Mentre l'Unione Europea predica tramite l'Alta rappresentante Ue per gli Affari Esteri Kaja Kallas “calma e alla moderazione”, è arrivata la dura condanna del premier spagnolo Pedro Sanchez all'operazione che ha portato il 3 gennaio alla cattura del presidente autoproclamato del Venezuela, Nicolas Maduro, e di sua moglie ad opera degli Stati Uniti. “Come sapete, il Governo spagnolo fin dal primo momento non ha mai riconosciuto il governo di Maduro perché non rispettava le regole, perché la sua elezione era illegittima e anche per questo motivo non possiamo riconoscere la legittimità di un’operazione militare che è in ogni modo illegale, che viola il diritto internazionale e il cui unico scopo sembra essere quello di cambiare il governo di un paese per appropriarsi delle sue risorse naturali”. Ha dichiarato il leader spagnolo in una conferenza stampa a Parigi: “L’operazione a Caracas crea un precedente terribile e molto pericoloso. Un precedente che ci ricorda aggressioni del passato e che spinge il mondo verso un futuro di incertezza e insicurezza che abbiamo già vissuto con altre invasioni guidate dalla sete di petrolio. Come paese, la Spagna, che crede nella pace, nella diplomazia e nella Carta delle Nazioni Unite, non possiamo accettarlo, né possiamo accettare che l’integrità territoriale di uno Stato europeo come la Danimarca possa essere minacciata”. Una posizione forte e senza dubbio coraggiosa, che si pone in contrasto con quella degli altri leader europei. Da Bruxelles si è preferito infatti evitare una piena condanna all'operazione militare, ricordando però a Trump le proprie responsabilità in quanto membro del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Linea di cautela cristallizzata da Kallas in una dichiarazione firmata da 26 paesi membri, tra cui la stessa Spagna, e appoggiata dal Presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere Friederich Merz e da Giorgia Meloni.
Gli altri paesi che si sono schierati contro Trump
Ma non solo Sanchez. Contro Trump e la sua operazione in Venezuela si sono schierati in blocco, con una dichiarazione congiunta, sei paesi. Oltre alla Spagna l'intervento è stato fermamente condannato da Brasile, Cile, Uruguay, Messico e Colombia, tutti paesi governati da coalizioni progressiste. “La situazione in Venezuela deve essere risolta esclusivamente con mezzi pacifici, attraverso il dialogo, la negoziazione e il rispetto della volontà del popolo venezuelano in tutte le sue espressioni, senza interferenze esterne e in conformità con il diritto internazionale”, hanno dichiarato. In particolare poi Lula ha affermato che Trump avrebbe “superato una linea inaccettabile. Questi atti rappresentano un affronto gravissimo alla sovranità del Venezuela e un ulteriore precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale”. La Colombia ha sottolineato il rischio di effetti collaterali lungo i confini, già fragili per flussi migratori e traffici illeciti, mentre il Messico ha ribadito che: "Nessuna crisi può essere risolta con le bombe". L'attacco è stato poi duramente criticato ovviamente da Russia e Cina, più grandi rivali sullo scacchiere internazionale degli USA di Trump, oltre che dall'Iran. Certo, non gli sponsor più raccomandabili per Maduro.
Tra qualche ambiguità
Ma se in linea di principio le dichiarazioni di Sanchez e degli altri leader socialisti appaiano giuste e condivisibili, nascondono in realtà più di qualche ambiguità. Se è vero infatti che il governo spagnolo non ha mai riconosciuto il regime di Maduro, è anche vero che Sanchez e il suo partito non hanno mai disdegnato strizzare l'occhio al leader venezuelano. L'ex premier e uomo di fiducia di Sanchez José Luis Rodríguez Zapatero è ritenuto un mediatore di fiducia del regime chavista, ed avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’ottenere la concessione dell’esilio politico in Spagna per il probabile vincitore delle elezioni in Venezuela, Edmundo Gonzalez Urrutia, contro cui il regime di Maduro aveva emesso un mandato d’arresto. Poche settimane fa il Wall Street Journal in un articolo intitolato “Il governo spagnolo si ingrazia Maduro” scriveva: “La Spagna potrebbe giocare un ruolo costruttivo nell’esercitare pressioni su Maduro e sui suoi compari affinché abbandonino il potere. Invece i socialisti e i loro alleati di coalizione difendono il regime venezuelano. Il governo spagnolo non riconosce la vittoria del candidato di opposizione Edmundo González alle elezioni presidenziali del luglio 2024 anche se i risultati sono stati documentati. Il primo ministro Pedro Sánchez rifiuta di congratularsi con la leader dell’opposizione María Corina Machado per il premio Nobel per la pace che le è stato assegnato. E non chiama Maduro “dittatore”. Rapporti con il regime venezuelano che hanno spinto l'ex premier spagnolo Felipe Gonzalez, figura di spicco del partito di Sanchez, a portare avanti una dura opposizione contro il suo stesso leader. Gonzalez, avvocato, è addirittura andato in missione a Caracas nel 2015 per partecipare come consulente alla difesa di alcuni oppositori anti-Maduro, programma impeditogli dalla corte suprema venezuelana. Ambiguità e doppismo che accomuna anche alcuni dei paesi dell'America Latina. Il brasiliano Lula alla vigilia delle elezioni farsa del 2024 ha dichiarato “Mi hanno spaventato le dichiarazioni di Maduro secondo cui se avesse perso le elezioni ci sarebbe stato un bagno di sangue. Maduro deve imparare: se vinci, resti. Se perdi, te ne vai. E ti prepari a contestare un’altra elezione”, salvo poi affossare insieme a Colombia e Messico una risoluzione dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) che pretendeva dalle autorità del Venezuela l’immediata pubblicazione della documentazione elettorale. La condanna a Trump quindi, seppur condivisibile, da questi pulpiti più che una battaglia per il diritto internazionale rischia di trasformarsi in una mossa politica.