Tutto ha un prezzo: il petrolio del Venezuela, le Terre Rare del Donbass, la posizione strategica della Groenlandia, i chip di Taiwan. Anche Cuba ne ha uno. Peccato che l'isola, diventata famosa grazie al mito di Che Guevara e Fidel Castro, abbia ben poco da mettere sul tavolo: un'economia pressoché irrisoria, una società sull'orlo del collasso dopo anni di privazioni e un bel po' di spiagge caraibiche mal sfruttate. Viene quindi da chiedersi per quale diavolo di motivo Donald Trump insista tanto con la storia di Cuba. Il tycoon non ha fatto neanche in tempo a godersi la cattura di Nicolas Maduro e, di fatto, l'opa statunitense su Caracas, che subito ha iniziato a minacciare l'Havana: o raggiunge un accordo con gli Usa o saranno caz*i amari. In realtà per i cubani sono già caz*i amari, visto che il loro Paese sta collezionando gravi crisi come se fossero coppe dei campioni. In questo triste palmarés trovano spazio i peggiori blackout degli ultimi decenni dovuti alla mancanza di petrolio per alimentare le obsolete centrali termoelettriche di epoca sovietica; la carenza di medicinali sullo sfondo di un'emergenza sanitaria che include dengue, chikungunya e altri virus respiratori; la migrazione di massa, con almeno un milione di persone – oltre il 10% della popolazione – evaporato nell'ultimo quinquennio; disuguaglianza e povertà (sacrilegio in un Paese comunista!). Ormai anche i più accaniti sostenitori della “Patria o muerte” e manco il presidente Miguel Diaz-Canel - un personaggio piuttosto grigio che fa impallidire i suoi più illustri predecessori – faticano a negare il collasso economico in corso.
Hai voglia a incolpare il lunghissimo embargo statunitense. La pressione di Washington ha senza dubbio indebolito, fiaccato, danneggiato enormemente l'economia cubana. Ma oggi quella causa, ormai diventata scusa, sparisce dietro all'incapacità del Partito Comunista Cubano di risolvere la situazione con la diplomazia o con altri mezzi (riforme?). Per capire a che punto siamo arrivati all'Havana, sappiate che quest'estate il presidente Miguel Diaz-Canel ha dovuto licenziare il ministro del Lavoro. Il motivo? L'alto funzionario negava la presenza di mendicanti nel Paese e sosteneva che i poveracci a bordo strada non fossero altro che “persone travestite da mendicanti”. Un complotto, insomma, che non ha retto sotto il peso della realtà. Bisognerà adesso capire se Cuba reggerà una pressione ancora maggiore. L'isola non ha più carburante - quello (quasi tutto) che arrivava dal Venezuela è stato “confiscato” dagli Usa - sta facendo i conti con maxi blackout diffusi (che hanno preso di mira anche la capitale) e affronta un'impennata dei prezzi per cibo e trasporti. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto “estremamente preoccupato per la situazione umanitaria a Cuba”, che, a suo dire, potrebbe ulteriormente peggiorare, fino a crollare, “se il suo fabbisogno petrolifero non dovesse essere soddisfatto”.
Ma perché Trump vuole mettere le mani su Cuba? Davvero qualcuno a Washington è spaventato del comunismo cubano e degli eredi del castrismo? La risposta è negativa: non c'è alcun timore, allo stesso modo di come Washington non temeva il Venezuela di Maduro. La risposta al quesito è molto più semplice: Trump vuole rimettere in sicurezza il “cortile di casa” degli Usa, ossia l'America Centrale e l'America Latina. E vuole farlo a qualsiasi costo, senza nascondere ingenti dosi di imperialismo. C'è anche - va detto - chi ipotizza che a influenzare il tycoon sia il suo braccio sinistro, Marco Rubio, il Segretario di Stato Usa di origini cubane (i suoi genitori sono fuggiti da Cuba ai tempi di Fulgencio Batista negli anni '50). In ogni caso, l'amministrazione Trump sta giocando con il fuoco. Già, perché se Cuba dovesse crollare in maniera caotica o se la popolazione cubana dovesse ribellarsi, è lecito supporre una migrazione di massa verso gli Stati Uniti. Un incubo per chi sta usando ogni mezzo per dare la caccia ai migranti...