Leggiamo su tutti i giornali e seguiamo in diretta gli sviluppi delle varie proteste contro il regime iraniano ormai dal periodo natalizio. L’attenzione della stampa internazionale, poi, è ancora alta sul Venezuela e sulla Groenlandia. A proposito di tutti questi temi i giornalisti e gli addetti ai lavori si dividono, ma la linea che prevale è, come al solito, quella sbagliata, quella che vende di più, ovvero quella che recita la sentenza “Trump è un pazzo”. Certo, come biasimare chi a caldo commenta il rapimento di Maduro, oppure le esternazioni da monarca assoluto del presidente degli Stati Uniti, che dice di “avere bisogno della Groenlandia”. Nel sistema delle relazioni internazionali, è ormai palese. Sono cambiati molti paradigmi, ma sono rimasti invariati gli interessi, i valori di ciascuna nazione e soprattutto l’interconnessione di questi a livello globale, che è sempre la medesima. Non è un sistema immobile, ma un sistema che muta secondo delle logiche profonde, quelle delle relazioni internazionali e ciò che non è esattamente immediato da comprendere è che Venezuela, Iran, Groenlandia, sono collegati da un sottile filo rosso di cui in pochi hanno parlato in questi anni. L’importanza dell’Artico. Il commercio mondiale passa per lo più via mare e il riscaldamento climatico sta portando allo scongelamento del passaggio a nord della Siberia, già praticato, ma non per tutto l’anno a causa delle glaciazioni di quei mari. Ce lo ha spiegato approfonditamente il diplomatico di lungo corso ed ex Ambasciatore Francesco Maria Talò, oggi Inviato Speciale presso il corridoio India-Medioriente-Europa (Imec), dove cura gli interessi del nostro Paese nel suddetto progetto economico e infrastrutturale che punta a promuovere e migliorare i legami economici di queste diverse aree geografiche differenziando le tratte commerciali tra Mediterraneo ed Indo-Pacifico, vero motore dell’economia mondiale. L’Ambasciatore Talò ricopre questa carica dall’aprile dell’anno scorso, ma è da quando si è insediato Trump che scrive di quanto la questione artica sia cruciale per il nuovo corso dell’economia globale e per gli Stati Uniti di Trump, in rotta di collisione sulla Groenlandia soprattutto con la Cina di Xi Jin Ping. L’ambasciatore, suggerisce di allacciare le cinture di sicurezza e prepararsi a navigare in acque piuttosto turbolente, perché si inaugura un’epoca particolarmente complessa.
Aerei militari americani si dirigono verso il Mediterraneo e Trump poco tempo fa ha dichiarato che, insomma, qualora il regime iraniano avesse sparato sulla folla, gli Stati Uniti sarebbero comunque pronti a intervenire. Quanto è concreta questa possibilità secondo lei?
Non ho notizie di prima mano, di attualità, insomma, sulle cose che ormai si susseguono con ritmi frenetici. Però farei attenzione a prendere sempre sul serio le affermazioni di Trump. D’altra parte è anche giusto non scoprire le carte in questo tipo di operazioni, ma in qualche modo certe dichiarazioni comportano degli sviluppi concreti. Ed effettivamente penso che ci siano delle concrete possibilità che il regime iraniano rischi molto. Soprattutto se prosegue in una repressione violenta. D’altra parte, questa è una cosa che avevo detto già da parecchio tempo, già in occasione della guerra dei dodici giorni, del conflitto della scorsa estate. Nessun regime è eterno. Ce ne sono di più resilienti che, grazie purtroppo alla repressione, riescono a durare a lungo. Prima o poi arriva l’ora della resa dei conti, se il popolo non ce la fa più. E non è soltanto una questione economica, ma è l’anelito alla libertà, che mi pare così prorompente in una popolazione molto sensibile su queste cose. Va tenuto conto della condizione delle donne poi, reprimere una metà della popolazione in quel modo non può non comportare una reazione.
Sulla concreta possibilità di un intervento americano, però, ci sono pareri contrastanti, vi sono alcuni diplomatici ed esperti che sostengono non sia probabile un intervento americano e che queste manifestazioni siano invece non paragonabili a quelle del passato. Lei crede che queste manifestazioni possano portare spontaneamente ad un cambio di regime o comunque a qualche tipo di cambiamento in Iran?
