I Carabinieri, all’epoca, le avevano bollate come conversazioni irrilevanti. La youtuber Francesca Bugamelli, però, se le è andate a cercare. E a ascoltare. Poi ha anche deciso di pubblicarle, promettendo sei appuntamenti sul suo canale in cui farà ascoltare tutto ciò che fino a ora avevano ascoltato solo gli inquirenti. O qualcuno degli inquirenti. Dopo la mamma di Chiara Poggi che parlava al telefono con l’avvocato Gialuigi Tizzoni, che a sua volta tirava in ballo il generale Garofano per del materiale passato ai giornalisti (con tanto di querela annunciata dall’ex RIS direttamente dallo studio di massimo Giletti, a Lo Stato delle cose), questa volta il focus s’è spostato sulla famiglia Cappa.
E’ roba che aggiunge niente alle indagini? Forse no. Ma sono comunque punti di vista. Ma è – e questo bisogna comunque riconoscerlo – anche roba che aiuta a contestualizzare un caso che, purtroppo, ormai è quasi più mediatico che giudiziario. Di sicuro, ad esempio, restituisce l’immagine di un padre e di una madre che, ai tempi, non sapevano più che pesci prendere con due figlie che forse, vista l’età e a prescindere da ogni sospetto (visto che nessuno dei Cappa è mai stato indagato) non si rendevano pienamente conto che al centro di tutto c’era – e doveva esserci – Chiara Poggi insieme al dolore per la sua scomparsa e al rispetto per una famiglia che piangeva un figlia.
Sì, sia consentita la divagazione personale, ma in quelle telefonate, Ermanno Cappa, sempre descritto come una sorta di potentissimo demonio, è apparso umano. E disperato. Alle prese tra la consapevolezza di una tragedia e un mezzo psicodramma che gli si consumava in casa. Ma pure alle prese con modi che a volte – soprattutto in termini di rispetto per la professione giornalistica – sono andati un po’ oltre. Sia chiaro: è una considerazione, questa, al di là dell’idea che ognuno può avere, al di là dei sospetti che ognuno può nutrire e al di là di tutto quello che chiunque, alla fine dei conti, è libero di costruire e ricostruire intorno all’omicidio di Chiara Poggi.
Anzi, proprio perché Bugalalla è andata a cercarsi quegli audio e per rispettare il suo lavoro, su MOW ci limiteremo a embeddare il video (in fondo all’articolo) così che ognuno possa trarne le conclusioni che ritiene e senza stare noi a ragionarci intorno o costruirci sopra qualcosa. Perché quello che ci ha colpito, piuttosto, è stato altro: il solito taglio laterale di MOW. Nello specifico? Le parole con cui Bugalalla ha aperto proprio questo video, raccontando che da più parti hanno tentato di tapparle la bocca. Non fisicamente, ma nella maniera tipica di questi tempi moderni: chiedendo che i suoi profili venissero chiusi. Insomma, esattamente quello che è successo a Fabrizio Corona non troppo tempo fa qui in Italia. Così, però, rischia di diventare tutto una deriva ulteriore alla deriva già toccata da un pezzo.
E la questione, quindi, finisce ben oltre i confini di Garlasco, visto che forse è arrivato il tempo di ricordare anche a chi esecra chi prova (bene o male che sia) a fare informazione che tutto, persino ciò che si considera “accanimento”, può essere controbattuto e al limite combattuto parlando. Rispondendo. Replicando. Raccontando quello che si ha da raccontare. Al limite denunciando. Insomma, il verbo non può essere “zittire”. Non poteva e non doveva esserlo nel 2007, quando Feltri era direttore di Libero e a maggior ragione non può esserlo oggi che gli strumenti di replica, visto che basta uno smartphone, ce li abbiamo in mano tutti tutti i giorni.