Che nello strano e variegato mondo Maga statunitense ci fosse qualcuno attratto, innamorato, infatuato dall'immaginario nazista era ben noto da tempo. Già durante la prima amministrazione di Donald Trump, tra il 2017 e il 2021, i media progressisti erano felicissimi nel denunciare il fatto che tra i Maga esistessero alcuni elettori del tycoon, particolarmente borderline, troppo vicini all'estrema destra, al nazismo e pure a un certo Adolf Hitler. Oggi, quegli allarmi più volte fatti scattare soltanto per screditare il tycoon, hanno acquisito tutto un altro senso. Basta fare un giro sul web per constatare come, nell'indifferenza generale dei grandi intellettuali, l'etere sia stato invaso da una narrazione politica tossica. Sui social il Fuhrer è diventato un meme mentre gli slogan del nazismo si sono trasformati in aforismi da condividere e ricondividere tra follower ingenui. Non ci sarebbe niente di strano se tutto ciò riguardasse qualche piccola minoranza silenziosa. Il problema più grande è che l'attuale amministrazione statunitense dà l'impressione di voler surfare questa onda per meri fini elettorali. Arriviamo quindi a un altro problema conseguente al primo: l'ascesa di personaggi social, come influencer politici e youtuber, che amplificano ulteriormente messaggi estremi. “Il mio problema con Trump non è che lui sia Hitler, il mio problema con Trump è che lui non è Hitler”, è una delle recenti affermazioni rilasciate da Nick Fuentes, leader del movimento America first, figura di riferimento dei groyper (gruppo dell’alt-right statunitense noto per aver negato l’Olocausto), streamer e dichiarato antisemita che in passato ha definito il Fuhrer “davvero figo”.
Fuentes è soltanto la punta più visibile di un iceberg enorme che sta guadagnando sempre più consensi tra gli elettori di destra e di estrema destra. La sua intervista con Tucker Carlson, lo scorso ottobre, ha gettato i repubblicani in un dibattito sull'antisemitismo, infiammando la divisione tra un'ala filo-israeliana del partito e un'ala emergente e isolazionista (“America First”) contraria all'assistenza militare statunitense a Israele. Ma il fenomeno va ben oltre le schermaglie interne al GOP. Intorno a figure come Fuentes si muove un ecosistema digitale fatto di podcast, canali Telegram, account X e piattaforme alternative dove Hitler non è più il simbolo del Male assoluto bensì un'icona pop da remixare. Meme, t-shirt provocatorie, slogan rielaborati in chiave ironica: l'estetica del Terzo Reich viene così svuotata del suo peso storico e trasformata in merchandising e intrattenimento. Il risultato? Se fino a pochi anni fa il nazismo era confinato ai margini clandestini della rete, oggi strizza l'occhio a una platea molto più ampia, sfruttando algoritmi e polarizzazione politica.
Attenzione però, perché non si tratta solo di subculture online. Il motivo è semplice: slogan e immaginari che riecheggiano la propaganda del Novecento compaiono sempre più spesso anche (seppur velatamente) nella comunicazione istituzionale, alimentando polemiche e accuse di ambiguità. Il Guardian ha parlato apertamente di un “problema nazista” nell'orbita trumpiana, citando casi di funzionari o collaboratori finiti nella bufera per simpatie estreme o per l'uso di retoriche pericolosamente simili a quelle del passato. Trump, dal canto suo, ha più volte utilizzato espressioni incendiarie contro migranti e avversari politici, linguaggio che richiama formule già ascoltate nella storia europea del XX secolo. In questo clima, gli “ingegneri del caos” - influencer, ideologi tech, comunicatori spregiudicati - lavorano per ridefinire i confini dell'accettabile, spingendo sempre un passo più in là l'asticella. “Heil Hitler”, la canzone di Kanye West che glorifica il Fuhrer, continua a girare sui social nonostante sia stata bandita dalle piattaforme di streaming. Nel frattempo, nei Paesi Bassi un giovane su quattro considera l'Olocausto un “mito” o un' “esagerazione”, mentre negli Stati Uniti quasi la metà degli under 30 non è in grado di nominare un solo campo di concentramento...