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Cosa c'era nel servizio di Report sulle stragi del '92 che Gasparri voleva bloccare e a chi fa paura? Dalla pista nera a quell’audio in esclusiva

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

  • Foto: Ansa

5 gennaio 2026

Cosa c'era nel servizio di Report sulle stragi del '92 che Gasparri voleva bloccare e a chi fa paura? Dalla pista nera a quell’audio in esclusiva
Polemiche sull’ultimo Report, La banalità del nero, che riapre la “pista nera” sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Gasparri attacca Ranucci, ma il servizio porta documenti, audio e testimonianze che smentiscono versioni ufficiali

Foto: Ansa

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

Come al solito, all’alba della messa in onda dell’ultima puntata di Report si accavallano notizie e polemiche. “La banalità del nero”, andato in onda ieri sera, domenica 4 gennaio è un lavoro lungo quasi un’ora e mezza interamente dedicato alla strage di Capaci e, soprattutto, a ciò che intorno a quella strage continua a non tornare dato che l’unica persona che aveva capito come probabilmente erano andate le cose è morta in via D’Amelio, ovvero, Paolo Borsellino. Secondo quanto dichiarato da Ranucci, Maurizio Gasparri avrebbe però tentato di impedire la messa in onda del servizio presentando un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio nella quale avrebbe accusato Report di utilizzare materiali riservati grazie al presunto ausilio di Gian Gaetano Bellavia, consulente di una serie di giudici che si sono occupati di inchieste di cui si è interessato anche Report. Peccato che nel servizio il nome di Gasparri, ovviamente, non compare nemmeno una volta, ma quello di Forza Italia sì, insieme a quello di Marcello Dell’Utri. Ed è qui che sorge il dubbio, perché tanto allarme?

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A livello di comunicazione non passa una bella immagine. Evidentemente in questo caso lasciare che le acque si calmino non è sufficiente. Secondo Gasparri, Sigfrido Ranucci e la sua redazione attenzionerebbero esclusivamente politici del centrodestra. Ma al di là delle dichiarazioni politiche, resta il contenuto del servizio, che è difficile liquidare come fazioso in quanto decisamente ricco di particolari e soprattutto di documenti che parlano nero su bianco e smentiscono anche quanto dichiarato dal procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, ascoltato il 9 dicembre scorso in Commissione Antimafia. Qui il Pm ha sposato la tesi di Mario Mori – allora comandante del Ros dei carabinieri – escludendo perentoriamente la cosiddetta pista nera, secondo la quale dietro la morte di Borsellino vi sarebbe stata la mano della destra eversiva, esattamente come accaduto anche per Falcone. Secondo De Luca, le presunte dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, che avrebbe riferito a Borsellino poco prima della sua morte, di aver visto con certezza Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, nei pressi del luogo dell’attentato, non sarebbero mai esistite, e dagli atti quella pista varrebbe zero. Ma Report racconta altro. Paolo Mondani, autore del servizio, ha raccolto infatti la testimonianza di un ex brigadiere dei carabinieri, Walter Giustini, che aveva redatto informative contenenti le confidenze di Lo Cicero, autista del boss di Capaci Mariano Tullio Troia, oltre ad un documento audio esclusivo che prova questa testimonianza.

