Stromboli non è un set. È un organismo vivo, fragile e vulcanico, un luogo che respira, reagisce, ricorda — e soprattutto distingue tra chi arriva per filmare e chi finisce per ferire, tra chi attraversa e chi consuma, tra chi ascolta e chi impone.
Per me non è mai stata una destinazione. È stata una chiamata, una febbre, una forma di appartenenza che non si concede a chi la cerca distrattamente. L’isola mi scelse molti anni fa, estate 1997, quando ero ancora una giovane malandrina in cerca di vento e disordine, di estasi e oblio, di lava e lovers, di furia e vertigine, e da allora tornai senza tregua: tornai da innamorata, da fuggitiva, da randagia, finché tornare non bastò più e restare diventò l’unico modo possibile per non tradire quel legame.
Sia chiaro che malandrina sono rimasta. Un po’ come scrisse Samuel Beckett: “Tutti nasciamo pazzi. Alcuni lo rimangono.”
Così sono diventata la Libraia di Stromboli, una sorte di pifferaia magica, sparpagliatrice erotica, scompigliata anima lisergica di un luogo sotto il vulcano, dove i libri odorano di cenere vulcanica, mezcal, lava e desiderio, e le notti finiscono spesso in conversazioni sbilenche sull’amore, sul cinema, sulle droghe, sui fantasmi e sulla fame disperata di sentirsi vivi.
Un luogo che è anche bistrot, rifugio, porto, isola nell’isola, dove i libri convivono con i gatti e i cocktail — degno di qualche notte febbrile à la Malcolm Lowry in Sotto il Vulcano, libro culto che non manca mai tra gli scaffali, insieme a L’Amante del Vulcano di Susan Sontag — con le risate, con la fame di senso e di bellezza, dove passano artisti, viandanti, attori, pescatori, produttori, isolani, spiriti inquieti, anime in transito.
Qui ho imparato che appartenere non significa possedere: significa stare. Ascoltare prima di parlare, rispettare prima di usare, accettare che nulla è dovuto e che tutto, semmai, viene concesso.
Per questo il verbo “appartenere” è una linea di confine. Chi arrivò convinto che tutto gli appartenesse — il paesaggio, il set, le persone — non apparteneva a nulla.
Il 25 maggio 2022, mentre una troupe televisiva occupava l’isola, qualcuno pensò che il fuoco avrebbe obbedito al copione.
Quella (s)produzione — una fiction che per Stromboli si trasformò presto in una friction, un attrito feroce tra arroganza e realtà — decise di simulare un incendio.
Una fiammella, nel giorno sbagliato, nel luogo sbagliato, nel modo più sbagliato possibile.
Razzie alla peggior sceneggiatura.
Razzie alla peggior regia.
Razzie alla tragicomica illusione che il fuoco potesse essere dominato e domato.
Su un’isola vulcanica.
Con lo scirocco.
Dentro una riserva naturale.
Una chimera.
L’illusione tracotante di poter dare una regia al fuoco su un’isola che di fuoco vive.
La fiamma sfuggì. E Stromboli bruciò.
Oltre trecento ettari andarono in fumo, per più di trentasei ore l’isola fu inferno. Realtà senza regia: gli abitanti riversati in spiaggia, i turisti disperati per le stradine, noi adottivi isolani traumatizzati dal disastro ambientale, le case minacciate dalle fiamme, il cielo arancione, l’aria irrespirabile. Gli strombolani combatterono con eroico coraggio, senza copione, senza effetti speciali, senza protezione. Nemmeno quella civile riuscì a spegnere l’incendio. E dire che la fiction voleva celebrare proprio quel dipartimento. Destino beffardo.
Per ironia della sorte, durante quella malefica produzione, ricevetti la proposta di fare la comparsa. Risposi con una frase che oggi mi sembra ancora più perfetta: “Preferirei di no”. Un piccolo omaggio a Bartleby, Lo Scrivano di Herman Melville. Preferivo fare la scomparsa, semmai. Sparire dalla scena invece di entrare dentro qualcosa che già allora emanava un odore stonato, predatorio, sbagliato.
