Un signore che indossa un impermeabile rosso entra nel bar della stazione ferroviaria di Rogoredo trascinando una valigia. Non è il principio di una barzelletta. Gli avventori seduti ai tavolini si voltano a guardarlo. La loro espressione passa dall’indifferenza all’orrore nel giro di una frazione di secondo. Su quella valigia vi sono appoggiate delle gambe e delle braccia avvolte per metà in nastro isolante nero. Dall’orrore l’espressione degli astanti, però, torna alla serenità e si decora di un sorriso divertito. “Credevi l’era un mort” dice piano un vecchio dai capelli bianchi a sua moglie. Quel signore che indossa l’impermeabile rosso tiene appoggiate sulla valigia gli arti di un manichino. Ora c’è un gran brusio. Mi avvicino al signore con l’impermeabile rosso. E’ scuro di pelle, ha una barba abbastanza lunga ed emana un odore grasso di sudore. Gli domando perché trasporti i pezzi di un manichino e mi risponde in una lingua a me sconosciuta. Provo con un po’ di inglese, francese, ma niente. Mentre mi guarda divertito dalla situazione, ma anche un po’ disorientato, mi confessa qualcosa di incomprensibile in una lingua a metà tra il nigeriano e l’olandese e continuo a non capirci niente mentre lui continua a guardarmi con quell’espressione beffarda. Dalla porta, però un piccione fa il suo ingresso sbattendo rumorosamente le sporche ali e una volta a terra inizia a zampettare tra i tavoli e le gambe degli avventori alla ricerca di qualche briciola da beccare provocando la scomposta reazione di disgusto da parte degli abitanti di quel luogo mistico. Nel frattempo il signore dall’impermeabile rosso è riuscito ad ordinare il suo caffè al bancone (come avrà fatto a farsi capire?).
Un po’ confuso mi siedo ad un tavolino. Fuori piove, è un mondo grigio. Via via, vieni via di qui. Al di là del vetro un uomo con indosso una pettorina catarifrangente e il casco da lavoro è in difficoltà nello stendere per terra uno di quei manifesti calpestabili riguardanti l’ice-hockey che si giocherà alle olimpiadi Milano-Cortina 2026. Il piccione prende a beccarmi una scarpa, lo caccio via gridando “pussa via!” e penso ad una cosa. Ro-go-re-do. Un tempo dovevano esserci molte querce qui. Forse quel signore con l’impermeabile rosso parlava la lingua delle querce. Quella lingua che parlano gli abitanti del boschetto di Rogoredo. Che però sta all’altezza della fermata Porto di Mare, dove un cinese che aveva solo bisogno di un po’ di vacanze ha rubato una pistola ad una guardia giurata e poi ha sparato verso la prima pattuglia della polizia che gli è capitata a tiro, che a sua volta ha messo fine ai suoi tormenti con un proiettile in fronte. Ro-go-re-do. Eppure Rogoredo non è Porto di Mare. “Ma va bene così, scrivete pure Rogoredo, così i prezzi delle case si abbassano e io posso continuare a vivere tranquillo” mi spiega Tony Da Milano per telefono. Si è appena svegliato, sono le due del pomeriggio. Mi trovo a Rogoredo dalle 9 del mattino, mi aveva promesso che mi avrebbe mostrato il suo quartiere, che mi avrebbe fatto da Cicerone tra i capannoni e il nulla cosmico che si annida sotto la superficie torbida delle pozzanghere profondissime di questo quartiere, ma non fa niente. “Anche quell’altro ragazzo, lo spacciatore ammazzato dal poliziotto, è morto in via Impastato, che però è all’altezza della fermata San Donato, il capolinea della gialla. E’ una questione di confine”. Sao ko kelle terre… “cosa?”. Niente Tony, lascia perdere. “Va bé comunque, a parte il fatto che non c’è un c**o di niente in via Impastato, in teoria, quella via lì è ancora nella circoscrizione di Rogoredo. E’ ancora Milano. Comunque dì un po’, come sta andando il tuo reportage?”. Bene Tony, a parte la pioggia e il freddo “ma sì, non stai mica in Afghanistan”. E ha pure ragione Tony, mi trovo nel quartiere designato per le Olimpiadi Milano Cortina 2026, quello dello stadio per l’hockey su ghiaccio. Certo, che sfiga per il sindaco Sala e che figura per l’Italia. Due sparatorie a ridosso proprio delle Olimpiadi. Meglio blindare tutto. Militari polizia carabinieri. Forse è per questo che non smette di piovere, è la nuvoletta dell’impiegato sull’Italia.
