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L'apparenza inganna. Reportage metafisico dal mega party per i 40 anni dell'Hollywood a Milano

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

  • Foto: Gianmarco Serino

22 febbraio 2026

L'apparenza inganna. Reportage metafisico dal mega party per i 40 anni dell'Hollywood a Milano
40 anni di paura e delirio all'Hollywood. Il reportage definitivo dalla discoteca che, nata in mezzo al nulla ha fatto la storia della notte milanese, ospitando i più grandi, da Prince a David Bowie, ma pure Trump e tanti altri personaggi. Siamo stati all'anniversario di questa grande discoteca e con un misterioso virgilio, sempre nell'ombra abbiamo scoperto che a volte l'apparenza inganna

Foto: Gianmarco Serino

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

C’è un barbone un po’ strano, avvolto in una pesante coperta di lana verde che mi guarda male mentre parcheggio la macchina a c**o sul marciapiede davanti alla stazione di Milano Garibaldi. Forse l’ho svegliato, ma si è già riaddormentato. Sono in ritardo per la festa, mi sono perso il taglio della torta. Quarant’anni di Hollywood, a Milano. 8342 notti di follia. Quanta gente entrata e uscita da quel locale? A parte la gente famosa, s’intende. Pallottoliere alla mano, 4 milioni e 171mila donne e uomini. “Festa privata” mi dice il buttafuori granitico che mi sbarra il passo. Dichiaro la mia identità, dico la parola d’ordine e faccio un nome. DS, il Pr e ufficio stampa delle più grandi discoteche d’Italia. Uno che PISTO mi ha detto non essere molto un tipo da serata, ma nonostante ciò, è il numero uno. Entro nel corridoio specchiato con le luci al neon color magenta. Abito da tre anni e mezzo a Milano, ma all’Hollywood non ci ero ancora mai stato. L’Hollywood è un po’ come il Bar Basso delle discoteche milanesi. Uno di quei luoghi mistici che sono rimasti identici mentre tutto il resto, intorno, è cambiato.

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Scendo le scale, non c’è molta gente. Sono le undici e mezza, mi sono perso il taglio della torta. Domando di Spadaro ai buttafuori, non sanno dove sia. La festa è giù, in fondo. Si vedono tanti palloncini dorati, tanti signori e belle donne che ballano. C’è Dj Ringo, che qualche tempo fa si era incazz**o con me perché avevo sbagliato a scrivere il suo cognome in un’intervista. Da Anaclerio, ad Anacleto. Comprensibile. Vado a salutarlo, sembra felice, mi sorride. Vorrei chiedergli tante cose, delle serate che ha fatto, della gente che ha visto, ma mi sembra troppo preso bene per scassargli i cabbasisi. E poi queste cose le avranno già scritte gli altri giornalisti, quelli puntuali. Io il taglio della torta me la sono persa, sono arrivato tardi. Stavo dall’altra parte della città, e sono pure a stomaco vuoto, mi sento deboluccio. Comunque Ringo non ci pensa più a quella storia del refuso, ma quando mi dice “salutami Moreno”, che poi sarebbe PISTO, balena nel suo sguardo un rapidissimo pensiero, come un sottotesto a quel saluto che recita in aggiunta “testa di cazzo…”. Ma è solo uno di quei soliti pensieri intrusivi che mi perseguitano durante i reportage che il Dr. PISTO mi commissiona. Questa volta, dopo Rogoredo Afghanistan, la missione è fare festa. Inizialmente avevo pensato di andarci con un’amica bellissima, Serena, che però, anche se glielo ripeto sempre che è bellissima non mi crede. PISTO al telefono, però mi aveva detto: “è una serata ‘fluida’, devi tampinare, parlare con le ragazze ed essere versatile, la figa rischia di limitarti”. Non è che si tratta per una serata per omosessuali? “No, fluida nel senso che devi essere sciolto, devi goderti la vita Giamma”.

