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27 maggio 2026

Abbiamo visto in anteprima “Backrooms”, l’horror di esordio di Kane Parsons un film clamoroso! Ecco perché segna l’anno zero del cinema weird

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

27 maggio 2026

L’esordio cinematografico di Kane Parsons è un film d’autore raffinatissimo e bellissimo. Un anno zero per il cinema weird horror. Parsons trasforma il celebre fenomeno web degli spazi liminali in un’esperienza horror profondamente perturbante e visionaria. Attraverso un eccezionale sound design, il film costruisce un viaggio psicologico fatto di paure e ricordi che deformano la realtà

foto di Coming Soon

Abbiamo visto in anteprima “Backrooms”, l’horror di esordio di Kane Parsons un film clamoroso! Ecco perché segna l’anno zero del cinema weird

Uno degli esempi più lampanti della figura letteraria della mise en abyme è rappresentato da Le mille e una notte. Questa raccolta di favole di origine persiana e mesoasiatica, con forti influenze indiane ed ellenistiche, è infatti costruita attorno alla cosiddetta tecnica della “messa in abisso”, ovvero una storia che contiene al proprio interno un’altra storia che, a sua volta, ne contiene ancora un’altra.
Se questo era lo stratagemma utilizzato da Sherazade per sfuggire alla condanna a morte del sultano, in Backrooms, esordio alla regia del poco più che ventenne Kane Parsons, diventa invece il cuore di un film perturbante, profondamente weird e dai forti connotati visionari e psicologici. Nato da una delle creepypasta più durature del web, il fenomeno delle backrooms, ovvero spazi liminali all’apparenza semplici e normali come corridoi, uffici o piscine ma dotati di un effetto straniante per la completa assenza di persone, nonostante siano luoghi pensati per essere massicciamente abitati, e per la presenza di oggetti apparentemente fuori posto o fusi con pareti e pavimenti, approda al cinema proprio grazie a Parsons, autore della serie YouTube che più di ogni altra ha contribuito a trasformare le backrooms in un fenomeno globale.
La trama è semplice, come spesso devono essere le trame dei film horror. Da un lato abbiamo un venditore di mobili praticamente in bancarotta, interpretato da Chiwetel Ejiofor, che cerca di capire il motivo delle bollette della luce fuori controllo e dei neon del suo grande magazzino che continuano ossessivamente a sfarfallare. Dall’altro una psicologa interpretata da Renate Reinsve, che prova a curare lo stesso venditore di mobili, convinto di essere stato lasciato dalla moglie “senza un motivo logico”. Per una serie di eventi il venditore finirà letteralmente per “cadere” in questo spazio liminale che sembra svilupparsi a fianco del suo magazzino, mentre la psicologa inizierà a cercarlo dopo giorni di assenza alle sedute.
Stop. Questa è la trama. Molto semplice, quasi banale. Eppure, è proprio la messa in scena a fare tutta la differenza del mondo.
E la messa in scena è, senza mezzi termini, eccezionale.

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Il regista Kane Parsons Variety

Attraverso un sound design incredibile, giocato su synth distorti e sonorità elettroniche algide e spettrali, Backrooms costruisce un’esperienza profondamente perturbante. Kane Parsons lavora infatti moltissimo sull’attraversamento dello spazio, spesso attraverso inquadrature in prima persona che aumentano l’ansia nel muoversi dentro enormi corridoi vuoti, infiniti, pieni di diramazioni, porte che conducono ad altre porte e presenze misteriose che sembrano osservarci dagli angoli bui.
Il film è fatto, vivaddio, di pochissimi dialoghi e di una manciata di spiegazioni. Lascia che siano soprattutto immagini e suoni a parlare al posto dei protagonisti. Insomma: cinema che fa il cinema. E sorprende parecchio pensarlo per un regista all’esordio. Parsons riesce infatti a dosare molto bene le scene più apertamente horror, che pure ci sono ma senza mai diventare invasive, con altre molto più disturbanti e surreali, alternate perfino a momenti più ironici e grotteschi in cui emergono le miserie dei personaggi.
Backrooms parla non soltanto di spazi liminali intesi come luoghi fisici, ripresi spesso con fish-eye che ne deformano e dilatano le dimensioni, ma anche di spazi liminali mentali. Luoghi costruiti dai ricordi, dai rimossi, dalle paure e dalle sconfitte che la mente tenta disperatamente di anestetizzare relegandole in uno spazio altro, separato dal reale. Ed è probabilmente qui che il film colpisce davvero nel segno. Le backrooms di Parsons fanno paura non tanto per ciò che contengono, ma per il semplice fatto che esistano. Sono ambienti che sembrano sbagliati, incrinati, costruiti secondo regole che appartengono a qualcosa di profondamente estraneo all’esperienza umana.
Con un ritmo praticamente perfetto, che rallenta appena prima di un finale potentissimo e disperato, Backrooms si rivela un film solidissimo, una prova autoriale notevolissima per un regista esordiente. Parsons riesce infatti a calibrare molto bene l’effetto “memetico” di una creatura internettiana come gli spazi liminali con una vera scrittura cinematografica, evitando continuamente il rischio di trasformare il film in “il film delle backrooms”.
Esattamente come una mise en abyme, gli spazi liminali di Backrooms contengono altre stanze, altre paure, altri ricordi. Una realtà accanto alla nostra. O forse la nostra stessa realtà, semplicemente osservata da un angolo sbagliato.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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