“Maduro era un dittatore. Ma non fingiamo che a Trump importi della democrazia. Quando gli fa comodo si ingrazia i dittatori di tutto il mondo. Trump è stato chiaro: vuole il petrolio del Venezuela. Questa non è democrazia. Questo è imperialismo”. Con queste poche parole sintetizzate in un tweet, il senatore democratico statunitense Bernie Sanders ha usato la parolina magica: imperialismo, ossia la politica di uno Stato volta ad estendere il proprio potere e la propria influenza su altri territori o popoli, spesso attraverso il controllo diretto (colonizzazione, annessioni) o indiretto (sovranità limitata, controllo economico o militare), allo scopo di ottenere vantaggi strategici. Se fino a qualche decennio fa gli Stati Uniti giustificavano i loro interventi globali parlando di nobili cause (la tutela dei diritti, la libertà, la lotta contro le tirannie, la difesa della democrazia), nonché di strategie necessarie per rendere il pianeta un posto migliore, oggi non c'è più alcun margine di errore nel definire “predatoria” l'azione Usa. È stato Donald Trump a sdoganare la legge del più forte trasformando il diritto internazionale in un pezzo di carta straccia. È stato sempre Trump a spiegare di volere il petrolio del Venezuela e che di Nicolas Maduro, alla fine dei conti, non gliene fregava un caz*o. È stato ancora il tycoon a dire di non aver bisogno del citato diritto internazionale e che, anzi, questo concetto lo infastidisce perché lo limita.
Ma allora Trump è un pazzo? Nemmeno per sogno. Trump è lucidissimo. Senza voler dare giudizi morali di alcun tipo, e limitandoci a descrivere quanto sta accadendo, l'attuale presidente Usa è impegnato a portare avanti lo stesso modus operandi che ha da sempre caratterizzato gran parte della politica estera del suo Paese. Oggi, però, non si tratta più di “esportare la democrazia” in Iraq o in Afghanistan. Il nuovo imperialismo di Trump è propedeutico a sconfiggere la Cina sul fronte tecnologico e hi-tech. La mossa contro il Venezuela è stata un'operazione che ha consentito a Washington di assicurarsi l'accesso a ingenti (ma veramente tante) quantità di petrolio. Con le riserve venezuelane - pesanti, costose da estrarre, ma gigantesche - gli Stati Uniti puntano a ottenere energia a basso costo per alimentare la corsa all'intelligenza artificiale, dove la domanda di elettricità dei data center cresce a ritmi vertiginosi, già oggi mettendo a rischio le bollette domestiche e il funzionamento della rete elettrica nazionale. Dietro questa strategia c'è un’idea più ampia: riconquistare il controllo su materie prime e risorse industriali che negli ultimi decenni sono state cedute, o almeno rese vulnerabili, al dominio cinese. Come sottolinea il Financial Times, il presidente Usa ha abbracciato una sorta di “retro-imperialismo industriale”. Da questo punto di vista, Venezuela, Guyana, Groenlandia e persino l'Iran non sono obiettivi casuali, ma anelli di una catena che punta a consolidare il controllo americano su petrolio, gas e Terre Rare.
Il discorso è dannatamente semplice. Le risorse sopra descritte sono il carburante fisico di un futuro hi-tech e della competizione globale nell'intelligenza artificiale: senza di esse, gli Usa rischiano di rimanere indietro rispetto a Pechino, che invece sta puntando massicciamente sulle rinnovabili e sulla diversificazione energetica, combinando industrializzazione e sostenibilità in un mix vincente. Il risultato è un mondo dove la potenza americana si presenta come una minaccia diretta non solo per i Paesi latinoamericani, ma anche per l'Europa, impotente di fronte a un alleato che trasforma Nato e sicurezza collettiva in uno strumento di pressione politica. I governi europei, intanto, sembrano più preoccupati di non irritare Trump che a difendere la propria sovranità, mentre il presidente Usa si muove con crescente aggressività, promettendo interventi e annessioni in Groenlandia e nel vicino emisfero occidentale. La sfida non è solo strategica o energetica, ma morale e geopolitica. Il rischio è che il mondo del XXI secolo si trasformi in un Far West pieno di banditi e senza sceriffi.