Selfie con il misterioso DS
Selfie con il misterioso DS

Gli amici che ho invitato alla serata, però, hanno declinato. Chi stava male di salute, chi di spirito e chi il giorno dopo aveva un arbitraggio a Friburgo. Quindi sono andato solo, ma dopo che ho letto Kim di Kipling mi sento un po’ come il piccolo amico di tutto il mondo, sperando che nessuno sia costretto a menarmi. Devo trovare DS. Su whatsapp ha una foto girato di spalle con una maglia della Juve allo stadio, difficile capire chi sia in mezzo a tutti questi personaggi. Oltre a Dj Ringo c’è un altro disc jockey che ho già visto mille volte, ma di cui non mi ricordo il nome, con una giacchetta leopardata, sta ballando con presenza erotica nei pressi di una bella ragazza mulatta con la pelle perfetta, vestitino di seta e capelli ricci neri. Forse è meglio non disturbare nemmeno lui. A lato c’è un gruppo di ragazze bellissime che evidentemente sono delle modelle, penso, che ogni tanto mi guardano in modo provocante. Mi sento lusingato. Prima di farmi qualche figuraccia, però, forse è meglio trovare DS. Provo a chiamarlo, ma la musica è troppo alta, non si sente niente. Nel frattempo mi passa davanti Andrea Pellizzari che sparisce tra un sipario di uomini dall’accento slavo e le mani callose. Il telefono squilla e intanto la musica spinge. Sento che il ritmo inizia a fluirmi nelle vene. Inizio a muovermi a tempo, è qualcosa che non riesco a controllare. Una sete di alcol mi assale e sento che qualcosa sta succedendo in me. Il telefono, intanto continua a squillare, ed ecco che finalmente mi risponde. “Dove sei? Eh?... Non sento, mandami un messaggio whatsapp”. E riattacca. “Vieni dove c’è la macchina dei popcorn” mi scrive.

Hollywood li porta bene i 40 anni
L'Hollywood li porta bene i 40 anni

Mi faccio largo tra la gente, passo davanti ad una ragazza mora con gli occhiali quadrati e un di dietro a mandolino che, avvolta in un vestitino nero, sta in posa davanti al flash di una macchina fotografica che continua a scattare. Un po’ confuso prendo a farmi domande e a darmi risposte, come se fossi diventato un’altra persona. Quarant’anni fa cos’era Hollywood per un milanese qualunque? Un’idea, una cartolina, un poster, uno di quei manifesti pubblicitari che ogni tanto qualcuno strappa, oppure che si scollano da soli dal cartellone? So che in questo locale c’è stato pure Donald Trump una sera. Che ci saranno sicuramente venuti a ballare almeno una volta nella vita i fratelli La Russa. Avevo letto pure che il ministro degli Esteri Gianni De Michelis veniva a ballare da queste parti mentre nel resto d’Italia esplodevano bombe sui treni e il resto del mondo andava fuoco. Ah la Milano da Bere, Tangentopoli e sullo sfondo Hollywood, quella vera, che per la moda, i soldi, magari pure la fessa da queste parti ci bazzicava davvero ogni tanto. Prince, David Bowie, chi altri? Boh. Mi domando, mentre la musica incalza in quattro quarti cosa sia per me Hollywood, oggi. Forse un’illusione perfetta, uno sfondo piano. Forse pure un prodotto per pochi, nelle agenzie di viaggi con quei signori che rispondono sempre al telefono, che alzano la cornetta con voce melliflua. Hollywood è qualcosa che forse altri hanno conosciuto, un luogo dove altri hanno vissuto. Una ragazza nata ad Ibiza con la fronte pietrificata dal botox mi aveva confessato che ad Hollywood andava a trovare un amico attore e non poteva dirmi chi fosse perché aveva firmato un nda (si pronuncia “endiei”, tipo NBA ma con la “d” al posto della “b”). E mentre questi pensieri mi scorrono liberi nel cervello, sciolti, fluidi, la folla si dirada. Sono riuscito a districarmi in questa giungla di braccia, di gambe tozze e slanciate, vestite e seminude con le calze a rete e senza niente su. Ecco che solitario, appoggiato alla macchina dei popcorn alle prese con una fetta di torta in un piattino di plastica c’è un signore vestito di nero, in posa di chiasmo, l’occhiale nero quadrato, dietro, due occhi azzurri e i capelli bianchi di media lunghezza, ricci e ben curati.

