Trump alla fine ha ceduto alla pressione di Hegseth, il suo ministro della guerra (sì, non si chiama più ministero della difesa) e dopo testosteroniche esternazioni e “presunti” crimini di guerra nei confronti di narcos venezuelani disarmati, il Presidente degli Stati Uniti ha dato il via libera ad un attacco militare al Venezuela. Ma come si è svolto questo attacco e soprattutto qual è il vero obiettivo? Difficile credere che si tratti meramente di lotta al narcotraffico date le varie incongruenze dimostrate con il trattamento del presidente dell’Honduras. Ne abbiamo parlato con l’analista geopolitico Andrea Muratore, autore del libro “I confini più pericolosi del Mondo” edito da New Compton, già analista presso il Cisint, Confapi di Brescia e giornalista di Insideover. L’esperto ci ha spiegato che non è chiaro l’obiettivo finale di questa mossa, che però lancia messaggi precisi all’Iran, alla Cina, all’Ucraina e alla Russia. L’Italia in questo contesto si pone al fianco degli Stati Uniti, non essendo affatto in buoni rapporti con il governo di Maduro, che Roma non ha mai ritenuto legittimo, ma al tempo stesso si trova in una situazione complessa per quanto riguarda il salvataggio dalla prigionia di Alberto Trentini, detenuto nelle carceri di Caracas ormai da più di un anno. Nonostante questa situazione molto delicata in Italia non mancano i tifosi da stadio che non hanno atteso un secondo ad applaudire come “liberazione” l’operazione di guerra ordinata da Trump in Venezuela.
Trump alla fine ha ceduto alle pressioni del partito della guerra guidato da Hegseth, è corretto?
Sì, però, alla fine la decisione è stata sua. In America c’è una gerarchia molto chiara. Il comandante in capo ha l’ultima parola
Come è avvenuta operativamente l’operazione di attacco al Venezuela?
Allora, operativamente quello che abbiamo visto sono state essenzialmente tre cose. Uno: l’uso di missili come i Tomahawk lanciati su obiettivi strategici tipo basi aeree, centri di comando e controllo satellitare, caserme, attacchi mirati. Due: dobbiamo aggiungere a questo parallelamente l’uso degli F-35, degli Apache, e questo è molto coerente con lo schieramento che è stato portato avanti in questi mesi, da agosto in avanti, questa “diplomazia delle cannoniere” di Trump con il progressivo sommarsi di sempre nuovi asset a Porto Rico e dintorni e la creazione un po’ del terreno preparatorio a questa mossa. Terzo tema, che è la cosa più interessante - ed è così che molto probabilmente è stato arrestato Maduro - è l’uso delle forze speciali. I video mostrano che c’erano elicotteri a bassa quota su Caracas. Erano Apache, Chinook, e bombardavano obiettivi. Pare sia stata colpita anche la casa del ministro della Difesa, Padrino López, e questo è un tema interessante perché sicuramente ti dice che gli americani avevano possibilità di manovra, ma c’è anche il tema del fatto che questa mossa dimostra la supremazia militare assoluta Usa.
C’è qualcosa che non torna in questo attacco al Venezuela?
