Se c’è una cosa che Dark Pyrex non sopporta, è la noia. E “King Of Dark”, il suo nuovo album in uscita il 18 febbraio, è la prova che il ragazzo che ha rivoluzionato la trap italiana non ha nessuna intenzione di diventare un vecchio romantico. Anzi, dopo anni di silenzio, di studio ossessivo e di produzione maniacale, il "principe delle tenebre" torna con un disco che è una dichiarazione di guerra. Non alla concorrenza, non ai critici, ma a quella parte di pubblico che ancora si aspetta da lui le solite rime su gioielli, droghe e macchine di lusso. Rimorsi, rimpianti, sesso come arma di distruzione di massa, e quell'edonismo che non è più festaiolo come ai tempi della Dpg, ma nichilista. Un’oscurità che non è più solo estetica, ma esistenziale. Dodici tracce dove la trap si mescola a sonorità techno, chitarre distorte e bassi che sembrano uscite da un incubo di Kanye West (per la precisione, da “Yeezus”, il disco che Pyrex cita come ispirazione) in cui figura una lista di nomi che sembra l’elenco dei sospetti in un processo per associazione a delinquere. Sfera Ebbasta, Shiva, Tony Effe, Capo Plaza, Side Baby, Wayne. Tutti qui, tutti complici di un progetto che non vuole essere un semplice album, ma un atto di accusa, o forse di celebrazione, di un’epoca in cui l’edonismo non è più un vizio, ma una religione. Abbiamo incontrato Dylan Thomas Cerulli negli studi della Warner che ci ha raccontato un po’ che cosa è successo in questi due anni e di cosa si aspetta dal suo futuro e che cosa il futuro si aspetti da lui.
Come ti senti dopo tutti questi anni ad uscire con un nuovo album?
Mi sento bene, ho tanto entusiasmo, tanta voglia di farcela, tanta voglia di far sentire la mia nuova musica. E’ una bella giornata, mi ricorda un po’ di quando da ragazzino, era il giorno del mio compleanno.
Quanto tempo hai impiegato a produrre questo nuovo disco?
Dal mio ultimo progetto sono passati più o meno due anni e mezzo, quasi tre, quindi di lavoro effettivo sarà stato un pelino meno di due anni e credo che sia il tempo necessario per tirare fuori un progetto importante del quale essere fieri. Quindi la tempistica per me era quella. È stato comunque un periodo in cui sono stato tanto fermo a livello di apparizioni, mi sono concentrato molto sullo studio e sulla produzione musicale.
Si sente anche molto dalla produzione che ci sono tanti strumenti analogici. Secondo te c’è anche un ritorno di tendenza allo strumento fisico rispetto all’euforia della tecnica dei primi anni 2000?
Credo arrivi sempre quel momento in cui tutto ad un certo punto torna sui suoi passi. Lo vediamo anche nella letteratura e nei libri. Tutti pensavamo che avremmo smesso di leggere, che avremmo usato tutti il Kindle, invece i libri vengono ancora venduti tantissimo. Quindi secondo me quando si tocca un limite, quando si abusa un po’ della tecnologia, poi si torna sempre all’analogico. A me le chitarre piacciono, penso che gli strumenti verranno riutilizzati, non forse come un tempo, ma torneranno al centro, in modi diversi.
Molti artisti, anche quando stanno fermi, sono sempre in mezzo alle polemiche. Invece tu sembri chiuso in te stesso e hai tirato fuori dei temi anche un po’ controversi, perché affronti il sesso, l’edonismo. Secondo te questo rispecchia anche un po’ il periodo storico in cui stiamo vivendo?
Bella domanda. Sì, sicuramente sì. Non perché io conosca l’epoca che ci ha preceduti, ma soprattutto tramite i social è un periodo in cui è molto facile cadere nell’edonismo, nell’insicurezza, nell’abuso di qualsiasi cosa, dal sesso alla pornografia e all’ostentazione. Però i miei testi non provengono da una fonte che riflette la società: riflettono più che altro lo stile di vita, il paradosso, la contraddizione. Cercano comunque di dire cose un po’ fuori dalle righe, perché se tu andassi al cinema a vedere un film d’azione in cui non muore nessuno, non presteresti attenzione.
C’è anche questo forte legame tra la violenza e l’edonismo nel tuo disco, e in generale nel rap, nella trap. Secondo te qual è il legame tra Eros e Thanatos?
Penso che entrambi rappresentino dei tabù. Non sono cose di cui senti parlare in ufficio o per strada. Sono argomenti che vengono affrontati proprio perché nella vita di tutti i giorni è più difficile parlarne. È proprio quello che caratterizza il rap, ed è anche il motivo per cui il rap va così tanto di moda. Posso rifare l’analogia con il cinema: noi andiamo al cinema per vedere le teste che volano, però non faremmo mai volare una testa di persona. Ci impressioneremmo se vedessimo un omicidio per strada. Penso che derivi dal piacere che proviamo nel sentire o vedere temi che nella vita reale sono molto meno comuni.
In questo periodo, non esistendo più la Dark Polo Gang, senti il peso di quel periodo sul tuo prodotto musicale oppure ti sei emancipato completamente?
Il peso c’è, perché è stato un periodo molto importante che il pubblico tira sempre fuori e usa come metro di paragone per tutto quello che succede dopo, sia con noi che con altri artisti. Io non sono mai stato uno che voleva glorificare quel periodo, perché bisogna sempre superarsi. Se glorifichiamo troppo un periodo passato, non saremo mai soddisfatti del presente. Quindi sì, il peso lo sento, ma non mi pesa. So come affrontarlo. È passato un decennio e la gente ancora ne parla. Io credo di avervi onorato con questo disco, mettendoci anche caratteristiche nuove.
Con la Dpg avete fatto qualcosa di rivoluzionario: avete portato uno stile che stava esplodendo in America e l’avete fatto esplodere in Italia. Oggi la tua musica ha ancora qualche modello a cui s’ispira in questo senso?
Non in modo diretto, però sì. In alcuni brani mi sono ispirato, per esempio in “Pool Techno”, alla techno di collettivi come K-Music e Black Office. Il disco a cui mi sono ispirato un pochino è “Yeezus” di Kanye West, che ha sonorità simili ed è il suo disco più estremista a livello sonoro. Comunque si tratta di alcuni riferimenti, ma non sento di aver fatto una traduzione musicale di qualcosa che succede all’estero. Ci sono varie influenze che si mischiano.
In questo disco emerge in maniera indiretta anche un po’ lo stile degli stornelli romani
Non è lo stile, forse lo spirito. In “Specchio Riflesso” sì, qualcosa è riconducibile. Se sei di Roma, appartieni un po’ a quelle sonorità, al linguaggio, all’immaginario. Io sono molto legato a Roma.
Tony Effe è sempre al centro dell’attenzione e delle polemiche, mentre tu sembri più chiuso in te stesso. Tra te e lui c’è una qualche forma di competizione?
No. Sarebbe come sentirsi in competizione tra ruoli diversi in una squadra. E poi è mio amico. Al massimo può spingermi a fare di più, a raggiungere obiettivi che magari non mi ero prefissato, e viceversa. È anche uno dei motivi per cui abbiamo avuto successo nella Dark Polo Gang: era un collettivo di quattro persone, quindi c’era una crescita esponenziale sia negli input che nei risultati. Più che competizione, c’è uno stimolo reciproco.