C’è un silenzio, quello composto che ha accompagnato, ieri, il rientro in Italia delle giovani vittime di Crans Montana, e c’è un gran clamore, quello a tratti anche sguaiato che ha, invece, seguito l’evolversi delle indagini. Aeroporti trasformati in luoghi di raccoglimento civile e città che si fermano, contrapposte, in un paradosso grottesco, a social forcaioli e opinionisti che non vogliono capire che le leggi in Svizzera seguono percorsi differenti, meno emotivi, ma certamente rigorosi. Da una parte, quindi, il dolore che ha assunto una forma concreta, misurabile, e chiede risposte che non siano né affrettate né evasive e, dall’altra parte, la pretesa di qualcuno da mettere al muro. Il solito spazio delicato, insomma, sospeso tra il lutto e la responsabilità. Ecco, proprio per quanto riguarda le responsabilità, significative ammissioni sono arrivate dalla Svizzera e hanno restituito l’immagine di un Paese deciso a non sottrarsi al giudizio nelle sue istituzioni.
Sul piano giudiziario, infatti, la giornata di ieri ha segnato un passaggio cruciale. La procura del Vallese ha formalizzato l’apertura di un’inchiesta per omicidio colposo nei confronti dei proprietari del locale Le Constellation, mentre le indagini tecniche iniziano a delineare una dinamica che appare sempre meno accidentale. L’ipotesi investigativa individua nell’utilizzo di una fontanella scintillante, impiegata durante il servizio degli alcolici, l’innesco dell’incendio che ha attecchito sui pannelli fonoassorbenti del soffitto, risultati non ignifughi. Un elemento noto, ma che si carica di un peso ulteriore alla luce di un video, risalente al 2020 e diffuso dall’emittente pubblica Rts, nel quale un cameriere invita esplicitamente i clienti a prestare attenzione proprio a quelle candele pirotecniche. C’era, quindi, la conoscenza di un rischio reiterato nel tempo che potrebbe porre la base per convertire il capo d’accusa da omicidio a strage.
Parallelamente, le autorità comunali hanno revocato l’autorizzazione all’esercizio de La Petite Maison, secondo locale gestito dagli stessi titolari del Constellation, disponendone la chiusura immediata. Un atto amministrativo che difficilmente sarà impugnato dai due indagati, che hanno comunque fatto sapere di non volersi sottrarre alla legge. Anche sul piano normativo, la Confederazione ha reagito: il progetto di revisione delle norme antincendio 2026, che avrebbe introdotto criteri più flessibili, è stato sospeso, segno di una riflessione che si è fatta improvvisamente più severa non solo nel Canton Vallese, ma in tutta la Svizzera.
È però sul terreno della responsabilità istituzionale che s’è scelta una linea di rara chiarezza. Davanti ai giornalisti di mezza Europa, il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, ha ammesso che l’ultimo controllo antincendio nel locale risaliva al 2019, nonostante la normativa prevedesse verifiche annuali. Non ha cercato scorciatoie verbali né attenuanti di circostanza. Ha rimesso alla magistratura il compito di stabilire quale peso abbia avuto questa carenza nella catena causale della tragedia e ha affermato che il Comune assumerà tutte le responsabilità che la giustizia determinerà. Ha chiesto scusa. Non si è dimesso. Basta? No, ma non è poco. Anche perché la sua posizione si colloca in un contesto reso più complesso dall’apertura di un’indagine parallela da parte della procura di Parigi, a tutela delle famiglie francesi coinvolte, e dalle dichiarazioni dell’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado, che ha ricordato come, in un diverso ordinamento, misure cautelari più stringenti sarebbero state probabili.
Anche qui, tuttavia, il confronto tra sistemi giuridici non si è tradotto in accuse reciproche, ma in un dialogo istituzionale improntato al rispetto. E al rigore. Intanto, mentre l’Italia ha riaccolto – purtroppo solo i corpi - i suoi ragazzi, la Protezione civile continua a seguire i feriti ricoverati negli ospedali e la Svizzera ha annunciato sostegni finanziari e amministrativi alle famiglie colpite, avviando contestualmente un piano straordinario di ispezioni sugli esercizi pubblici. Tra le ammissioni di chi governa, la disponibilità di chi è indagato a rispondere delle proprie scelte e la trasparenza con cui vengono messi a disposizione degli inquirenti tutti gli elementi noti, prende forma un’idea di giustizia che non cerca rifugi né alibi. E che forse rende davvero onore alle vittime più di mille altre scelte emotive e urlate che potevano essere fatte nell’immediatezza. È una giustizia che si assume il tempo necessario per capire.