Mi stupisce che non sia stato sparato un colpo dai venezuelani. Qui non è che stai bombardando dal cielo con i B-52, con le mega fortezze volanti che sono irraggiungibili. Qui avevi gli aerei, i caccia e gli elicotteri americani che scorrazzavano per i cieli della capitale di un paese armato anche con missili russi S-300 e così via, in cui non è stato sparato un colpo. Questo mi fa pensare – non abbiamo ancora le prove ovviamente per dimostrarlo – ma che se il raid mirato era contro Miraflores, il palazzo del presidente, è possibilissimo che questa manovra abbia avuto un qualche tipo di semaforo verde dalle forze armate o da settori delle forze armate venezuelane e che questi mesi di pressione, di build-up militare e di minaccia costante a Maduro avessero non solo l’obiettivo di colpire i narcotrafficanti, ma anche di mostrare a un’ampia fetta dei militari venezuelani che non si scherzava e che forse, in caso di operazione, avrebbero dovuto sacrificare Maduro. Questo mi viene da pensare perché è inspiegabile che anche solo per sbaglio, anche solo per reazione, un colpo non parta. Inoltre, va ricordato che Padrino López è stato colpito anche perché con lui gli americani avevano un conto aperto nel 2019, quando Trump provò una prima volta, se ti ricordi, a rovesciare Maduro. Maduro ai tempi fu sfidato da Juan Guaidó, che era il presidente dell’Assemblea Nazionale e che era stato riconosciuto dagli statunitensi come presidente legittimo. Poi, tramite il Consiglio di Sicurezza Nazionale di John Bolton, Trump aveva provato a organizzare un colpo di Stato dall’interno in Venezuela, cercando di sobillare i militari per abbandonare Maduro. Bolton e gli inviati speciali americani incontrarono – o meglio contattarono più volte – sia Padrino López, che era già ministro della Difesa, e poi il vicepresidente del partito di Maduro, Diosdado Cabello, che avevano fornito a Guaidó e a Bolton finte assicurazioni circa il fatto che ci sarebbe stato un ammutinamento dei militari, per poi vendere questo complotto a Maduro che riuscì a sventarlo. Quindi, sai, se tu la fai una volta all’America, tendenzialmente l’America non dimentica. Però questo ti spiega molto di perché il sistema venezuelano ha un solo centro nevralgico, che è l’apparato militare. L’apparato militare rivendicato da Maduro come fiore all’occhiello di questo governo-regime, ma al contempo anche, per sua natura, il punto critico, il punto più debole. Intendiamoci, quanti militari venezuelani che sono anche manager, anche capi di società petrolifere e via discorrendo, avrebbero voluto rischiare in qualsiasi posizione per difendere un regime che comunque stava venendo messo nel mirino? Questo è indubbiamente un tema che dobbiamo tenere in considerazione.
Certa stampa schierata parla di liberazione del Venezuela, ma l’obiettivo finale di questa operazione qual è?
Questo è il punto di caduta. Chiaramente il regime di Maduro aveva mille motivi per essere ritenuto impresentabile e corrotto. Il punto di caduta è sempre il fatto che la conseguenza, dopo un’operazione del genere, è un salto nel vuoto. Io essenzialmente ti metto sul tema tre punti. Il primo forte è legato al fatto che gli Stati Uniti avevano bisogno di conseguire successi e conseguire obiettivi che apparissero come strategici, e in quest’ottica Trump ha ribadito, nell’ottica della sicurezza nazionale, che l’emisfero occidentale è il suo terreno di gioco principale, dove non intende cercare compromessi. E c’è su questo fronte il tema del premio Nobel Machado, che è stata comunque tenuta in riserva per un eventuale futuro sistema politico, pur non conoscendo le sue basi di consenso. Secondo fronte è legato al tema che il Venezuela, comunque piaccia o meno, era inserito in un contesto di alleanze con Paesi come Russia, Cina e Iran, che probabilmente rischiano di vedere colpito una volta di più il loro sistema. Poche ore fa Trump e Maduro dialogavano con l’inviato cinese a Caracas. Il terzo grande tema è sulla sicurezza internazionale dell’America Latina, che è una terra in cui dalla guerra delle Falkland, che fu comunque una guerra minore, non ci sono stati conflitti. Cosa succederà ora? Ci saranno delle possibili escalation verso altri Paesi? Ci sarà la caduta del Venezuela nel caos? È uno scenario cui non siamo preparati. Io