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Ha un certo stile e un’aura di mistero discreto, tipico di chi non ha piacere di stare sotto i riflettori. E’ lui, mi riconosce subito. “Perdonami, qui c’è un po’ più di pace, ne vuoi una fetta?”. Certo, grazie, sto morendo di fame. E subito arriva un cameriere in livrea che mi serve. Godo, gli zuccheri mi danno un istantaneo sollievo e placano la morsa della fame che mi buca lo stomaco. Daniele è anche lui un giornalista. E’ l’ufficio stampa delle discoteche, abituato a restare nell’ombra. Ha l’aria simpatica e iniziamo a chiacchierare, anche se adesso ho una certa arsura. Mi mostra un po’ di personaggi presenti in sala, mentre mi spiega un po’ la storia del locale. “Qui non c’era assolutamente nulla prima. Oggi ci sono i grattacieli, ma quelli sono roba di neanche vent’anni fa, capisci, questo posto ha quarant’anni. Devi immaginartelo tra la ferrovia di Porta Nuova, i cantieri a cielo aperto e i quartieri popolari. Eppure qui sono venuti tutti i più grandi a suonare”. E mentre mi racconta si avvicinano due signori che hanno tutta l’aria di essere i boss della situazione. Non vorrei dire fesserie, ma uno mi pare Roberto Galli, lo storico fondatore, e l'altro, invece è il Ceo della società che possiede l'Hollywood insieme agli altri locali milanesi più in voga, Fabricio Lanfredi, vestito di nero, che mi stringe la mano con presa d'acciaio. Pochi convenevoli e la conversazione si esaurisce in mancanza di argomenti. Rimaniamo io e DS e conveniamo sia arrivato il momento di farci un drink. Ci avviciniamo al bancone, domando “un americano per favore” alla barista, che con degli occhi da gatta senza senso mi risponde “NO”, e poi ride mentre afferra una bottiglia di Campari e l’altra di non mi ricordo che cosa e, le ribalta a testa in giù con il beccuccio dentro al bicchiere, per poi rimetterle al loro posto come si infila una pistola nel fodero e chiude con uno spruzzo di seltz. DS non beve, a parte acqua minerale frizzante. Dev’essere una spia, penso. Mi guardo attorno. Quel gruppo di belle ragazze è sempre lì. Mi sento catapultato negli anni novanta, febbre del sabato sera (che forse è un po’ meno recente, ma vabbé, si respirano quelle vibes, quindi tanto vale approfittarne), anche se è giovedì. Devo “tampinare”, lo ha detto PISTO. Lo spiego a DS che capisce al volo e mi dice rapido “ci vediamo dopo”. D’altronde il mestiere del giornalista è anche quello dell’antropologo e non c’è niente di meglio di un po’ di etnocentrismo allo stato puro, ma con la leggerezza di un bon viveur spesato dal giornale.

