Smanicato nero con scritta “curva Sud Milano” e simboli dei Banditi stampati sul cuore. Sotto al gilet la solita felpa rossa con zip. Il Barone, Giancarlo Capelli, è seduto al podcast Centrocampo e parla dell’argomento che ha determinato la sua esistenza: il Milan e il tifo ultras. Una vita vissuta in transenna, cominciata quando a San Siro non c’era nemmeno il terzo anello. Erano anni diversi, tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, quando le ideologie erano combustibile di ogni movimento. Anche in curva. La Sud era di sinistra, il Barone di destra: per questo all’inizio non fu riconosciuto come leader. Altri tempi. Ora “per fortuna”, dice il Barone, quelle cose non accadono più. Divisioni c’erano e ci sono ancora. Non riguardano più la politica, ma la realtà del tifo organizzato italiano resta frammentata. “Menomale che il mondo ultras non è unito. Altrimenti chi ci fermerebbe?”, aggiunge il vecchio ultrà. Il suo sogno era una curva unita, in cui le realtà particolari rientrassero sotto un unico striscione. Luca Lucci ha concretizzato questo progetto. Il patto con la Nord, invece, è merito di Capelli, l’interlocutore nerazzurro fu Franco Caravita. “Io l’ho proposto, ma l’abbiamo fatto tutti insieme”.
Leonardo Fabri chiede dell’ultimo fatto riguardante la curva nerazzurra: il petardo lanciato ad Emil Audero durante Cremonese-Inter e la sanzione per tutta la tifoseria: “Quel ragazzo ha fatto l’errore di lanciare il petardo? Punisci lui, perché ha sbagliato”, “non è giusto, così portiamo all’esasperazione la gente”. Per le punizioni “ci sono le telecamere”. Perché, dunque, devono essere puniti coloro che con quel gesto non c’entra nulla? Ma Fabri giustamente aggiunge: ci sono dei pregressi, casi di cronaca che hanno segnato l’approccio dei club e dello Stato al tifo organizzato. L’episodio spartiacque è l’omicidio di Vincenzo “Spagna” Spagnolo il 29 gennaio 1995. Il Barone fu accusato, ingiustamente, di essere stato tra gli ultras coinvolti. Una ricostruzione falsa: Capelli in quel momento non era lì. Il responsabile è Simone Barbaglia, ultras fuoriuscito dalle Brigate Rossonere, ha 18 anni e usa il coltello. Forse aizzato dai leader più adulti, forse da un clima generale di tensione. Difficile stabilite un’unica ragione per quel gesto. Ma “Spagna” viene ucciso. “Niente più lame, basta infami”, grideranno gli ultras in quei giorni. “Non si può più arrivare a quel genere di situazioni”, aggiunge Capelli. Anche perché a rimetterci è l’intero movimento, marchiato con un fatto di sangue per sempre. Una persona, un ultras storico del Genoa, indica il Barone come colpevole. Sarebbe un tifoso appartenente alla Brigata Speloncia della curva rossoblù, con simpatie di destra. Dopo anni lui e Capelli si incontrano per mettere fine alla rivalità, o quantomeno renderla meno pesante: “Il Genoa è la mia seconda squadra”.
Il Barone parla anche di Lucci, capo indiscusso della curva Sud milanista: “L’ho scelto io come ultras”. E su tutti gli indagati ribadisce: “Per me sono amici”. La sentenza in primo grado ha condannato le vecchie prime linee. Ma Capelli di quello che è accaduto in aula non parla. Chi ha sbagliato, pagherà. E il rapporto con la società? Il divieto agli striscioni della Fossa e delle Brigate ha reso più difficile il rapporto, ora le blacklist hanno peggiorato la situazione: “Ma se stiamo fuori (dallo stadio, ndr) facciamo il gioco di chi ci vuole fuori”. Ormai a San Siro possono andarci turisti, consumatori. Non servono più gli ultras. “Ma il movimento non morirà mai”. In chiusura di puntata, il Barone racconta di un rapporto duro con una tifoseria: “I Viola non mi piacciono”. “Hanno quella volontà ancora di reagire”, che “non mi piace”. La curva della Fiorentina ha qualcosa di particolare, “ho una reazione negativa nei loro confronti. Per dei motivi personali, avevo dei rapporti personali con alcuni”. Da quello che ci risulta, questa dichiarazione non sarebbe stata presa bene negli ambienti vicina alla curva Viola. Parlare pubblicamente di un’altera tifoseria in quei termini non è bello. Un gesto sgradito, che ha scatenato una reazione. Il senso del messaggio è: il Barone poteva evitare di dire quelle cose. L’ultima battuta, però, è su Ruud Gullit: “Il più grande put*aniere che c’era”.