tendenzialmente tenderei a evitare la dicotomia liberazione-oppressione-tirannia, anche perché è una chiave di lettura molto spesso insufficiente. Abbiamo sicuramente un uso unilaterale della forza che sta andando in campo a più riprese e di cui gli Stati Uniti stanno facendo da artefici, al pari ad esempio di Paesi come la Russia. Trump non ha chiesto i poteri di guerra per questo conflitto, è stato criticato sia dai democratici che dai repubblicani per non averlo fatto. È stata un’operazione unilaterale, potremmo dire “all’israeliana”, questa mossa, no? Mordi e fuggi, che si ispira un po’ al raid con cui, nell’89, gli americani invasero Panama. Lì fu una guerra un po’ più lunga e catturarono il presidente ricercato per narcotraffico, Manuel Noriega. Poi, se vai a vederci, la storia durò un mese e l’operazione era con questo fine. Poi aggiungo un piccolo dettaglio. Maduro era ricercato dal Dipartimento di Stato con 50 milioni di dollari di taglia sulla sua testa e lo accusavano, gli americani, di non essere il presidente del Venezuela perché per loro non era legittimo, ma di essere il capo di questo Cartello del Sole, un’organizzazione venezuelana di narcotrafficanti del regime, e che abbia creato negli anni una cospirazione narcoterrorista violenta assieme alle Farc e ad altri trafficanti di cocaina in giro per le Americhe, tra cui alcuni trafficanti in Honduras. La cosa interessante è che poche settimane fa Trump ha assolto da ogni colpa l’ex presidente dell’Honduras, Hernández, che stava scontando 45 anni di galera, condannato in Honduras ed estradato in America per narcotraffico. Ma il Dipartimento di Stato dice che Maduro trafficava i narcotici con l’Honduras. Capisci bene che non c’è nulla poi di serio in tutto questo, alla prova dei fatti.
L’Italia che posizione assume?
Formalmente i Paesi europei non riconoscevano Maduro come presidente. In ogni contesto l’Italia la vedrò alla prova dei fatti, la Meloni, ma mi sembra di capire che finora sul Venezuela, anche per ragioni storiche della destra italiana, la linea sia sempre stata molto orientata al supporto agli Stati Uniti. E va detto che l’Europa è in una posizione un po’ complessa perché nessuno riconosce Maduro e al contempo i pochi che hanno provato a mediare per una pace concreta e sincera in passato tra fazioni venezuelane, come la Spagna, hanno tirato da tempo i remi in barca. Tajani ha fatto una dichiarazione comprensibilmente molto attenta e molto circospetta nel prendere posizione, ma è chiaro che nessuno, perlomeno in Occidente, potrà fare a meno di non digerire questa mossa unilaterale americana che serve a ribadire un po’ quello che è il cortile di casa statunitense. Anche perché non stai parlando di un Paese - faccio un esempio - come la Colombia di Petro, che ha delle relazioni più strutturate. Il Venezuela, per il nostro campo, era da tempo un paria.
Dopo questo attacco, ci saranno più chance di riportare in Italia Trentini, oppure questo complica ulteriormente la situazione?
E’ un bel tema perché noi non sappiamo che governo ci sarà, non sappiamo cosa succederà dopo, non mi sembra che nessuno in Venezuela abbia imposto in qualche modo una via d’uscita e possa andare verso un cambio di regime netto, non essendo un regime-change. C’è il grande tema che comunque, anche se lo fosse, nei periodi di transizione le carceri non sono posti sicuri, quindi il caso Trentini è problematico, anzi è giusto pensarci, ma ad oggi, per quanto gli americani abbiano mostrato di poter colpire qualunque funzionario del governo di Maduro, il regime non è stato smantellato? Quel regime, quello da cui Trentini è stato arrestato, è ancora lì.
Quindi la situazione potrebbe essere addirittura peggiore
Noi non sappiamo cosa abbia indotto nelle carceri venezuelane una possibile caduta di Maduro, regolamenti di conti, altre repressioni, strette. Gli israeliani bombardarono una grande prigione a Teheran per liberare i detenuti politici e crearono grande caos. Speriamo stia bene, ecco, mi sembra però di pensare che un prigioniero internazionale come Trentini non sia tenuto con criminali ordinari in Venezuela. Prima di tutto non sappiamo nulla, quindi c’è solo da sperare che la situazione non peggiori
Può anche leggersi come un messaggio mandato all’Iran in un momento molto delicato?
