Che fine ha fatto il mondo multipolare? Esiste ancora dopo il blitz militare degli Stati Uniti in Venezuela, l'imminente e probabile secondo tempo del conflitto tra Israele e Iran (anch'esso autorizzato dagli Usa) e i vari strike effettuati da Washington in Nigeria, Yemen, Iraq, Somalia e l'immancabile Afghanistan? Il parterre di analisti si divide in due schieramenti: da un lato c'è chi sostiene che l'ipotesi di assistere a un nuovo equilibrio mondiale, con più centri di potere spalmati su molteplici continenti e regioni, si sia frantumato sotto il peso della realpolitik trumpiana; dall'altro troviamo quelli che, al contrario, si aspettano una reazione del blocco anti occidentale. Come stanno le cose? Il fatto che Russia e Cina siano rimaste sostanzialmente inermi mentre Washington faceva il caz*o che voleva in giro per il globo desta più di un sospetto, non solo in merito al reale interesse che taluni governi ripongono nel concetto stesso di mondo multipolare, ma anche sul suo funzionamento. Se i principali promotori di questa dimensione, ossia Mosca e Pechino, non muovono un dito mentre i loro rivali statunitensi colpiscono i nodi che dovrebbero creare il network alternativo all'attuale ordine a trazione Usa-Ue, chi può mai garantire l'esistenza della multipolarità?
Al di là di dubbi legittimi e opinioni contrastanti, vale la pena dare un'occhiata alla strategia di Donald Trump. Già, perché l'obiettivo degli Stati Uniti non è quello di contrastare il narcotraffico in Venezuela, né di esportare la democrazia o togliere di mezzo gli ayatollah in quanto tali. Gli Usa vogliono semplicemente mettere nei casini Cina e Russia. Come? Semplice: destabilizzando, decapitando le leadership indesiderate o addirittura bombardando i Paesi ostili in via di sviluppo e del Global South in orbita di Mosca e Pechino. Nello specifico, a Trump non serve l'oro nero di Caracas: vuole prenderselo per toglierlo a Xi Jinping, che in America Latina ha inviato diplomatici e aziende per plasmare l'intera regione a uso e consumo cinese. Seguendo questo ragionamento, Washington è favorevole all'appoggio di Israele sulla questione iraniana per colpire la nazione che favorisce la diramazione della Nuova Via della Seta cinese in Asia centrale e da lì in Europa. A proposito: a Teheran, proprio mentre scriviamo questo articolo, è in corso una rivolta popolare contro gli ayatollah. E Cina e Russia? Anche qui, non pervenuti o quasi. Lo stesso vale per l'Africa, dove l'amministrazione Trump sta cercando di farsi largo con la forza (e con la scusa dei cristiani massacrati) per ridimensionare le presenze sino-russe (attuali e future).
La logica adottata da Trump è quella del pugno duro preventivo: meglio una crisi oggi che un rivale strutturato domani. Potremmo definirla una “strategia lost-lost”, l'opposto della “cooperazione win-win” tanto ripetuta dalla Cina. Cosa significa? Perdono i Paesi colpiti, schiacciati tra sanzioni e bombe. Perdono anche Cina e Russia, costrette a rallentare le loro espansioni globali o a rispondere alzando ulteriormente il livello dello scontro. Perde persino l'ordine internazionale. Ma c'è un vincitore, almeno nel breve periodo: Trump. Che trasforma così il disordine globale in capitale politico interno, rilanciando l'America come potenza del XXI secolo. Si tratta tuttavia di un gioco pericolosissimo, visto che la minima scintilla può causare incendi spaventosi. Per ridurre i rischi, gli Usa potrebbero aver promesso a Xi e Putin – ossia le minacce numero uno e due – qualcosa in cambio per il loro “silenzio”: Taiwan al primo, una parte dell'Ucraina al secondo. E l'Europa? Sipario. Benvenuti nel nuovo disordine mondiale multipolare.