Da quando Donald Trump ha bombardato e decapitato il Venezuela i politici di tutto il mondo sono in subbuglio e parecchio preoccupati per quelle che potrebbero essere le prossime mosse del Tycoon, dato che il presidente degli Stati Uniti non si sta limitando affatto in quanto a minacce. Prima l’Iran, poi la Groenlandia, poi di nuovo l’Iran. Insomma, il tutto mentre aerei militari americani si muovono verso il Mediterraneo e l’Unione Europea, in parallelo, cerca di trovare un’intesa sulla Groenlandia con gli Usa. E’ comprensibile l’allarmismo che hanno generato le mosse e le dichiarazioni di Trump, che si prepara per le elezioni di Midterm sfruttando in modo spericolato i dossier di politica estera, ma è necessario fare un po’ di ordine e dunque per vederci più chiaro attorno ai veri obiettivi degli Stati Uniti abbiamo chiamato il diplomatico Pietro Benassi, ex Ambasciatore italiano presso l’Unione Europea, già Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica sotto il governo Conte ed ex Ambasciatore italiano a Berlino dal 2014 al 2018. Benassi, dunque, ci ha spiegato cosa si cela davvero dietro i modi rozzi del Tycoon. Modi abbastanza brutali che, pur avendo un disegno dietro, non lasceranno un’eredità positiva per il futuro delle relazioni internazionali, che ne usciranno inevitabilmente danneggiate e che solo la diplomazia potrà in qualche modo ricostruire.
Si starebbero avvicinando verso l’Iran alcuni aerei militari americani. Secondo lei, alla luce delle minacce di Trump su un possibile intervento a Teheran a favore dei rivoltosi, dopo Maduro il prossimo colpo sarà Khamenei?
Credo che nel primo attacco da parte degli Stati Uniti verso l’Iran, Washington vi sia stato trascinato da Israele. Non credo che in questo momento gli Stati Uniti vogliano fare un’azione spettacolare sull’Iran, tanto meno sul terreno. Certo però, la situazione è molto fluida, molto delicata. È vero anche che Trump, in vista delle elezioni di midterm, sta di fatto squadernando tutti i suoi principali dossier, quasi a voler accelerare presso il proprio pubblico ogni possibile consenso. Però, se pensiamo all’elettorato Maga, un coinvolgimento multiplo all’estero non è proprio in linea con quelli che erano i dettami della sua campagna elettorale. Proprio per questo non si può ragionevolmente pensare ad un’operazione boots on the ground in Iran. Neanche se lo vedessi ci crederei.
Quindi si tratterebbe perlopiù di un’opera di deterrenza e minaccia?
È possibile che venga data pubblicità magari a qualcosa di già previsto per dargli un connotato politico, mi sembra la cosa più possibile.
In Venezuela invece la situazione appare abbastanza sospesa, suoi giornali si è parlato di tre fasi. A che punto siamo?
Direi che addirittura si deve ancora concludere la prima, altro che tre. Lei sa per certo quale sarà la posizione dell’attuale governo, visto che è stata confermata Delcy Rodríguez? Lei sa per certo quale sarà l’atteggiamento, la posizione del ministro degli Interni o del ministro della Difesa?
Decisamente no
Ecco, forse non lo sanno neanche alla Casa Bianca. Quindi per questo le dico: vediamo la prima fase, altro che le tre. L’operazione in Venezuela intercetta consenso ed interessi degli Stati Uniti, legati all’esperienza che hanno avuto in Iraq, dove decapitarono un regime senza attuare un regime change. Come vedi sono rimasti tutti brillantemente al loro posto, con la numero due che ha assunto la presidenza. Qual è il problema? L’esperienza della de-baathizzazione del regime di Saddam Hussein portò ad un disastro ben noto e siccome il presidente Trump non ha nessuna priorità né di democrazia né di diritti umani, al primo posto mette un Venezuela allineato con i desiderata di Washington, punto. Se ad allinearsi sono esponenti del vecchio regime va bene lo stesso, a partire dagli interessi sul petrolio.
Secondo lei manifestare in maniera così palese gli obiettivi strategici di una nazione che ricadute può avere sul futuro della diplomazia?
Nessuno può darle una risposta sicura sotto questo punto di vista. Le ricadute io temo che saranno negative, ma non sulla diplomazia, ma a livello di relazioni internazionali. Anzi, per essere chiari le rovescio il concetto. Le ricadute dei modi di Trump saranno estremamente negative a livello di relazioni internazionali e a quel punto solo la diplomazia potrà rimettere in piedi.