Poi arrivarono il silenzio, la narrazione al posto della responsabilità, gli insabbiamenti mediatici, le fotografie istituzionali, le promesse, il fango e la cenere dopo il fuoco. Il 12 agosto 2022 — appena tre mesi dopo l’incendio — Stromboli franò di nuovo dentro sé stessa: acqua, detriti e colate di fango invasero il paese, trascinandosi dietro strade, muri, paura, sonno, equilibrio. La montagna, rimasta nuda dopo il rogo, sembrava sanguinare addosso agli abitanti tutto ciò che il fuoco aveva lasciato scoperto.
Il dolore degli isolani meritò pochissimo ascolto. E mentre qui si spalavano fango, cenere e trauma, altrove c’era chi riusciva perfino a trasformare quelle “ceneri” in estetica da copertina, in racconto glamour, in rinascita personale. Senza trovare il tempo — o forse il coraggio — di rivolgere una sola parola pubblica all’isola vera che quelle ceneri le respirava ancora.
A noi che quel disastro lo vivemmo sulla pelle restò soprattutto la sensazione oscena di essere finiti dentro un reality tragico dove avevano fallito tutti: servizio pubblico, istituzioni, politica.
Ad andare in fumo in quella maledetta notte fu anche qualcosa di più semplice e raro: la decenza.
Di quella notte, delle responsabilità e delle ferite lasciate sull’isola ho scritto più approfonditamente in un precedente articolo pubblicato su MOW.
Eppure, a distanza di quattro anni esatti, nel maggio 2026, qualcosa è cambiato.
Radicalmente. Visceralmente. Magicamente.
Stessa isola, stessa luce, stesso vento, ma un altro cinema.
Un cinema che non alza la voce, che non occupa lo spazio ma lo abita, che non sfrutta ma ascolta.
Forse non è un caso che a guidarlo sia proprio Alice Rohrwacher, una delle pochissime registe contemporanee capaci di conservare nel proprio sguardo qualcosa di infantile, contadino, magico e politico insieme. Nei suoi film il reale e l’onirico convivono senza sforzo, i corpi non vengono divorati dalla macchina da presa ma accolti, e perfino il paesaggio smette di essere sfondo per tornare organismo vivente.
Anni prima avrebbe voluto girare La Chimera proprio qui, a Stromboli. Non ci riuscì per ragioni logistiche — ed è stata proprio lei, a raccontarlo durante una delle serate di cineforum alla Biblioteca di Stromboli, seduta accanto agli isolani, con quella sua maniera lieve e quasi appartata di parlare di cinema. E allora viene da sorridere pensando che, dopo la devastazione provocata da una chimera di controllo e arroganza, sia arrivata invece La Chimera: quella vera. Poetica, fragile, umana.
C’è perfino un libro che racconta questa specie di destino circolare: The Three Incestuous Sisters, la rarissima visual novel di Audrey Niffenegger da cui nasce il film — con sceneggiatura firmata dalla scrittrice Ottessa Moshfegh — arrivato a Stromboli dopo un viaggio quasi romanzesco. Era fuori catalogo, introvabile, sparito ovunque. Lo rintracciai infine in una piccola libreria indipendente di Barcellona, grazie a un’amica marziana, Gloria, e a quell’intraprendenza ostinata che ogni libraia sviluppa quando sente di dover inseguire un libro fino alla fine del mondo. Oggi quel libro rimane in consultazione alla Libreria con tutte le firme del cast e della troupe, a memoria indelebile di questa delicata e dedicata produzione.
Ci sono settimane che sembrano inventate dal cinema, e poi ci sono quelle in cui il cinema approda davvero sull’isola: attori che arrivano da lontano e si lasciano restare, attraversati da Stromboli senza bisogno di conquistarla. C’è poi un dettaglio irresistibilmente cinematografico che sembra uscito proprio da Big Night: nel film di Stanley Tucci e Campbell Scott, dove recita anche Isabella Rossellini, due fratelli italiani attendono per tutta la notte l’arrivo di un ospite celebre che potrebbe salvare il destino del loro ristorante: tutto vibra nell’attesa, nella speranza, nella possibilità quasi romantica che qualcuno apra finalmente una porta e cambi il corso delle cose.