Non è da escludere. Bisogna fare professione di umiltà se non si sta lì dentro, se non si hanno delle fonti particolarmente solide, e non avventurarsi in previsioni. L’unica cosa che posso dire è abbastanza un’ovvietà, ma stranamente soprattutto nell’anno passato, quando io già lo dicevo, in pochi lo affermavano. Nessun regime è eterno e prima o poi si giunge ad un punto di non ritorno. Bisogna vedere quando parte degli apparati magari comprenderanno che la situazione è insostenibile e quindi abbandoneranno il regime. Certo, ci sono tanti interrogativi. Ad esempio, chi può prendere la guida di un nuovo Iran dopo la rivolta? Quello che possiamo immaginare è che un nuovo Iran possa, magari non subito ma gradualmente, diventare una realtà enormemente diversa da quella attuale. Perché è un paese che, per la sua cultura, non solo per la sua cultura millenaria – della quale dobbiamo anche tenere conto, perché l’identità nazionale è un fattore di grande importanza – ha una forte consapevolezza di questa identità, che ha attraversato diverse fasi. Ovviamente non è che sia saltato dall’antica Persia all’attuale sistema, ma è sempre stato di grande rilievo culturale.
Quanto è importante l’Iran nel sistema internazionale?
È un paese demograficamente molto importante, economicamente con un potenziale straordinario che invece non viene adeguatamente sfruttato, o meglio viene sfruttato forse per degli obiettivi che interessano il regime o una parte di persone interessate alla guida del paese. Ad esempio le capacità militari, l’interesse a estendere l’egemonia regionale con dei sistemi anche coercitivi. Ma certamente il regime si è indebolito all’interno per le manifestazioni, all’esterno per gli scontri che ci sono stati, direttamente o indirettamente, soprattutto con Israele. La perdita di un alleato fondamentale come la Siria ha sostanzialmente danneggiato il collegamento con il Mediterraneo e con Hezbollah che sta in Libano, il quale a sua volta è stato duramente colpito da Israele. Quindi lì c’è stato un effetto sinergico, perché proprio questo ultimo fatto ha indebolito ovviamente il regime siriano fino a farlo crollare. Questo ovviamente può comportare conseguenze anche in Iraq, rispetto al quale abbiamo un interesse molto forte alla stabilità, e vediamo cosa succederà per quanto riguarda gli Houthi e a Gaza. Per quanto riguarda Maduro, la sua deposizione comporta un segnale importante per i legami indubbiamente molto forti che esistono tra l’Iran e il Venezuela dal punto di vista economico, pensiamo per esempio al settore petrolifero. Ma va detto che c’erano anche grossi legami con Hezbollah. Gli americani sono per altro molto attivi in tutti quei contatti che possono concernere, ad esempio, le componenti essenziali per l’industria bellica iraniana, la quale a sua volta è molto importante per la Russia, per la conduzione della guerra in Ucraina. I passi avanti che ci sono stati negli scorsi mesi speriamo possano andare avanti e che portino finalmente a una fase 2 per quanto riguarda Gaza. Certamente l’immagine di Sharm El Sheik e di quel primo accordo riguardante Gaza è stata importante perché è un’immagine che segnala un indebolimento dell’Iran e dei suoi sostenitori, in primo luogo la Russia ma in una certa misura anche la Cina.
Diciamo, la prospettiva delle nuove zone di influenza certamente comporta anche per noi dei grossi rischi. La divisione del mondo in zone di influenza, delle quali una è quella individuata dalla dottrina Monroe o dalla sua nuova versione cosiddetta “Donroe” ha conseguenze in Medio Oriente, rispetto alle quali c’è probabilmente un rafforzamento americano-occidentale, che è un dato positivo, ma al tempo stesso vi sono grossi rischi per l’unità transatlantica. Riguardo la Groenlandia potrebbero esserci dei rischi in Estremo Oriente, perché a questo punto entra in gioco la percezione che di tutto ciò possa avere la Cina, rispetto al futuro di Taiwan.
Dunque la partita della Groenlandia non è solo tra Stati Uniti e Russia, ma anche con la Cina?