I modi spudorati in cui Trump ricordano un po’ quelli di Federico II
Sì. Diciamo che è in linea non tanto con il documento di strategia e sicurezza nazionale, quanto con il suo libro di tanti anni fa “The Art of the Deal”. L’ha sparata grossa sulla Groenlandia, ma adesso in realtà Trump vuole negoziare un Compact of Free Association agreement direttamente con gli Inuit, la popolazione indigena groenlandese. E come può veder da sé anche dai giornali di oggi, Rubio ha preannunciato contatti con la prima ministra danese Frederiksen. Quindi perché operazioni di forza quando possono agevolmente ampliare le concessioni già previste agli Stati Uniti in Groenlandia per ottenere col negoziato quello che gli interessa?
La Groenlandia, poi, come anche il Venezuela, è un terreno in cui gli interessi di Washington si scontrano con quelli degli interessi russi
Certo, però da qui Washington ha una posizione di forza e, sia in Venezuela che in Groenlandia, il vero segnale geopolitico è questo: “questo è il giardino di casa nostra”. Un segnale più che da Dottrina Monroe, ricorda Theodore Roosevelt. Senz’altro su questo sono d’accordo. E’ un segnale chiaro. L’ha detto, no? “È pieno di navi cinesi che stanno intorno alla Groenlandia, basta”. La grande isola artica diciamo che non fa parte di quella zona di influenza che Trump ritiene di concedere ad altri. Venezuela e Groenlandia appartengono alla sfera occidentale del globo, dunque alla competenza degli Stati Uniti, anche in una divisione del mondo per zone di influenza.
Dopo il Venezuela come sono mutati i rapporti tra Russia e Stati Uniti? C’è un’intesa di fondo che ruota attorno alla trattativa sull’Ucraina?
Sul Venezuela non so quanto possa esserci stato un accordo di fondo. Non mi va di tirare a indovinare. Certamente dietro l’attendismo di Trump su Kiev, che francamente non sta facendo e dicendo nulla di concreto, sembra vi sia il desiderio quello di voler ottenere simmetricamente da Putin di non vedersi disturbato in aree di suo interesse. Questo anche se l’operazione sul Venezuela può essere abbastanza dolora per Putin, se non altro per l’investimento di uomini e mezzi fatto in quel Paese. Però se avesse – cosa di cui comincio a dubitare – dei servizi di intelligence decenti, Putin questa cosa sul Venezuela un po’ la avrebbe dovuta mettere in conto.
La Nato dopo tutto questo potrà essere più a trazione dell’Unione Europea oppure è solo un’illusione?
La Nato, se gli Stati Uniti si disimpegnano realmente, corre il rischio di non essere più un deterrente. Può esserlo l’Unione Europea? Paradossalmente no, proprio perché non ha soggettività piena in politica estera e politica della difesa, perché è vincolata all’unanimità. La soggettività internazionale dell’Unione non può passare da queste materie, in cui c’è l’unanimità, cosa che peraltro è prevista anche in sede Nato. Un tempo si trattava di un’unanimità bypassabile perché si faceva quello che diceva Washington. Nel momento in cui gli americani dovessero fare un passo indietro, l’unanimità della Nata la trasformerebbe in un’istituzione simile al Consiglio europeo. Quindi l’unico modo per dare soggettività piena all’Unione Europea, paradossalmente, è in via indiretta, cioè nelle materie dove l’Unione Europea è effettivamente forte. Ne ha un esempio nella tassazione sulle multinazionali, nella regolamentazione sulle big tech, nel commercio internazionale, cioè in quelle materie dove si decide a maggioranza qualificata. Lì l’Unione Europea è una forza globale e mondiale di tipo regolamentare e lì può esercitare la tutela dei propri interessi, ammesso che si riesca a trovare un minimo comune denominatore negli interessi europei. Nelle materie in cui c’è l’unanimità politica – difesa, bilancio, allargamento, questioni fiscali – non è un progetto integrato, è una conferenza intergovernativa, punto.
E’ corretto pensare che sulla Groenlandia Trump dia un assist a Putin sull’Unione Europea?
Ma no, guardi, io sono molto perplesso di fronte a questo atteggiamento dell’analisi sull’Europa da “tutto il calcio minuto per minuto”. Oggi è forte, oggi è uno schifo. Domani ha battuto un colpo, dopodomani è morta. Non è proprio così. Se lei legge la dichiarazione sulla Groenlandia, l’Unione Europea le dice quello che le ho detto io. Ci si rimette alla libera determinazione del popolo sovrano della Groenlandia, del Regno di Danimarca. Che cosa significa? Fatevi un bel negoziato, non ci tirate troppo la giacca, perché davvero non possiamo mandare soldati europei sulle coste della Groenlandia a sparare ai marines. Quindi, insomma, poi vanno lette le dichiarazioni. Però sulla Groenlandia l’Unione Europea né vince né perde. Parlano di “Europa forte, Europa debole, Europa non conta” soprattutto i sovranisti euroscettici.