Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha segnato un cambio di paradigma brutale nelle relazioni tra Washington e l'America Latina. E sì, la lotta contro l'ideologia bolivariana e il governo di Maduro in Venezuela sono soltanto delle scuse. Ci avete fatto caso? La controffensiva geopolitica sferrata dagli Usa nel loro “cortile di casa” ha un altro scopo: estirpare le radici cinesi che si sono allungate troppo in una regione troppo strategica e troppo vicina al territorio statunitense. L'intelligence americana dipinge poi un quadro inquietante: la Cina non sta solo costruendo porti e infrastrutture attraverso la Belt and Road Initiative, ma starebbe fornendo il substrato logistico e finanziario per una nuova forma di egemonia criminale. La rabbia di Trump, in sostanza, non è rivolta esclusivamente ai vertici di Pechino per gli squilibri commerciali, ma alla pervasività delle triadi e delle reti di broker cinesi che avrebbero occupato i vuoti lasciati dalle istituzioni locali. Per gli Usa, insomma, la sovranità dell'America Latina è ormai una questione di sicurezza interna: riprendersi il controllo della regione significa, prima di tutto, recidere i legami tra le medie imprese del Dragone e i cartelli locali, trasformando il Sudamerica da hub logistico cinese a partner blindato dell'agenda America First.
A far perdere la pazienza all'amministrazione statunitense è la metamorfosi del crimine organizzato. Mentre i cartelli messicani e colombiani continuano a dominare la scena con una violenza piuttosto visibile, forse anche troppo, le reti cinesi come la 14K o la Mafia del Fujian operano sotto traccia, sono quasi invisibili, prediligendo la corruzione sistemica alla guerra aperta. Ebbene, queste organizzazioni non cercano il controllo territoriale attraverso il terrore, ma passando per l'efficienza economica. Sono diventate, in sostanza, passateci il termine, "colletti bianchi" del narcotraffico globale. Che cosa significa? Oggi i broker cinesi sono i principali fornitori di precursori chimici per il fentanyl e le metanfetamine che devastano le città americane, schivando le regolamentazioni attraverso società di facciata che esportano legalmente prodotti chimici dalla Cina al Messico. Questa "mafia silenziosa" (e pure invisibile) ha rotto gli equilibri tradizionali, offrendo ai cartelli locali servizi logistici e tecnologici che rendono la repressione convenzionale quasi obsoleta. Ecco, la Casa Bianca vede in questa simbiosi un attacco diretto alla salute pubblica e alla stabilità nazionale, percependo ogni spedizione di precursori come un atto di guerra asimmetrica orchestrato, o quanto meno tollerato, dall'indifferenza strategica di Pechino.
I riflettori sono puntati an che sul settore finanziario. È infatti qui che le reti cinesi hanno letteralmente "asfissiato" i canali di riciclaggio tradizionali. Attraverso sistemi di underground banking e l'uso spregiudicato di criptovalute e transazioni "mirror" (specchio), i network del Dragone riescono a ripulire i profitti dei cartelli con commissioni inferiori al 5%, contro il 15-20% dei mercati neri classici. Questo vantaggio competitivo ha reso la mafia cinese l'intermediario indispensabile per chiunque voglia muovere capitali sporchi tra le Americhe e l'Asia. Non si tratta solo di droga: gli affari sporchi spaziano dal traffico di fauna selvatica e legname pregiato alla pesca illegale massiva operata da flotte di centinaia di pescherecci che spogliano i mari latinoamericani. Questi flussi di denaro non solo finanziano il crimine, ma infiltrano le economie legali, acquistando immobili e imprese retail che fungono da basi operative. La strategia di Trump punta dunque a smantellare queste "lavatrici globali" imponendo sanzioni durissime e monitoraggi tecnologici sui porti, con l'obiettivo dichiarato di rendere l'America Latina un ambiente ostile per i capitali di Pechino, siano essi legali, grigi o dichiaratamente neri. Anche a costo di creare enormi scaz*i geopolitici...