Direi entrambi sicuramente, ma forse in prospettiva quasi più di quelli cinesi che di quelli russi. La Groenlandia è sempre più importante nell’ambiente artico, perché si tratta del territorio terrestre di un ambiente ghiacciato che è in gran parte oceanico. Perché l’Artico diventa più importante? C’è un fattore che, in un certo senso, letteralmente scongela la situazione, perché il cambiamento stappa le risorse naturali che si trovano sui fondali marini e nella parte terrestre in Groenlandia, magari anche in altre zone artiche. La Groenlandia è contendibile da un punto di vista geopolitico, a parere di Washington. Continuando con la geografia, la Groenlandia, dobbiamo dirlo, è nel continente americano, quindi un’applicazione della dottrina Donroe estesa alle Americhe, ma non solo all’America Latina, all’America del Sud, può concernere anche la Groenlandia. Però la Groenlandia non è che sia terra di nessuno, appartiene alla Corona danese, pur godendo di un’ampia autonomia. Quindi bisognerà tener conto, ed è giusto che sia così, della volontà danese e del popolo della Groenlandia. Ora, su questo ci sono state delle espressioni molto chiare da parte sia del governo danese che del primo ministro dell’isola artica. Questo è anche molto importante da sottolineare, nel senso che la Groenlandia non può essere presa da chiunque, certamente non con mezzi coercitivi. Loro dicono che l’isola non è in vendita, anche se esistono casi simili nel passato. Ricordiamoci – come ho scritto in una pubblicazione Ispi del gennaio dell’anno scorso – che in Groenlandia ci sono delle risorse molto importanti, alcune note, altre da scoprire e quasi tutte da sfruttare. Lo saranno sempre di più, sia perché si stanno sciogliendo i ghiacci, sia perché le tecnologie progrediscono. E parliamo non solo di energia, quindi di gas e petrolio, ma anche di uranio ed altri minerali critici fondamentali, in fondo sempre in funzione anche energetica e tecnologica. Ecco perché la Cina c’entra: oggi Pechino ha un quasi monopolio sulle terre rare che è riuscita a far valere efficacemente nei confronti degli Stati Uniti, anche ad esempio nel braccio di ferro sui dazi. Non si tratta, però di andare contro e contrapporsi frontalmente alla Cina, ma di negoziare in modo più equo alla luce degli obiettivi degli Stati Uniti. Ecco spiegato dunque uno dei ruoli della Groenlandia.
E dal punto di vista securitario?
Economia e sicurezza sono collegati da una visione geostrategica, perché l’economia viaggia sui mari. Circa il 90% del commercio internazionale avviene per via marittima. I due grandi bacini oceanici del mondo sono l’Atlantico e l’Indo-Pacifico, che è il motore dell’economia mondiale attuale. Ormai si parla di Indo-Pacifico, si uniscono l’Indiano e l’Oceano Pacifico. Certo. Ora, quali sono i punti di collegamento tra l’Oceano Indiano e l’Indo-Pacifico? Escludendo Capo Horn, che è quasi impraticabile da un punto di vista della navigazione – lo fanno in pochi, l’ha fatto il nostro vascello Amerigo Vespucci, è stata una bella impresa della Marina Militare ed è una rotta lunga, rischiosa, maltempo, eccetera – c’è il Capo di Buona Speranza. Circumnavigare l’Africa, però, è troppo dispendioso. Nel mezzo, invece, abbiamo il Mediterraneo. L’Italia è al centro di questo mare, che per noi è prezioso, ha un valore aggiunto. E abbiamo tutto l’interesse perché il Mediterraneo continui a essere protagonista, ma affinché questo succeda è necessario che Suez, con tutta la rotta che consegue, sia libera e quindi che non ci siano problemi su Bab el-Mandeb, il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Rosso, al Mediterraneo. Poi c’è un altro passaggio importante che è Panama, col suo canale, e questo spiega l’importanza che Trump annette al Canale di Panama. Evidentemente non è un capriccio. Adesso ce n’è uno nuovo di passaggio, che fino a poco tempo fa era bloccato dal gelo, cioè quello dell’Artico, ovvero i famosi passaggi nord-est e nord-ovest. Quello che viene chiamato il passaggio di nord-ovest è quello che sta a nord del Canada, che data la sua morfologia, è difficile da attraversare. Gli esploratori di più di un secolo fa ce lo raccontano. Grazie allo scongelamento, il passaggio nord-est, a nord della Siberia, invece è già praticato. Per il momento non è ancora agibile pienamente tutto l’anno a causa delle glaciazioni del mare, ma lo sarà sempre di più. E lì, ovviamente, c’è un interesse di Mosca, perché gran parte di quel passaggio avviene a nord delle coste russe, ma pure in gran parte cinesi. Pechino se ne può avvantaggiare in più modi. Economicamente, perché si tratta soprattutto delle loro merci dirette in Nord Europa. Poi i cinesi avranno la meglio per quanto riguarda la costruzione e lo sfruttamento di infrastrutture portuali ed energetiche, sulle quali si dovrà investire in Russia. Terzo, c’è l’aspetto sicurezza, perché russi e cinesi possono avere l’accesso da nord nell’oceano, quindi incunearsi, diciamo, nell’Alleanza occidentale, che infatti si chiama Nord Atlantica.
