In principio al pomeriggio il gelo buca le ossa. C’è un signore con un berretto grigio, occhiali da sole neri e pizzetto bianco.
“Sono seduta sul tuo letto”
Davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, tiene in braccio un cagnolino bianco che ringhia.
“e ascolto la nostra canzone che cantavamo a squarciagola”
Lo mostra ad un amico panciuto che sorride paonazzo. La campana a morto rintocca pesante e buca gelida il cielo azzurro.
“mentre andavamo e tornavamo da casa dei tuoi adorati nonni e di tua zia, nonché la tua seconda mamma”
Tutti e tre si voltano verso i cancelli della basilica. Non hanno più espressione in volto. La campana a morto dà un altro rintocco pesante che buca l’aria sottile e tesa come un foglio di carta velina quando arriva la bara di Achille Barosi.
“Ho avuto il privilegio e la fortuna di essere tua mamma”
Ma ora che i cronisti sono tutti riuniti al tavolino di un bar poco più in là della basilica di Sant’Ambrogio, dove si è tenuto il funerale del giovane ragazzo che ha perso la vita a Crans-Montana nella notte di capodanno, il sangue torna circolare tra le dita delle mani. Ora sono bollenti e gonfie mentre battono sulla tastiera.
“Sono tanto fiera di te e la tua anima è qui con me. Ti ho sempre riconosciuto come un'anima antica, folle come piace a me”
E quelle dita che battono sulla tastiera è come se, a modo loro, aiutassero a reggersi in piedi il dolore di Erica, la madre di Achille, come quelle mani piene di dolore che sostengono il corpo della Madonna che crolla in lacrime di fronte al corpo di Cristo.
“Hai scelto per spiccare il volo il tuo posto del cuore, angelo mio, le tue montagne. D'altronde il posto terreno più vicino a Dio”
La campana a morto dà un altro rintocco pesante mentre si levano i fumi dell’incenso dal turibolo che dondola tra le mani dei chierici in tunica bianca, dondola insieme al Sole, anche lui in silenzio nel cielo azzurro. L’Abate, Carlo Faccendini, fa strada al feretro di Achille, portato a spalla dai becchini, seguito dalla Madre Erica ed il padre Nicola. Avanza la processione nel cortile della Basilica. I parenti, i compagni di classe, le anziane Suore Orsoline del Liceo Artistico San Carlo frequentato da Achille. Tengono tutti gli occhi bassi, ricolmi fino alle lacrime di pietà. Le piccole suore Orsoline portano sottili lenti d’occhiale, i veli grigi a ricoprirne i capelli bianchi, hanno il volto come velato di marmo bianco e gli occhi ricolmi fino alle lacrime di pietà per il povero Achille.
“Sei libero, vola amore io, hai delle ali luminosissime e saprò vederti. Mamma tua per sempre”
Il pesante portone in bronzo della Basilica si spalanca e lascia che, prima di Achille, irrompa nella navata la luce del Sole, come ad indicare la Via, per poi richiudersi alle sue spalle, ma non lascia che cammini da solo nell’oscurità, lo accompagna, frangendosi ora fra i cristalli del rosone, fino all’altare, spargendo dietro di sé il fumo acre dell’incenso. Quel mosaico dai mille volti di uomini e donne, anziani e giovani, dai mille occhi pieni di speranza e vuoti di speranza, gravidi di lacrime trattenute, nascoste. Guance arrossate di quel calore che ora abbraccia tutte le persone riunite nella Basilica di Sant’Ambrogio, dalle guance arrossate e rigate di lacrime. Il freddo che buca le ossa non c’è più, ora che parla il Prete.
“Non serve che dopo tanta oscurità cambi immediatamente qualcosa, ma basta una luce, una piccola luce”.
Il freddo che buca le ossa, come durante la lettura del Vangelo nell’antica Basilica, non c’è più in quel baretto poco più in là, dove ora risuonano le dita dei cronisti che battono sulle tastiere, trascrivono una storia, traducono la storia di un dolore antico, lo tramandano in qualche modo, avvisano il futuro di quel dolore, avvisano il futuro con le parole della Madre e del padre di Achille, Erica e Nicola.
“Voglio dirti due parole e mi risponderai come sempre liquidandomi velocemente”
Le parole pronunciate dai genitori di Achille al suo funerale sono difficili da maneggiare, e chi le deve maneggiare si ferisce continuamente, sanguina, soffre, perché le parole dei genitori che hanno perso un figlio sono come i cocci taglienti di un vaso che si è infranto in mille pezzi.
“Sono altrettanto convinto che anche oggi, con i nostri occhi e i nostri sguardi, ci saremmo capiti al volo. Oggi il destino crudele mi ha strappato la cosa più preziosa che avevo con una violenza estrema. Mi sono completamente smarrito e svuotato, tutto mi appare diverso”
Ma qualcuno lo dovrà pur fare. E’ forse una forma di preghiera, raccontare un dolore, una preghiera per chi lo ha sofferto quel dolore. Una preghiera dolorosa, di riflesso sì, perché altro non si può che pregare. Lo si capisce dai volti straziati, ma pieni di amore, di chi sta attorno alla bara. Di chi, di nuovo all’aria nuda e gelida dinanzi la Basilica, è raccolto attorno al carro funebre che porterà Achille al cimitero. Tutti ascoltano con le lacrime agli occhi, telecamere incluse, insieme ai poliziotti, ai vigili del fuoco, ai politici, ai cronisti alla famiglia, ai cari del povero ragazzo, la sua canzone preferita: “Perdutamente” di Achille Lauro. La canzone che Erica e Nicola cantavano a squarciagola insieme a lui.
“Al tempo stesso mi sento di dirti che insieme abbiamo scritto un bellissimo libro di cui ricordo e ricorderò ogni singola pagina, riga e parola”
Stanno forse pregando per Achille e i suoi cari, quelle dita che ora piene di calore, piene di amore, raccolte tutte insieme in un piccolo bar all’angolo di piazza Sant’Ambrogio, insieme ad altre dita di altre mani di altri cronisti, sanguinano ad ogni battuta.