Sono quattro anni che la Russia ha aperto una campagna di terrorismo energetico in Ucraina. In inverno le infrastrutture vengono colpite con costanza e sempre maggiore intensità. Ogni anno le capacità russe migliorano ed i civili sono più stanchi. Da inizio gennaio, con temperature sempre sotto zero, il paese è in uno stato di disagio diffuso e continuo. Bisogna vedere con i propri occhi. Nel pullman Varsavia – Kyiv sono l’unico dal passaporto rosso. Alla frontiera, in mezzo alla bufera di neve, le guardie non fanno scendere gran parte delle persone. Forse è pietà, o forse va detto che viaggiano quasi solo donne, di tutte le età. Agli uomini oltre i 25 anni è sostanzialmente vietato lasciare il paese, e nell’altra direzione, in uscita, i documenti dei pochi fortunati sono letti e riletti al casello. Se non sapessi della guerra, non ci farei caso. Anche i manifesti nella metro, arancioni e pieni di visi audaci in elmetto, non sono troppo diversi dalle pubblicità dei profumi o dei programmi radio. Chi va a lavoro o all’università si tiene la guerra per sé, e non la lascia filtrare dalla sobrietà pubblica degli slavi.
Mi sono svegliato senza corrente, e ci sono rimasto un po’ male. Erano giorni che non cadevano droni e missili sulla città, e avevo sperato in un caso felice. Di casuale c’è poco: all’arrivare dell’inverno più freddo del decennio sono piovute munizioni su tutto il paese. Il terrore non sta nella sorpresa, e per molti neanche nel rischio di essere colpiti nel sonno. Invece, nascono fastidi pratici che iniziano oggi e non si sa se e quando finiranno: caricare il telefono, lavarsi con l’acqua corrente… Devo imitare i locali e andare a caccia di caffè aperti e con generatori. Per un visitatore curioso è quasi un gioco. Per i residenti è l’ennesimo piccolo colpo ai propri nervi consumati. La guerra la vince il morale dei civili, ed il morale è un costone nevoso che si rafforza o indebolisce un centimetro alla volta, finché non si smuove di botto in valanga.
Il nervosismo e la pesantezza di un intero popolo si riversano nei canali di Telegram e nel martellare delle notizie. A meno che non scelgano di dissociarsi, gli ucraini in patria e all’estero vivono in un ecosistema culturale e informativo asfissiante. Dai grandi media agli influencer improvvisati, la tensione è mantenuta alta quotidianamente. Di morti e distruzioni, del resto, ce ne sono abbastanza. Dalle applicazioni governative si susseguono gli allarmi antiaerei, e nelle chat ci si sincera costantemente che le proprie persone stiano bene. Molti vogliono evadere, ma non possono. Ed in fondo, l’amore proprio o collettivamente indotto per il paese è troppo. L’orgoglio della resistenza e la conoscenza di come sia la vita sotto l’occupazione russa sono motivazioni sufficienti per continuare, perlomeno, a vivere normalmente.
Se decideste anche voi di vedere Kyiv nel 2026, fate attenzione alla forma della città. È costruita su colli e grandi spazi rotti dal fiume Dnipro. I droni russi seguono percorsi tipici e colpiscono alcuni luoghi molto più di altri. Ogni torre alta è, oltre che scomodissima senza servizi essenziali, un obiettivo perfetto. La sponda sinistra della città, che da verso Est, sembra quasi abbandonata dagli sforzi dell’antiaerea ucraina. Il mercato immobiliare di Kyiv oggi segue la probabilità di essere colpiti: meglio stare bassi, in aree coperte da colline. Il terrorismo russo colpisce Kyiv più di altri luoghi per ovvi motivi simbolici, ma non risparmia nessun angolo dell’Ucraina. La capitale ha accolto centinaia di migliaia di profughi da tutto il paese e, dopo l’Euromaidan del 2014, è diventata il simbolo dell’Ucraina nazionale e combattente. Paga di conseguenza un prezzo alto. In un paese enorme però il prezzo in sangue lo paga soprattutto la provincia, che manda i suoi ragazzi ed i suoi padri in divisa nel fango del Donbass. Se si arrivasse presto a una pace alla coreana, vedremmo le grandi contraddizioni del paese oggi tenute a freno dalla causa comune. Gli ucraini leggono costantemente la loro storia in chiave di riscatto dall’oppressore e la loro politica come lotta alla corruzione. Quando la legge marziale non sarà più rinnovata e le urne saranno aperte, bisognerà aspettarsi sorprese.
Il 3 ed il 4 febbraio l’infrastruttura energetica ucraina è stata colpita massicciamente. Zelenskyy ha osservato la reale natura della tregua missilistica russa: un (vuoto) guadagno di prestigio, seguito da un attacco più efficace e concentrato – un regalo tattico. I tre leader coinvolti hanno dimostrato al mondo la capacità di seguire, alla lettera, decisioni di comune accordo. Lo spirito delle azioni però è quanto più divergente. L’intera società ucraina vibra e oscilla ad ogni novità da Washington, ma ogni volta con meno intensità. Sondaggi pubblicati da media come il Kyiv Independent, che si impegna in profondità per mobilitare gli stranieri a supportare l’Ucraina, indicano che la maggioranza vuole la pace. Una pace dignitosa, ma una pace. La violenta normalità continuerà a Kyiv, a Lviv, nella provincia più remota. Si combatte e si vive in attesa, non si sa ancora per quanto.