Alla Libreria, in quei giorni, aleggiava quel brusio elettrico degli eventi che sembrano già leggenda mentre accadono: attori scalzi tra gli scaffali, produttori in infradito, copioni sgualciti accanto ai bicchieri di vino, il vulcano acceso là fuori come un’insegna metafisica. E ogni tanto apparizioni degne di un sogno febbrile. A un certo punto è apparso anche Mick Jagger. Naturalezza assoluta. Come se a Stromboli fosse normale vedere il rock entrare in libreria a salutare il cinema sotto una montagna attiva.
Alla fine il set non ha lasciato bruciature. Solo storie, incontri e notti da ricordare. Era già bellissimo questo cortocircuito eoliano, selvatico e gentile insieme: il cinema che ascolta invece di invadere, gli attori che cenano con gli isolani, la troupe che si lascia attraversare dalla montagna invece di piegarla a spettacolo.
E forse la scena più involontariamente cinematografica di tutte è arrivata proprio alla festa finale del film: una gigantesca torta-vulcano per il compleanno di Josh O'Connor, il vino che girava lento tra i tavoli, Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley, Mick Jagger, Paolo Sorrentino sotto il vulcano acceso sullo sfondo… e la musica sospesa poco dopo mezzanotte per via di una semplice ordinanza. Una scena talmente assurda e perfettamente italiana da sembrare scritta tra Kafka, Sorrentino e Footloose: il rock più iconico del pianeta fermato alle 00.10 sotto un vulcano in eruzione.
Eppure, persino lì, nessuna amarezza. Solo quella comicità cosmica tutta strombolana per cui anche l’assurdo, alla fine, diventa racconto. Surreale ma reale.
Mesi di lavoro vero. Di sudore, sorrisi, ghiaccio, piatti, vino, corse e resistenza umana ai limiti del miracolo pagano. Andrea e Micaela, i titolari della Libreria, a tenere insieme il caos cosmico come domatori gentili di una nave impazzita. Sofia, la nostra spina dorsale in forma umana, cameriera inossidabile capace probabilmente di sopravvivere a un’eruzione servendo cocktail con grazia assoluta. Matteo, il barman più cool e rilassato del pianeta, che nel marasma trova la grazia di decorare i cocktail con i fiori dell’isola. Mario, lo chef Momoa, gigantesco sacerdote della cucina creativa e vulcanica con il suo cane Zeus. Sally, il nostro lavapiatti senegalese, silenzioso e impeccabile come certi eroi che non finiranno mai nelle fotografie ufficiali ma tengono in piedi il mondo.
E poi io, la libraia psicomagica e psichedelica, che tra un mezcal, una pila di libri e il vulcano infuocato è riuscita persino a vendere un libro a Mick Jagger: Pelle di Lava dell’amica artista Chiara Indelicato, un progetto profondo e intimo dove a parlare sono le sue fotografie per dare voce alla montagna stuprata dalla precedente produzione.
Persino i gatti — Accio, Bella e Settembre — sembravano percepire che stava accadendo qualcosa di irripetibile. Nami e Minù giravano tra i tavoli come piccole divinità canine eoliane. E forse è stata proprio questa la vera magia della Libreria in quei giorni: non il glamour, non il cinema, non le star. Ma quella sensazione rarissima di comunità viva, stanca, felice e profondamente umana sotto una montagna di fuoco.
Nel frattempo, sotto il vulcano, accade qualcosa di quasi impossibile da raccontare senza sembrare ubriachi di stupore: la produzione costruisce perfino un luna park. Un vero luna park sull’isola. Si chiama Il Cerchio della Vita. E il nome sembra contenere la chiusura di un cerchio dopo gli anni della cenere.
