A Trieste tutto soffia, pure durante un funerale. E stamattina, al cimitero, quello che soffiava tra le corone di fiori per Claudio Sterpin era il dubbio atroce che l’oblio potesse finalmente mangiarsi il mistero. Proprio ora che il suo megafono più ostinato ha smesso di gridare. C’erano almeno cinquecento persone a scortare Claudio nel suo ultimo chilometro, tra la camera ardente e il cimitero cittadino. Con lui, simbolicamente, se n’è andato un pezzo di città: il picchetto dei Bersaglieri, gli amici dell'atletica e i volti scavati di chi lo vedeva correre da una vita. C’era anche Sergio Resinovich, il fratello di Liliana, a sussurrare pochi "mi dispiace", senza concedere nulla di più al circo delle dichiarazioni. Un addio blindato, attraversato da quella domanda: cosa è successo davvero a Lilly?
Claudio se l’è chiesto finché ha avuto fiato. La sua testimonianza, cristallizzata in un incidente probatorio che l’avvocato Nicodemo Gentile ha voluto agli atti, resta lì a dividere colpevolisti e dubbiosi. Sono parole che hanno scatenato risse mediatiche, come il botta e risposta a "Chi l'ha visto?", dove il vedovo Sebastiano Visintin — unico indagato in questo brutto affare di omicidio e occultamento — ha provato a smontare l’immagine di un legame che definisce "infangato". Sterpin parlava di un amore platonico, di quelli che si consumano tenendosi per mano seduti a un tavolo. Roba d'altri tempi che è finita dritta nel tritacarne della cronaca nera da social, dove se non c'è sangue, merda o prurigine non c’è gusto.
Si continuerà a scavare? Pare proprio di sì, perché l’indagine è un cantiere aperto e Sebastiano Visintin sta aspettando la spallata scientifica che gli tolga di dosso l'odore del sospetto. La partita vera però non si gioca più in Procura a Trieste, ma nei laboratori del Tennessee, negli Stati Uniti. Lì, un team di ricercatori con la consulente Noemi Procopio sta portando avanti un esperimento che puzza di freddo e di realtà: simulare le condizioni esatte in cui fu trovato il corpo di Liliana. È la scienza del cadavere che prova a correggere i calcoli umani. L’obiettivo è sciogliere il nodo della datazione della morte: se l'esperimento dimostrasse che il corpo non è rimasto tre settimane nel boschetto, la narrazione ufficiale crollerebbe. A quel punto resterebbero solo due strade, entrambe infernali: una morte avvenuta poco prima del ritrovamento o un congelamento post-mortem.
Entro le prossime settimane arriveranno anche i risultati delle nuove analisi sui sacchi neri e sugli oggetti che avvolgevano Liliana quando il suo corpo è stato ritrovato, mentre le parti si preparano allo scontro in aula. L’addio a Sterpin, quindi e almeno per ora, non mette la parola fine a niente: semmai alza la posta. Perché se un uomo può portarsi nella tomba i suoi segreti, le indagini sopravvivono sempre a tutto, anche quando sono state fatte male all’inizio e devono, oltre che andare avanti, rattoppare il passato.