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Borsellino raccolse anche la testimonianza dello stesso Giustini, il quale raccontò che le sue indagini erano state fermate da Bruno Contrada, uomo del Sisde in Sicilia. Dopo quell’inchiesta, Mondani è stato pedinato, intercettato e ha anche subito un tentativo di perquisizione domiciliare. Giustini, invece, è stato accusato di depistaggio e calunnia. La Procura di Caltanissetta giudicò inattendibili sia Lo Cicero sia Maria Romeo, la sua compagna che aveva confermato la sua versione. Mario Mori, poi, ha depositato in Commissione antimafia una memoria in cui accusa Report di aver rivitalizzato la pista nera, sostenendo che Lo Cicero non fu ritenuto credibile nemmeno da Giovanni Falcone. Un’affermazione che Report definisce falso storico, dato che Lo Cicero parlò con Borsellino solo dopo la morte di Falcone. Nel servizio viene mostrato un documento esclusivo redatto da Vittorio Teresi, magistrato della Dda in stretto contatto con Borsellino in quei giorni, in cui vengono fatti i nomi dei boss di Capaci tra cui Mariano Tullio Troia e Guido Lo Porto, quest’ultimo amico personale di Borsellino. Il giudice aveva detto che un amico lo avrebbe tradito. Secondo questa ricostruzione, si riferiva proprio a Lo Porto. Quando De Luca sostiene che non esista alcuna informativa di Lo Cicero, si sbaglia. Report ha ottenuto anche un audio, grazie alla collaborazione con Roberto Pertici in cui si sente la voce di Locicero parlare di questo al Pm Gianfranco Donadio nel 2007. Dunque Borsellino credeva a Lo Cicero, lo dimostra il fatto che aveva chiesto esplicitamente di interrogarlo non appena fosse stato possibile. Dopo la morte di Borsellino, però, la pista nera scompare. Lo Cicero viene interrogato il 4 luglio dal magistrato Aliquò, ma non risulta che gli siano mai state poste domande sulla presenza di Delle Chiaie a Capaci. Eppure, dal suo racconto emerge una figura di Delle Chiaie perfettamente coerente con quella descritta da alcuni collaboratori di giustizia della ’ndrangheta a proposito dei summit sull’Aspromonte del 1969. Incontri in cui Delle Chiaie, insieme a Stefano Concutelli di Ordine Nuovo, avrebbe fornito armi e strategie militari in vista di eventi sovversivi come i moti di Reggio Calabria e il fallito golpe Borghese. Lo stesso anno in cui Concutelli viene trovato a sparare in un poligono clandestino vicino Palermo insieme all’onorevole Guido Lo Porto. È lo stesso Concutelli che ucciderà il giudice Vittorio Occorsio, impegnato a indagare su criminalità organizzata, servizi segreti e P2. Dunque, perché su Delle Chiaie non si indaga più?

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Dal 2007 in poi nessuno ha acquisito questi dati. L’avvocato della famiglia Borsellino, Fabio Repici, ricorda che Paolo Bellini, killer di Avanguardia Nazionale, fu infiltrato in Cosa Nostra sotto il coordinamento del generale Mario Mori per recuperare beni mafiosi. Bellini entrò in contatto con uno degli artificieri della strage di Capaci. Borsellino, secondo questa ricostruzione, non aveva scoperto solo gli esecutori, ma anche i mandanti di quell’attentato. Lo Cicero aveva aperto la pista nera denunciando la presenza di Delle Chiaie a Capaci dove era presente anche Pietro Rampulla, artificiere di Altofonte, ex militante di Ordine Nuovo fondato da Concutelli. Rampulla riempì il cunicolo di esplosivo, essendo vicino al clan Santapaola e all’avvocato Lo Savio Cattafi, indicato come la cerniera tra politica, destra eversiva, P2 e servizi segreti. Con loro c’era Antonino Gioè, il mafioso con cui entrò in contatto Paolo Bellini prima delle stragi di Bologna, per cui Bellini è stato condannato insieme ai Nar Fioravanti e Cavallini. Secondo Falcone, gli stessi ambienti avrebbero avuto un ruolo anche nell’omicidio di Piersanti Mattarella, l’uomo che stava cambiando la politica siciliana sulle orme di Aldo Moro. Gli indagati furono archiviati, ma Falcone era convinto che il mandante fosse Licio Gelli. La stessa versione che Luigi Ilardo, boss di Cosa Nostra, confidò al colonnello Michele Ricci nel 1993. Ilardo avrebbe raccontato tutto, se non fosse stato ucciso dopo aver parlato di questa cosa in procura. Tradito poi da uomini dello Stato e eliminato dai killer del boss Zuccaro, collegato ai servizi segreti. Secondo Ilardo, dietro gli omicidi eccellenti in Sicilia c’erano anche apparati deviati dello Stato. E arrestare Bernardo Provenzano, disse, non era conveniente perché funzionale all’equilibrio politico di quel contesto storico. Marcello Dell’Utri, sempre secondo Ilardo, sarebbe stata la cerniera tra Cosa Nostra e il neonato Berlusconi. E per Report, Bernardo Provenzano, Mario Mori, non lo ha arrestato quando avrebbe dovuto. Dopo questo servizio, Gasparri ha presentato un esposto alla magistratura in cui denuncia il modus operandi di Report, il quale si servirebbe di informazioni secondo uno schema più grave addirittura di quello dei dossieraggi di cui si serviva il quotidiano Domani. La giustizia farà le sue dovute verifiche, ma certamente, a livello mediatico non passa un bel messaggio, perché quel che è contenuto nel servizio di Report, ovvero le parole di Locicero, fino ad ora considerate una diceria, ora parlano chiaro.

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