi che questo genere possa davvero insegnare alla società, andando al di là della paura?
Non credo di avere una chiara comprensione di dove i generi inizino e finiscono, perché a volte sono un po' arbitrari; penso che concentrarsi su ciò che l'horror, come genere molto specifico, porta con sé - ovviamente spesso è un modo per, diciamo, esaminare praticamente qualsiasi paura in qualsiasi forma - sarà qualcosa che, viene tirato fuori da un contesto, a meno che non si tratti semplicemente di alcune paure più primitive e di lunga data da cui attingere, che sono un po' senza tempo; la cosa che più di ogni altra viene approvata attualmente risponde a una sorta di cambiamento culturale rilevante, o movimento, o ansia, solo che è confezionato in un contesto leggermente più tangibile, come in Backrooms. Ci sono un sacco di interpretazioni su ciò di cui potrebbe trattare questo film che non riguardano letteralmente queste backrooms, e direi che quelle sono interpretazioni abbastanza veritiere, è così che è stato concepito. Ritengo che l'obiettivo, come per qualsiasi forma d'arte, sia semplicemente quello di concentrarsi con la massima chiarezza e onestà possibile su quegli aspetti della vita o della società che stiamo costruendo, che ci mettono a disagio o presentano delle criticità che ci toccano così profondamente da spingerci a voler prendere il pubblico, scuoterlo violentemente e cercare di spaventarlo, nella speranza che provi almeno qualcosa di un po' più intenso in una direzione particolare.
In Italia abbiamo una grande tradizione sul cinema di genere. Penso a maestri come Bava, Fulci, Argento. Chi ha formato il tuo sguardo?
Credo che la mia visione sia stata influenzata da una serie di fattori diversi, non tutti legati al cinema, e direi che la sto ancora definendo: questa è la risposta sincera, perché se dovessi stilare un elenco concreto e tangibile, al momento non sarebbe del tutto completo. Ma direi che ci sono state sicuramente molte influenze sul mio stile che posso ricondurre al mondo della narrativa; gran parte di ciò che assimilo però è non fiction ed è un po’ difficile da ricondurre in persone specifiche perché sono cresciuto insieme a Internet, quindi si tratta soprattutto di tanti piccoli progetti che si accumulano in una sorta di sensazione o insieme di sensibilità: un sacco di esplorazione urbana, riprese in soggettiva con bodycam o cose scientifiche, come leggere articoli di ricerca o ascoltare e guardare conferenze. Tutto questo alimenta il lato concettuale, ma direi che, dal punto di vista creativo, ero molto appassionato di Portal e Half-Life - questi videogiochi hanno probabilmente spostato in qualche modo la mia traiettoria verso una sorta di fantascienza tecnologica, weird sci-fi. Adoro il lavoro di Mr. Robot, una serie fantastica; mi piacciono molto i thriller tecnologici, l’autore Daniel Suarez, Ted Chiang, i thriller di cospirazione come Utopia, la serie britannica... c’è di tutto, ma penso che il filo conduttore sia che non c’è molto horror dentro; personalmente non consumo molti contenuti horror, quasi nessuno in realtà.
C’è una frase, una battuta presente nel tuo film che assomiglia a questa contenuta in Aleph di Borges, un libro e una serie di racconti che mi ossessiona. Borges descrive il significato di “Aleph” come un punto dello spazio che contiene tutti i punti al suo interno. Non pensi che questa espressione possa descrivere un po' anche le backrooms?
Credo che, senza conoscere perfettamente il contesto, mi sia difficile dirlo con esattezza, ma in linea di massima direi di sì; suppongo che ci sia una certa sovrapposizione. Penso che, in misura piuttosto consistente, sì, direi che le backrooms possono essere viste come una sorta di sovrastruttura che non si basa proprio su una comprensione tridimensionale del tempo; è piuttosto deterministica, tutto il tempo che si svolge come un oggetto solido e noi che lo setacciamo, esseri umani legati a un mondo 3D; non so quale sovrapposizione ci sia con l'idea che hai presentato, ma suona più o meno simile, penso.