Alle 9 del mattino mi son piazzato al bar della stazione per caricare sul sito alcuni pezzi che avevo finito di preparare ieri sera tardi e dopo l’incontro incredibile con l’uomo dall’impermeabile rosso, in quello stesso bar si è seduto un senzatetto con le stampelle incredibilmente somigliante a Morgan Freeman, solo un po’ più malandato e lo sguardo un po’ più incazzato. Mentre sta seduto a un certo punto si mette ad urlare al primo che passa di lì. “Prendimelo, è lì, c**o, sono un disabile!”. Si riferiva al caffè, immobile e lontano sul bancone. Il barista pelato con gli occhiali si volta e lo fulmina con lo sguardo “we guagliò, che se non la finisci ti mando fuori a calci in culo è capit o nò?”. Un cliente cerca di mettere pace tra i due, dice che non c’è bisogno, ma il barista gli risponde “no no, io lo conosco a questo e c’ha crept eppall”. Esco fuori, sotto i portici. Quo vado? Eo, seguo i binari, inizio a camminare sotto la pioggia. Sulla sinistra c’è la tangenziale che si attorciglia come un polipo nelle sue uscite per la plastica Metanopoli (la città dell’Eni voluta da Enrico Mattei) e per Rogoredo centro, la ruggente Ro-Go-Re-Do. Poi prendono piede i capannoni vari, le fabbrichine, le aziende di trasporti, di logistica lungo la larga via Vincenzo Toffetti, dove le macchine sfrecciano veloci sotto la pioggia. Sulla destra c’è l’enorme stabilimento logistico di Amazon, tutto blu, come il cielo che però è grigio e piange come un bambino. Lo stabilimento di Rogoredo è quello dove migliaia di dipendenti non possono stare al bagno per più di due minuti. Non c’è nulla di umano nella logistica, a parte chi ci lavora. La vita prosegue per inerzia in questa parte di Rogoredo che si allunga come una bestia ferita verso Corvetto. L’unico essere vivente degno di nota è un paninaro su di un furgone al lato dello stradone che costeggia l’immenso cantiere vicino la stazione ferroviaria. Sul cartellone affisso all’entrata c’è scritto che si sta effettuando una bonifica bellica e ambientale dell’ex scalo ferroviario Rogoredo. Il proprietario della pizzeria accanto all’ex scalo spiega che è un cantiere che dura da 3 anni. Controllano che non ci siano bombe inesplose o altri rimasugli della seconda guerra mondiale. Ora è tutto fermo da un po’, ma in teoria l’ambaradan dovrebbe estinguersi al massimo quest’estate. Il secolo breve. Ma ecco, da questo lato di Rogoredo non c’è un bel niente. Dopo un giro a vuoto, torno indietro. L’anima vera del quartiere non può che essere dall’altro lato della ferrovia.