Luci, giostre, musica, colori nel nero lavico di Stromboli. Ma soprattutto lo rende accessibile a tutti. Non un recinto blindato per addetti ai lavori, ma un dono condiviso. Bambini, anziani, isolani, tecnici, comparse, curiosi: tutti rapiti da quella specie di apparizione felliniana sotto la montagna. La ruota panoramica gira lenta davanti al mare e sembra uscita da un sogno o da un ricordo inventato. Una fiaba nella fiaba, per rubare le parole del nostro sensibile poeta cinefilo strombolano, Lorenzo Cusolito.
Durante quelle settimane, quasi a volersi unire alla giocosa e gioiosa malia cinematografica, anche la montagna ha partecipato focosa alle riprese. Il vulcano di Stromboli ha dato spettacolo quasi ogni notte: bagliori nel cielo nero, esplosioni rosse sul mare, stelle sopra la sciara, in una specie di liturgia cosmica.
Proprio nei giorni dell’arrivo di Isabella Rossellini, il vulcano ha regalato perfino una colata lavica, lenta e ipnotica, come se avesse deciso di affacciarsi anche lei sul set e celebrare a suo eruttivo modo il ritorno della figlia di quella grande passione che rese celebre Stromboli in tutto il mondo.
Per me il vulcano è femmina.
Non il fuoco miserabile dell’arroganza umana, ma quello sacro e primordiale della montagna.
Da giorni il vulcano aveva cambiato respiro. La montagna pulsava più forte, tratteneva qualcosa nelle viscere incandescenti prima di sputarlo nel cielo nero. Stato high, dicevano i bollettini, come se il desiderio potesse essere misurato da una centrale operativa.
Ci sono notti in cui Stromboli sembra ricordarti che la natura non contempla la castità. Ti apre. Ti invade. Ti accende lentamente dal basso, come lava sotto la crosta terrestre.
Forse è questo il vero erotismo delle isole vulcaniche: non il sesso. La combustione.
A Stromboli farsi rapire i sensi è inevitabile. Lasciare che la carne venga divorata lentamente dal vento, dal sale, dal fuoco, dagli sguardi, quasi un comandamento pagano.
Del resto, il film della mia vita è sempre stato a luci rosse. Rosse come la lava. Rosse come il cielo sopra la sciara nelle notti di eruzione.
E sul set della mia vita non si firma alcun contratto capace di contenere la passione.
Stromboli non risveglia mai soltanto il paesaggio. Quando la montagna ricomincia a respirare forte, finiscono per farlo anche i corpi.
Io stessa, per tre giorni, mi sono ritrovata dall’altra parte: non più soltanto libraia, ma comparsa — anzi figurante, extra, come si dice in gergo cinematografico — dentro quel meccanismo fragile e gigantesco che è il cinema. Accanto a me c’era un giovane strombolano, Silvio, che conoscevo appena di vista e che, dopo dodici ore al giorno passate fianco a fianco sotto le bollenti luci del set, è diventato un amico tenero e prezioso.
Non posso raccontare nulla della scena — abbiamo firmato accordi di riservatezza degni della CIA e, ohibò, persino un severissimo contratto anti-molestie che firmai sogghignando, come se un modulo potesse davvero addomesticare la mia irriverenza — ma posso dire questo: tremavamo entrambi. Di emozione vera. Di commozione umana.
Ci stringevamo la mano per farci coraggio mentre davanti ai nostri occhi Dakota Johnson, Josh O'Connor, Saoirse Ronan, Jessie Buckley e Alba Rohrwacher recitavano quasi senza parole, dentro uno spazio scenico costruito soltanto con il corpo, gli sguardi, le espressioni del volto. Un cinema muto. In bianco e nero. Una forma di magia antica che riporta tutto all’essenza: il gesto, la presenza, il respiro.
Forse il cinema è anche questo: due quasi sconosciuti che diventano complici nel silenzio irreale, e nel trambusto reale, di un set, sotto un vulcano ardente.