Sì, e anche molto forte. Pochi giorni fa Trump ha detto che potrebbe attaccare l’Iran in caso di escalation della repressione delle proteste. Ovviamente l’Iran è un contesto ben più complesso, diciamo anche questo, ma è un messaggio che può essere interpretato su più livelli. Perché? È la seconda volta che Trump abbatte un Paese rivale poco dopo che il suo leader aveva provato a dare un braccio teso. Giusto ieri Maduro si diceva pronto a parlare sul tema del narcotraffico con gli Usa. L’Iran è stato attaccato da Israele col sostegno americano mentre trattava sul nucleare.
Così nessuno tratterà più con gli Stati Uniti
Il rischio terribile è questo. E aggiungo una cosa: a Kiev qualcuno sarà abbastanza preoccupato perché, sai, hai fatto un raid unilaterale contro un presidente, hai voluto in un certo senso far sì che un alleato della Russia – perché Maduro tale è, per quanto la Russia non abbia mai speso un centesimo per puntellarlo – si facesse letteralmente arrestare nella sua capitale per provare a entrare nello spazio di influenza di qualcun altro. Un domani magari l’America, se la Russia tentasse qualche colpo simile con Zelensky o con la sua leadership, potrebbe anche scegliere di digerirlo. Sto ragionando per assurdo, però questa mossa, fermo restando il giudizio storico su Maduro che è chiaro, è una mossa problematica sotto molti punti di vista. Buona parte del mondo riconosce Maduro come presidente, piaccia o meno. E quindi questo è un atto che, ai sensi del diritto internazionale, come la guerra ai narcos, ha i suoi problemi. In secondo luogo perché mostra che gli Stati Uniti sono pronti a rompere ogni tentativo di trattativa anche quando gli viene tesa una mano. Questo crea un precedente nell’ottica della spinta alla decapitazione dei Paesi avversari. Non dimentichiamo che è un po’ quello che Israele ha provato a fare quando c’è stata la guerra con l’Iran, arrivando addirittura a bombardare la sede del Ministero degli Esteri quando il ministro Araghchi si doveva recare a Ginevra per incontrare gli europei. È simbolicamente anche un modo per uccidere la diplomazia, e questo Trump 2.0 sta in un certo senso accelerando l’entropia di questo sistema. Ora voi provate a immaginare cosa potrebbe succedere se un domani vedessimo – fallì già nel febbraio 2022, ma chissà mai che non ci riprovino – un attacco magari mirato di forze speciali russe alla capitale Kiev col pretesto del precedente Maduro.
Su Tass per ora non ci sono commenti o riprese dell’attacco Usa al Venezuela
Probabilmente aspettavano le parole di Trump. Noi non dimentichiamo che è un contesto attenzionato dalla Russia, che anche un po’ per ipocrisia tende a non commentare dichiarazioni, commenta fatti perché non c’è stata una presa di posizione esplicita del Cremlino. È quella poi che detta la narrazione ovviamente che la Tass fa.
In Italia invece molti media vicini a Trump, come Welcome to Favelas, hanno detto applaudito la mossa di Trump, celebrando la “liberazione” del Venezuela
La tendenza tutta italiana a sposare battaglie altrui non la amo e non la cavalco. Diciamo che questo è un periodo d’oro per i trumpiani italiani, lo vediamo come bene sappiamo su tanti fronti, e mi sembra però che ci sia da sottolineare come ora, quel tradizionale tentativo di prendere battaglie altrui e farle proprie, che spesso hanno fatto i democratici progressisti soprattutto facendo proprie delle importanti cause americane, ora stia venendo cavalcato molto anche a destra. Per i MAGA nostrani è certamente un periodo d’oro, ma anche di tanto lavoro. Non hanno fatto in tempo a criticare le proteste in Iran col modello americano che già hanno dovuto virare per attaccare il Corano di Mamdani e ora gli tocca pure seguire Trump in Venezuela, insomma un inizio 2026 senza ferie per loro. Però, va anche detto che questa americanizzazione del discorso può far sorridere quando lo pronunciano ai progressisti, però da delle forze che si definiscono sovraniste e identitarie non me lo sarei mai aspettato.