Bisogna imboccare un qualche sottopassaggio, o trovare un ponte per passare dall’altra parte. Torno alla stazione ferroviaria e scendo le scale. Pare un labirinto questo sottosuolo tutto giallo alle pareti. Tra passaggi chiusi per lavori e la bussola che tira verso il polo sbagliato del globo risbuco in superficie al binario 8. Quello più vicino a Santa Giulia che trapela attraverso le fessure del muretto. Di là c’è Sky, ci sono tutti quei bei palazzi vetrati. Che bello! Il capo indiscusso di Mow, Moreno Pisto mi appare come il genio della lampada in una nuvoletta che sa di spinello e mi ricorda quanto mi aveva detto “io ci ho vissuto a Rogoredo. Santa Giulia è la parte fighetta, ma il vero spirito del quartiere è altrove”. Altrove dove? Dov’è l’avventura? Quando comincia? Non me lo dice, e la sua nuvoletta svanisce quando una vecchietta mi tocca il braccio riportandomi alla realtà e mi domanda “mi scusi, ma c’è qualcuno di famoso che sta arrivando?”. Perché? Mi indica quel che sta accadendo al di là di quel c**o di muretto che non riesco a capire come oltrepassare. Ci sono giornalisti e fotografi tutti accalcati all’uscita del sottopassaggio. La mollo lì, corro, magari è Snoop Dogg con la torcia olimpica (no, sta a Gallarate, vicino a Malpensa che è esattamente altrove rispetto a dove mi trovo). Dopo una serie di giri strani riesco ad uscire dalla parte giusta. Imbocco il sottopassaggio affrescato da poco con un bel murale. All’uscita un po’ di persone si fanno la foto con un tipo un po’ fricchettone, la faccia simpatica. Sarà un cantante? L’ennesimo vip di questo ecosistema urbano che ci trattiene qui nella speranza di spiccare il volo? Domando un po’ ai colleghi di che si tratti. “Lui si chiama Wally, è l’artista che ha dipinto questo sottopassaggio che stiamo inaugurando proprio ora”. Quelli che si fanno la foto con Wally sono i membri (e le membra) del collettivo Ortica Noodles che grazie al municipio 4 e alla Saipem (quella dei tubi del gas, delle trivellazioni ecc. ecc.), che ha la sede poco più in là, hanno realizzato questo sottopassaggio. “Vedi che qui a Rogoredo succedono anche cose belle? Non ci sono solo sparatorie”. Certo, non lo metto in dubbio. I sottopassaggi sono esattamente quei luoghi dove incontri il criminale che ti spara oppure ti accoltella. I sottopassaggi delle stazioni ferroviarie sono la bocca d’ingresso per l’Apocalisse. E’ colpa di chi realizza i sottopassaggi se la criminalità dilaga, è tutta colpa di questi collettivi che fanno i murales. Ma è anche colpa di quelli che lavorano da Sky. Tutti questi pensieri probabilmente viaggiano nell’anticamera del cervello di un giovane maranza che se ne sta seduto ai tavolini fuori di Pizzikotto. E’ davvero molto arrabbiato. Mi avvicino e gli domando cosa c’è che non va. “Piove”.
Quanti anni hai? “A te che te ne frega”. Niente, sono un giornalista, tu ne sai qualcosa delle due sparatorie che ci son state in questi giorni? “Sei uno sbirro?”. No, sono un giornalista, volevo… “ascolta non mi rompere i coglioni se no ti meno”. Ok, scusa. Provo ad entrare all’interno, forse la gente sarà più cordiale, magari qualche buon uomo o buona donna saprà indicarmi la via verso l’anima profonda di Ro-go-re-do. Apro la porta per far passare due gentili signore che però nemmeno ringraziano. Probabilmente il maranza di prima era incazzato per la stessa ragione. Mi sento ferito nell’animo. Potrò consolarmi con un buon caffè (aspetta io non bevo caffé)! Ma nemmeno un cameriere. Il menù è sul totem elettronico in stile McDonald e con dei prezzi esagerati. Inoltre, si può ordinare solo la colazione. Mi torna alla mente “un giorno di ordinaria follia” e preferisco abbandonare quel luogo di gente incravattata e che non ringrazia quando gli si tiene la porta aperta. Via, via, vieni via di qui, niente più ti lega a questi luoghi... Arrivo ad un incrocio, da un lato c’è via del Futurismo. Una parola che evoca tante cose, tante cose entusiasmanti, ma è una banalissima via di complessi residenziali di livello medio alto. Porta dritta dritta verso lo stadio olimpico che se erge lontano nella nebbia come un colosso distopico, con quella sua banda luminosa che circonda il suo tondo perimetro. Il futuro è veloce, ma la velocità non basta più, il futuro è monotono e pericoloso.
Non c’è più niente in grado di scandalizzarci. Se Trump rivelasse che davvero gli Stati Uniti sono entrati in contatto con gli alieni credo a nessuno fregherebbe un granché. Nemmeno le foto di lui che si sbaciucchia una bambina a fianco ad Epstein in fin dei conti ci sconvolge così tanto. Via del Futurismo si chiama così perché è in quella zona che, quando ancora era tutta campagna l’auto con dentro Filippo Tommaso Marinetti e altri futuristi si ribaltò in un bedale. Nelle acque di quella bialera (come diremmo noi piemontesi), secondo Marinetti, si era consumato il battesimo del movimento futurista. I complessi residenziali che ci sono oggi, invece, si affacciano su di un parco (piazza Trapezio) dove ormai tanti anni fa circa è stata girata la scena di un film (non ricordo il titolo). In questa scena uno dei personaggi, dal balcone dell’ultimo piano grida all’amico che sta giù in mezzo al parco, così per salutarlo un’ultima volta. L’altro gli domanda come mai intenda buttarsi e lui gli risponde “perché mia moglie non mi fa più i bucchini”. Insomma, in via del Futurismo non c’è molto da vedere. Non è lì l’anima di Rogoredo.