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Mi avvicino al gruppo di ragazze, anche se sono vestito malissimo, non ho fatto in tempo a tornare a casa a cambiarmi, e loro invece sono tutte in tiro. Sono pure più alte di me, ma questa cosa m’intriga. Mi presento. Loro pure, sorridono. Dimentico immediatamente il loro nome e pure il mio e loro pure (il mio). “Veniamo dal Brasile”. Ah, le ragazze venute dal Brasile! Tutto somigliano fuorché a delle ariane prodotte in vitro, e meno male. “Siamo qui per lavoro, capisci no?”. Accenna la ragazza mora con gli occhi azzurri e un sottilissimo piercing al naso. Capisco, capisco. Beh, è tutto bellissimo e poi sono molto simpatiche. Scherziamo un po’, sparo un po’ di minchiate, ridiamo un po’ insieme, spiego loro che sono un giornalista e che sono in missione segreta. Mentre parlo ci sono dei tipi vestiti di nero da più di cento chili di muscoli e cemento armato in abito nero che mi guardano come si guarda silenziosamente una zanzara da spiaccicare. Mi congedo per un momento e torno da DS che è con una coppia di amici. Il tipo ha i capelli lunghi, gli occhiali da sole, alto due metri, praticamente un gigante, sulla quarantina. C’è anche la sua ragazza che ha un piercing sulla lingua e Daniele m’introduce. Anche loro sono molto simpatici. Mi dicono di conoscere PISTO. Parlando del più e del meno e della mia appena conclusa analisi etnocentrica i miei nuovi amici ridono. E’ normale, anche se non sembra, mi dicono. La ragazza del grande gigante buono mi indica, ad esempio, una ragazza dall’aria triste seduta su di un divanetto poco più in là. “E’ in pena per il fidanzato, è gelosa”. Però, appena arriva tatuato dalla faccia cattiva con bicipiti d’acciaio e il doppio taglio riprende subito il sorriso, si alza, lo prende per mano e sparisce con lui dentro ad una porta di emergenza. “E’ innamorata”.

Foto con belle donne brasiliane
Foto con ragazze che semplicemente esistono

Che bello l’amore. Mi torna alla mente di quando andai ad un convegno sulla prostituzione all’Hotel dei Cavalieri. La sala si era riempita di donne dal fisico spaziale e abbigliamento parecchio osé. “Tutte professioniste del settore”, avevo pensato, osservando stupefatto la scena, salvo poi constatare l’imbarazzo delle stesse quando al rinfresco domandavo loro “com’è lavorare in quest’ambito?”. Erano tutte avvocatesse e addette al marketing. Mi ero sbagliato, ops. Un pregiudizio, un cortocircuito del mio intuito infallibile. Vabbé è tutta esperienza, tutte cose che potrò raccontare ai miei nipoti quando sarò vecchio per farli ridere un po’. Tutta esperienza che però non basta mai. All’Hollywood, ecco, il maledetto intuito mi ha tradito ancora, ma al contrario, portandomi a pensare di converso che fossero tutte ragazze “normali”. Ma ecco, cosa vorrà mai dire essere “normale”? Bella domanda. Forse, semplicemente esistere basta per definirsi “normale”. Bene, forse dopo questa epifania s’è fatta una certa. Saluto la coppia e il buon DS per essermi stati amici e per avermi guidato in questa bella avventura, nella speranza di rincontrarci presto. E’ tempo di andare, e mentre mi dirigo verso il guardaroba per recuperare la giacca ritrovo il gruppo di ragazze brasiliane in fila per farsi uno scatto davanti ad un macchinario che poi quelle fotografie, le stampa. Mi avvicino ancora. In giro, d’altronde non si vedono gorilla pronti ad aggredirmi. Scattiamoci una foto insieme. “Sono cinquanta euro”, mi rispondono in coro. E scoppiano a ridere, ovviamente scherzano. Flash. Ah… i miei nipoti quanto rideranno di tutte queste storie. Me ne vado ripercorrendo all’inverso il percorso che mi pare lunghissimo, una sorta di labirinto, e quando sono fuori m’infilo subito in macchina perché è tardi e anche se Riccardo Canaletti, il vice di PISTO mi ha concesso di dormire qualche ora in più il giorno dopo, si lavora lo stesso. Mentre giro la chiave nel cruscotto vedo riflesso nello specchietto la sagoma dello strano barbone che avvolto nella pesante coperta, si avvicina minaccioso alla mia auto con un mattone sollevato. Pigio l’acceleratore con il piede e sgommando faccio un’inversione a U e fuggo nella notte, salvo, e la mia Panda, ancora intatta. Poveraccio, l’ho svegliato ancora una volta.

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