Le intelligence di mezza Europa hanno paura di un loro vecchio alleato di lunga data: la Cia statunitense. Sembrerà forse un paradosso, ma questo è quello che emerge dando uno sguardo a quanto si muove dietro le quinte. Per decenni, la cooperazione con Washington è stata la spina dorsale della sicurezza del continente. Le sponde atlantiche erano attraversate da flussi costanti di informazioni, operazioni congiunte, condivisione di fonti e tecnologie che nessun servizio europeo, da solo, avrebbe potuto eguagliare. Il bilancio dell’intelligence americana – decine di miliardi di dollari e una macchina globale con centomila addetti – ha garantito a Bruxelles una superiorità schiacciante nella raccolta di segnali, immagini satellitari e infiltrazioni umane. Anche Paesi gelosi della propria autonomia, come la Francia, hanno beneficiato in modo massiccio di questo supporto a stelle e strisce. Oggi però, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, questa dipendenza appare improvvisamente vulnerabile. Il discorso del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza di Monaco dello scorso febbraio, percepito da molti come un attacco frontale alle democrazie europee, ha segnato uno spartiacque psicologico. Nelle capitali del continente, soprattutto a Parigi, dove appare concentrato il cuore di questa diffidenza, si è fatta strada un’idea fino a poco tempo fa impensabile: l’alleato storico potrebbe non essere più un partner affidabile. Al netto delle divergenze politiche, è emerso il vero e proprio timore che l’intelligence statunitense sia ormai orientata in funzione di un’agenda presidenziale assertiva, poco sensibile alle priorità europee e più incline a usare la leva informativa come strumento di pressione.
È in un simile clima che il settimanale francese L’Express ha dedicato un’inchiesta al nuovo equilibrio tra la Cia e i servizi europei, raccogliendo testimonianze di dirigenti e funzionari su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il quadro che è emerso è quello di una cooperazione che non si interrompe bruscamente, ma si assottiglia, tra sospetti e cautele crescenti. Il caso della Groenlandia è emblematico: le rivelazioni su attività di raccolta informativa statunitense nell’isola danese, dopo le dichiarazioni di Trump su una possibile annessione, hanno provocato irritazione a Copenaghen e allarme nel Nord Europa. I Paesi Bassi hanno intanto annunciato una riduzione degli scambi sensibili. E anche il Regno Unito ha sospeso parte della condivisione. Sia chiaro: il timore non riguarda l’affidabilità dei singoli funzionari della Cia, spesso legati da rapporti personali consolidati con le fonti europee, ma la catena di comando politica. Resta vivo il ricordo del 2017, quando Trump divulgò a rappresentanti russi informazioni classificate relative a un’operazione israeliana. In parallelo, in Ucraina si è toccato con mano quanto il sostegno informativo americano possa essere condizionato dalle tensioni politiche: nel marzo 2025, dopo uno scontro alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky, Washington ha sospeso per alcuni giorni parte del flusso di intelligence verso Kiev. Gli europei hanno cercato di colmare il vuoto, rafforzando l’uso dei propri satelliti e delle proprie reti, ma il divario tecnologico restava e resta significativo.
Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti, la Cia è attraversata da tensioni che riflettono il nuovo corso. Trump ha mostrato un’attenzione inedita per i briefing quotidiani, convocando capi stazione e responsabili di aree strategiche direttamente alla Casa Bianca. L’operazione che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro in Venezuela, preparata per mesi con il coinvolgimento di Cia e forze speciali, è stata letta come una dimostrazione di forza e come il segnale che l’intelligence può diventare strumento di azione spettacolare (altro che analisi discreta). Diversi ex funzionari hanno confermato una “logica da uomo d’affari” di Trump: colpi mirati, ad alto impatto mediatico, utili a consolidare un messaggio politico. Tutto, va da sé, grazie al fondamentale ruolo della Cia. Intanto, la revoca delle autorizzazioni di sicurezza a decine di ex dirigenti e le nomine controverse ai vertici della comunità informativa hanno alimentato il timore di una politicizzazione crescente. Alcuni analisti denunciano un clima di pressione, altri difendono la disciplina e l’apoliticità del personale. Sullo sfondo pesa la questione dei rapporti con Mosca: le simpatie attribuite a figure chiave dell’amministrazione e la memoria delle interferenze russe del 2016 riaccendono in Europa la paura che informazioni sensibili possano essere gestite con leggerezza o strumentalizzate. Trump, tuttavia, sa bene che gli europei non possono fare a meno dei suoi spioni: una possibile trappola mortale le velleità geopolitiche dell’Ue.