Allora torno indietro e giro nella perpendicolare (via Francesco PizzoIpasso – sì, davvero si chiama così non ridete) dove c’è lo scheletro di un vecchio palazzo in stile ventennio. Il cortile è sventrato dalle ruspe ed è circondato dalle transenne. Si tratta della nuova sede del Conservatorio Giuseppe Verdi il cui cantiere ha preso piede a dicembre di quest’anno e si concluderà circa nel 2028 se Dio vuole. Sullo sfondo, vedo un campanile. Probabilmente è lì che risiede la vera anima di Rogoredo. Mi inoltro tra i campetti da calcetto e le case residenziali e arrivo finalmente davanti alla chiesa di Santa Giulia, il cui portale è sbarrato. Niente conforto spirituale da Dio in questa giornata di pioggia. Giro l’angolo e c’è un bar dove si vendono sigarette e dove un bel po’ di signori con la tuta da lavoro e le mani callose che se ne stanno seduti sugli sgabelli a scommettere alle slot machine. Un po’ incerto mi decido ed entro. Il barista subito mi guarda storto come a dire “ma chi è questo imbecille adesso”. Mi siedo, osservo un po’ le movenze di questi personaggi, ma questi si voltano e mi fissano tutti insieme. Ordino un caffè con disinvoltura, sudo freddo. Non mi picchiate, vi prego, so che l’anima, quella autentica, di Rogoredo vive in voi e io non voglio rubarvela. Giuro, però potreste, se ve ne avanza un po’, condividerla con me. Non dovete per forza regalarmela, ecco, basterebbe che me la imprestiate un attimo, poi ve la restituisco subito. Negli sguardi di questi signori vedo un abisso e l’abisso scruta me. Il caffè arriva. Mi ricordo solo in quel momento che io il caffè non lo bevo, non mi fa bene al pancino. Mi porto la tazzina alle labbra, fingo di bere. Non posso far saltare la mia copertura proprio adesso. Ripongo la tazzina sul piattino. Nessuno ha visto niente. Tutti si fanno i fatti loro, d’altronde. Chi sfoglia una rosea gazzetta dello sport da dietro gli occhiali tenuti bassi sul naso, chi a premere quei bottoni luminosi delle slot, chi a scrutare il nulla. Nessuno si è accorto di nulla. Forse sono pazzo, penso. Che problemi mi sto facendo? Massì, sei pazzo. Vai dal primo di questi imbecilli e domandaglielo guardandolo dritto negli occhi, con voce maschia “hey gringo, ma di un po’, l’anima di Rogoredo dove cazzo sta?”.
