Eh, ma non li hanno arrestati! Fermi tutti, il dolore e l’indignazione per la tragedia di Crans Montana, in cui hanno perso la vita 40 ragazzi (tra cui sei italiani) non possono – se non umanamente – far passare in secondo piano il fatto che il sistema giudiziario in Svizzera funziona in maniera differente rispetto all’Italia o a qualsiasi altro paese. E che, anche se per ora non si è assistito a crocifissioni mediatiche, la magistratura sta già lavorando non per placare la fame di giustizia internazionale, ma per cercare nella migliore maniera possibile una verità. Non quelle verità che si cercano per salvare il salvabile, ma per condannare tutto il condannabile. La premessa, dopo quello che si legge in giro in questi giorni, è doverosa. Perché se è vero che gli occhi del mondo sono puntati ora su Jacques Moretti, il proprietario e gestore del club accusato di omicidio intenzionale con dolo eventuale e (per ora) non sottoposto a misure cautelari, è altrettanto vero che è in corso un’analisi approfondita da parte degli investigatori.
Oltre al fatto che il suo locale era sovraffollato, con circa mille persone contro una capienza massima di circa trecento, sono infatti già emerse altre negligenze gravi. Le uscite di sicurezza erano, infatti, sbarrate o chiuse a chiave e il soffitto del club era rivestito con un materiale fonoassorbente non ignifugo. Una scelta, quest’ultima, che sarebbe stata fatta per risparmiare sui costi. Le indagini, per quel poco che la procuratrice ha potuto lasciar intendere (in Svizzera la magistratura non può assolutamente parlare con i giornalisti e ogni fuga di notizie è severamente punita) suggeriscono che Moretti possa essere stato coinvolto anche nel tentativo di manomettere i server delle telecamere di sicurezza durante l’incendio. Se tali circostanze venissero confermate, allora sì il quadro accusatorio potrebbe portare all’arresto. L’altra grande domanda che in molti sembrano farsi è perché Moretti e sua moglie non siano indagati per strage piuttosto che per omicidio. Ma la verità è che per le leggi svizzere cambia poco: la pena severissima che la Svizzera riserva per reati di omicidio intenzionale è sostanzialmente la stessa.
Moretti e sua moglie, di fatto, è come se fossero già in carcere e pure la possibilità che movimenti denaro per mettere al riparo i beni personali da eventuali risarcimenti che dovrà corrispondere è limitata rispetto a quanto potrebbe accadere, ad esempio, proprio in Italia. L’altro tema su cui, invece, c’è un gran lavoro in corso è quello della responsabilità delle autorità locali, che non hanno esercitato il loro potere di controllo come avrebbero dovuto. Sembra, infatti, che in settembre le autorità avevano già rilevato criticità nel locale, ma invece di chiuderlo avevano consentito a Moretti di continuare a operare per non perdere gli incassi della stagione invernale. Da qui, stando al poco che è dato sapere, un’indagine separata anche sulla gestione del Comune di Crans Montana. Tre funzionari comunali sarebbero già stati attenzionati, così come i server del Comune per cercare eventuali prove di favoritismi o corruzione se dovesse effettivamente emergere che il Comune non ha esercitato il proprio potere di chiusura in tempo utile.
La dinamica dell’incendio stesso è stata ricostruita dalle autorità svizzere, che hanno confermato che tutto è iniziato a causa di uno dei bengala ancorati alle bottiglie che venivano passate ai tavoli e, in particolare, da quella servita da una cameriera che, come raccontano anche alcune immagini, era più in alto di altre dopo essere salita sulle spalle di un altro cameriere. Insomma, le indagini sono tutt’altro che ferme. Ma non sono mediatiche. Tutto qua. E forse, nel bel mezzo di un dolore e di una sofferenza ancora tutta da attraversare, è giusto pure riconoscere che la Svizzera non ha alcuna intenzione di lasciare spazi a rinvii o ritardi, badando bene, però, di mantenersi lontana da ogni retorica.