Ecco che arriviamo al tema dell’importanza della coesione tra gli alleati del Nord Atlantico, giusto?
Esatto. Questo spiega il senso della dichiarazione molto opportuna che c’è stata a Parigi l’altro giorno da parte di alcuni leader occidentali, tra cui anche Giorgia Meloni, dove si è sottolineata la disponibilità a lavorare insieme agli Stati Uniti evitando contrapposizioni sia sotto il profilo economico che della sicurezza. E questa dovrebbe essere la strada maestra.
In qualità di Incaricato speciale presso il corridoio dell’Imec, lei crede che il Canale di Suez possa perdere d’importanza nel futuro?
L’Imec è un progetto dedicato a rafforzare le rotte che interessano l’Italia, cioè che vanno a beneficio del Mediterraneo, che arrivano in Europa e la collegano con quello che adesso, diciamo, è il motore dell’economia mondiale, cioè l’Indo-Pacifico. E serve per differenziare passando anche attraverso la penisola arabica, facendo un percorso che sia misto terra e mare, senza però escludere assolutamente il Canale di Suez, che rimarrà cruciale. Si tratta di immaginare un sistema di più corridoi, una rete per aggirare i problemi di sicurezza o logistici che magari si creano quando, insomma, il canale si ostruisce.
Gli attacchi degli Houthi continuano ad essere un problema per il traffico delle merci attraverso lo stretto di Bab El Mandeb?
Diciamo che è stato un grosso problema negli anni scorsi. Ora si spera che la situazione possa migliorare, ci sono dei segnali che lasciano sperare, e questo è importantissimo per noi. Appunto per questo bisogna avere delle altre possibilità complementari, anche perché poi si conta su un complessivo grosso aumento dei traffici. C’è chi parla di un raddoppio dell’interscambio tra India ed Europa. Quindi in ogni caso saranno necessarie più infrastrutture. Ma comunque il Canale di Suez è essenziale per il Mediterraneo, quindi soprattutto per l’Italia, che vive di Mediterraneo, ed è un grande Paese esportatore, trasformatore. La piena funzionalità del Canale poi è essenziale per l’Egitto. Abbiamo tutti interesse che l’Egitto anche economicamente non abbia problemi. La stabilità dell’Egitto è fondamentale per tutti e soprattutto per l’Italia, che in fondo è vicina. L’Egitto vive molto degli introiti che derivano dal passaggio nel canale.
Dunque dietro le mosse e le esternazioni di Trump c’è un disegno ben preciso e non la follia in cui crediamo leggendo ai giornali
Certo, assolutamente. Ci sono degli enormi interessi economici e di sicurezza.
Per quanto riguarda l’Italia tra le nostre priorità vi sono quella di rafforzarci da un punto di vista della sicurezza, perché viviamo in un mondo più pericoloso. Secondo, di farlo in un contesto europeo, perché da soli non si va da nessuna parte e quindi rafforzare l’Europa. Terzo, la stessa Europa comunque continua ad avere bisogno dell’America, ma anche l’America dell’Europa, e quindi farlo tutti insieme. La priorità finale, è, per tutte queste ragioni, l’unità dell’Occidente.
Il modo in cui comunque Trump dichiara questi obiettivi, senza sovrastrutture e in modo brutale, ad alcuni ricorda lo stile di Federico II
Dobbiamo guardare le cose in modo disincantato, pensando ovviamente ai nostri interessi ma senza dimenticare i nostri valori.
Questi modi, però, non rischiano di essere un problema per le relazioni internazionali del futuro?
Sono cambiati molti paradigmi, ma rimangono gli interessi delle nazioni, interessi collettivi tra nazioni e i valori. Proprio per questo, dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza e prepararci a navigare in tempi piuttosto turbolenti.