Mi alzo, mi avvicino, riempio i polmoni, dischiudo la bocca. Il muratore maghrebino si volta mi guarda un po’ spaesato e … “scusi, sa dirmi dov’è il bagno?”. In fondo a destra, imbecille. Apro la porta, entro e per terra c’è un secchio pieno d’acqua, in mezzo ai coglioni. Lo sposto facendo attenzione a non rovesciarlo e mi faccio una bella pisciata, ne avevo proprio bisogno. Per il sollievo butto la testa all’indietro e quando apro gli occhi leggo quel che sta scritto sul foglio appeso sopra lo sciacquone: “scarico rotto, sciacquare con secchio grazie!”. Ma vaffanculo. Pago alla cassa ed esco. Torno a vagare per le strade come un’anima in pena e a forza di vagare mi rendo conto di una cosa. Non riesco a trovare l’anima di Rogoredo perché Rogoredo non esiste. Verso la tangenziale c’è un sottopassaggio che porta verso il rovereto che si dipana fino al parco avventura per famiglie che precede quello dedicato agli eroinomani, qualche chilometro più in là. E’ il principio della via George Orwell, che dunque non conduce da nessuna parte. Ogni via imboccata a Rogoredo conduce da nessuna parte. Al confine più estremo di Santa Giulia c’è via Feltrinelli. Sarà il luogo dove è saltato in aria Gian Giacomo Feltrinelli a seguito della psyop ordita dal perfido Federico Umberto D’Amato dell’Ufficio Affari Riservati? Ma no. Quelli sono i fatti di Segrate. Rogoredo è un non luogo. Rogoredo è distopia nel vero senso etimologico della parola. Non luogo. Non c’è un cazzo a Rogoredo. Tutto quel che esiste davvero, Sky, Saipem, ignorano il resto come se tutti noi imbecilli fossimo degli spiriti invisibili, dei fantasmi. Tutto quel che resta da fare è tentare di interpretare i graffiti che abitano le pareti di questo habitat così inospitale per l’uomo. Magari, un po’ di speranza. “Il costo per questa vita è la morte”. Annamo bene. “Resterai per sempre nei nostri cuori”. Decido che è arrivato il momento di andarmene per sempre da Ro-Go-Re-Do e mentre cammino mi domando “chissà se i due graffiti si riferivano alla stessa persona, ma soprattutto chissà se quello che ha scritto la prima frase è lo stesso che ha ammazzato colui che è morto nella seconda”. Ma no, imbecille, che vai a pensare? Forse il riferimento è allo spacciatore sparato dal poliziotto no? Però chissà, chissà quanta gente è morta a Rogoredo e noi non lo sappiamo, fermi, sull’orizzonte degli eventi. Torno verso la stazione, ma non rientro nel bar con cui si era inaugurata la giornata, troppi ricordi. Troppe emozioni. Vado all’Ottolina bar, quello gestito da una coppia di cinesi, e domando loro un toast, una fetta di torta e un bicchiere d’acqua. Mentre mangio alla televisione c’è Giuseppe Conte all’Aria Che Tira con David Parenzo.
“Perché il governo non deve approfittarsi di questi disordini per…” e poi ancora “dovrebbe occuparsi dei problemi seri, il costo della vita per gli italiani è aumenta del 20%...”. Un maranza seduto di fronte a me pare incantato dalle parole di Conte. Conte, il dittatore del Covid. Chissà che il capo dei 5 Stelle non riesca prima o poi a conquistare Rogoredo e farne il suo feudo arruolando fra i suoi tutti i maranza che circondano Milano in periferia. Chissà. Pago il conto e domando al barista cinese se ha saputo delle sparatorie. “Sìsì, ma è successo a polto di male, non a Logoledo. Uno malato di mente ha lubbato una pistola, poi scappato e appena ha visto polizia ha spalato, ma lolo…” e con il dito punta il centro della sua fronte e ride serio. “Qua è zona di melda, pieno di spacciatoli, dlogati, ola se vedi c’è militali e polizia, ma è melda”. Gli domando se abbia visto passare lì davanti un serial killer di manichini con un impermeabile rosso e una valigia, ma non capisce la domanda e allora preferisco non insistere. Gli domando se sa qualcosa di dove possa nascondersi Epstein, che a quanto pare è ancora vivo “abita qui, a Logoledo”. Davvero? Fa di sì con la testa e ride. Rido anche io e lo saluto. Me ne vado. Salgo sulla metro gialla in direzione Comasina, si torna a casa. C’è un solo posto libero a sedere e mi siedo. “Quando vedi una sedia, siediti: Confucio”. Ma vicino ad una delle porte scorrevoli c’è un tipo con un volto per nulla nuovo. Non credo ai miei occhi. Jeffrey Epstein? Che c**o ci fa lui qui? Lascio il mio posto a sedere, mi avvicino discreto. E’ proprio lui, anche se ha gli occhi marroni. Me lo aspettavo più alto, invece è più basso di me. Ha degli occhiali Randolph calati bassi sul naso, guarda il suo telefono. Sembra non accorgersi del fatto che l’ho visto, o forse sta solo dissimulando, oppure è solo un suo sosia. Oppure sono matto. Non faccio in tempo a decidermi a parlargli che le porte si aprono, un mare di gente entra, mi sommerge e lui sparisce. Era davvero lui? Ma no, Jeffrey Epstein è morto. Ma chissà, forse, quel cinese aveva ragione. Jeffrey Epstein abita qui. A Ro-Go-Re-Do.