Io, la donna perduta, la donna chiacchierata, la donnaccia – come tanti amano descrivermi e come per troppi anni mi sono vista e raccontata io – accanto a un’anima sensibile, dolce e tenera che mi ha dato il coraggio quando ero paralizzata dall’emozione.
Ma la meraviglia più grande è stata la troupe stessa. Dai costumisti ai tecnici, dagli assistenti agli scenografi, fino alle straordinarie ragazze rock del trucco e parrucco, capaci di trasformare ogni pausa sul set in un camerino psichedelico pieno di lacca, risate, sigarette e complicità femminile: una comunità umana prima ancora che cinematografica. Gente stanca dopo dodici ore di lavoro eppure ancora capace di ridere, bere vino, suonare una chitarra, cantare insieme sotto il vulcano. In Libreria, la loro casa lontano da casa. Un carrozzone di amicizie, amori e flirt destinato a rimanere nei nostri cuori per sempre.
A quel punto capisci che il grande cinema non è quello che invade. È quello che trasforma un luogo senza violarlo. Che lascia meraviglia invece di cicatrici.
Una linea invisibile riporta al 1949, a Stromboli (Terra di Dio), il film di Roberto Rossellini con, e per, Ingrid Bergman che trasformò per sempre l’isola in un luogo mitologico del cinema mondiale.
Poi torna Isabella Rossellini, passeggia emozionata sull’isola, fotografa la targa sulla casa che ospitò sua madre e suo padre, entra in libreria, sfiora i libri sulla psichedelia con una naturalezza che non ha nulla di performativo, si lascia avvicinare con eleganza.
Non si tratta, del resto, di semplici passerelle. Alice Rohrwacher organizza incontri e cineforum alla Biblioteca di Stromboli insieme agli isolani, dialoga con il pubblico accanto a Josh O'Connor. Isabella Rossellini porta i suoi corti di Green Porno sugli animali. Nessuna distanza. Nessuna arroganza. Solo presenza, curiosità, generosità.
Anche la produzione lo dimostra nei dettagli: produttori americani abituati agli Oscar che cenano accanto ai pescatori, attori internazionali seduti ai tavoli della libreria-bistrot come fossero clienti di sempre, e perfino il fugace cameo di Mick Jagger — disceso sull’isola come un deus ex machina rock’n’roll a bordo di un elicottero per interpretare il guardiano del faro — attraversa Stromboli come un’apparizione dentro un film già di per sé sospeso tra sogno e vulcano.
Forse, alla fine, tutto si riduce proprio a questo: alla dignità.
La dignità di Stromboli.
La dignità ferita nel 2022.
La dignità restituita da un altro modo di fare cinema.
A questo punto la differenza si chiarisce da sola. Da una parte un cinema che consuma. Dall’altra un cinema capace finalmente di rigenerare invece di divorare.
Razzie contro Oscar, sfruttamento contro rigenerazione, sordità contro ascolto, tracotanza contro delicatezza.
Non sono slogan. Sono conseguenze.
Quando tutto è finito, sull’isola è rimasto una specie di Movie Blues: quella malinconia struggente che arriva dopo le grandi avventure collettive, quando le luci si spengono, il set scompare e all’improvviso il silenzio sembra troppo grande. L’ultima sera, durante la festa di fine produzione alla Libreria, tra bicchieri alzati, abbracci, sigarette, musica e occhi lucidi, si sentiva già quella strana nostalgia anticipata che accompagna le cose destinate a diventare memoria.
Ma so anche che molti di loro sono ripartiti portandosi addosso qualcosa di molto più difficile da guarire: lo Stromboli Blues. Una forma acuta e incurabile di Strombolite, sindrome simile al Mal d’Africa, inoculata sottopelle da quest’isola a chiunque abbia avuto la sfortuna — o la fortuna — di appartenerle anche solo per un istante.
Quella che ti costringe a tornare. Sempre.
Il resto non è cinema.
È cenere.
E la montagna lo sa.