La finanza è politica, e ora più che mai anche il governo di Giorgia Meloni se ne deve accorgere. Il 2025 è stato l’anno in cui il governo di centrodestra ha provato a entrare in gamba tesa nel settore economico-finanziario: lo stop alla scalata di Unicredit su Banco Bpm tramite Golden Power, l’apertura parallela a un ruolo crescente di Credit Agricole nell’istituto di Piazza Meda, lo scenario di una critica alla fusione del risparmio gestito tra Assicurazioni Generali e Natixis e, soprattutto, la scalata di Monte dei Paschi di Siena a Mediobanca hanno visto, sulla carta, dei risultati favorevoli alle volontà dell’esecutivo.
Unicredit è stata frenata nella sua espansione, Banco Bpm rimane un istituto indipendente e con radicamento al Nord (fatto molto caro alla Lega di Matteo Salvini) e la scalata di Credit Agricole ne mantiene però l’autonomia, invece Generali ha abortito il progetto con Natixis e, come noto, Mps ha conquistato Mediobanca. Il 2026 è però destinato a essere l’anno in cui questi nodi possono venire al pettine per una convergenza tra problematiche politiche e contraddizioni insite nel sistema di coordinamento delle operazioni in questione, che unite dal minimo comune denominatore del progetto di espansione del centrodestra di governo in un settore finanziario ritenuto terreno ostile al campo sovranista e conservatore hanno, forse, mancato di una logica d’insieme.
Il presupposto “sovranista” è stato applicato su Unicredit e Generali, con la prima apostrofata come “banca straniera” per la presenza al suo interno di azionisti come BlackRock e Allianz da Matteo Salvini e la seconda ritenuta potenzialmente a rischio di drenare verso la Francia il risparmio italiano, ma dimenticato quando si è indirettamente favorita l’espansione di Credit Agricole. Il principio di consolidamento caro alla Banca centrale europea è stato applicato su Mps-Mediobanca, non su Unicredit-Bpm.
La strategia manca di un’evidente regia condivisa e lo si è capito quando Meloni e l’esecutivo hanno ridimensionato il peso dell’azione politica sul dossier più caldo dei prossimi mesi e anni, che riguarda proprio Generali: la MPS partecipata dal Tesoro ha scalato Mediobanca in asse con gli storici oppositori dell’ex CEO Alberto Nagel, Francesco Gaetano Caltagirone e il fondo Delfin, che sono in minoranza contro il CEO Philippe Donnet anche nel Leone di Trieste, di cui sono soci. Lo schema sembrava consolidato: conquistare, via MPS, Mediobanca per poi entrare in Generali tramite Piazzetta Cuccia, che ne è primo azionista. L’alzata del muro degli azionisti internazionali via chiaro editoriale del Financial Times sui legami Caltagirone-Meloni è stato un primo avvertimento che a Palazzo Chigi, al Tesoro e nella maggioranza hanno incassato poche settimane dopo l’apertura dell’indagine contro lo stesso Caltagirone, il presidente di Delfin Francesco Milleri e il Ceo di Mps Luigi Lovaglio circa presunte malversazioni nell’affare della scalata del 2025. L’esecutivo si trova, dunque, di fronte a un potenziale rovescio di fortune: MPS-Mediobanca pressate dalla Bce per integrarsi e fondersi ma su cui permangono reticenze politiche sulla fusione dei due istituti, mentre attorno Siena si riapre un tourbillon di voci su vecchi scandali che la riguardano; Unicredit che con le porte chiuse in patria si espande all’estero e punta a conquistare Commerzbank, secondo istituto tedesco su cui le mire di Piazza Gae Aulenti sono palesi e la cui unione alla banca guidata da Piazza Gae Aulenti può essere una grana per il nuovo partenariato con Berlino e il governo di Friedrich Merz; votazioni in cda ad aprile a Siena e in Banco Bpm in cui i fondi internazionali avranno una grande assertività; da ultimo, i procedimenti giudiziari che incombono. La governance del mondo finanziario è poi oggetto di contesa politica, con Forza Italia che ha bloccato la nomina alla Consob, chiamata a supervisionare una Piazza Affari dominata dal settore bancario-assicurativo, del sottosegretario leghista Federico Freni. In quest’ottica, negli ultimi giorni sono da segnalare anche le parole del Ceo di Intesa Sanpaolo, gigante silenzioso della finanza italiana, che presentando i conti del 2025 ha dichiarato a Silvia Berzoni di BlackBox nella giornata del 3 febbraio che, dopo la fine del PNRR nel 2026, saranno le casse di Corso Inghilterra a finanziare i prestiti all’economia con 250 miliardi di euro di previsione di finanziamenti. Un modo per dire al governo che in un Paese che non cresce (e che senza il PNRR sarebbe in recessione) l’apporto delle banche, di Intesa così come delle rivali, sarà vitale. Vale per Intesa, vale per Unicredit, vale per molti altri istituti: l’Opa di Meloni sulla finanza è ancora incompleta. In quest’ottica, Generali ha visto rinnovato il Cda nel 2025 e il Ceo Philippe Donnet osserva: se resisterà alla buriana nel 2026, il mercato potrà avanzare la prospettiva di una riscossa dopo un 2025 dominato dalla presenza politica nella finanza.