Che ipocrisia il Cio e le Olimpiadi... La poesia di Ghali contro la guerra, le belle parole, le coreografie della cerimonia di apertura, rimangono esercizi fini a sé stessi. Perché riempirsi la bocca con pace e amore fa indigestione se poi non seguono i fatti. L'atleta ucraino Vladislav Heraskevych è stato squalificato. Alle 9:30 non è sceso con il suo skeleton per il Cortina Sliding Centre. La storia è diventata famosissima in questi giorni. Ve lo abbiamo già raccontato, per gli atleti di skeleton il casco è tutto, per la peculiare posizione in cui scendono è praticamente l'unica cosa che viene inquadrata dalle telecamere. Ma per Heraskevych è qualcosa di più, non un semplice vezzo estetico, non un modo per esprimersi, bensì un oggetto per commemorare. Aveva annunciato che avrebbe gareggiato con un casco speciale, riportante le immagini di 24 atleti e allenatori ucraini morti dall'inizio del conflitto con la Russia. Già lunedì il Cio aveva dichiarato che il casco non sarebbe stato consentito in gara, citando la Regola 50 della Carta Olimpica che proibisce esplicitamente “ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale in tutti i siti, sedi o altre aree olimpiche”. Ma davvero commemorare degli atleti morti alle Olimpiadi è un gesto politico? Non era un casco contro qualcuno, contro Putin o contro la Russia, ma un casco per qualcuno.
Storie che strappano il cuore, a Francesco Battistini del Corriere della Sera Heraskevych li ha raccontati a uno a uno. “Alina Perehudova, 14 anni, promessa del sollevamento pesi, uccisa a Mariupolmentre scappava da un’esplosione: un cecchino russo finì suo fratello, che correva dietro di lei. Pavlo Ischenzo, 33 anni, pugile peso gallo detto «Wild Man»: colpito nei primi giorni del servizio militare in prima linea. Oleksiy Loginov, 23 anni, portiere di hockey: morto in combattimento. Ivan Kononenko, 33 anni, sollevamento pesi: caduto a Bakhmut durante l’assedio. Mykyta Kozubenko, 31 anni, tuffatore: ammazzato a Mykolayv mentre combatteva. Oleksiy Habarov, 31 anni, tiro a segno: ucciso al fronte. Daria Kurdel, 20 anni, danza sportiva: sepolta nella sua casa d’Ingul, nel mezzo d’un bombardamento di droni. Yevhen Malyshev, 19 anni, biathleta: era una recluta, è morto a Kharkiv un giorno in cui stava consegnando aiuti umanitari alla popolazione. 'E questo è Dmytro Sharpar, il pattinatore artistico, il mio compagno di squadra. Gli volevo bene…'”.
Ricordare dei connazionali morti non c'entra niente con la Russia o l'Ucraina, la Palestina o Israele, la destra e la sinistra, è un gesto d'amore. Politico lo è diventato adesso, dopo la scelta di squalificare lo skeletonista.
Che poi di gesti “politici” nel passato ce ne sono stati un'infinità. Dal pugno nero di Smith e Carlos a Città del Messico alle atlete cinesi con la spilla di Mao nel 2021. O ancora le braccia incrociate dell’etiope Feyisa Lilesa al traguardo della maratona a Rio e il mantello “Free Afghan Women” a Parigi 2024.
“Nonostante i numerosi scambi e incontri di persona tra il Cio e il signor Heraskevych, l'ultimo dei quali questa mattina con la presidente del Cio Kirsty Coventry questi non ha preso in considerazione alcuna forma di compromesso” riferisce la nota del Comitato Olimpico. All'atleta era stato offerto di gareggiare con il lutto al braccio, ma lui aveva risposto: “Il Cio non ha abbastanza fasce nere al braccio per onorare la memoria di tutti coloro che sono morti in questa guerra”.
E allora in un mondo di ipocriti Vladislav Heraskevych non può che meritare rispetto. Agli scorsi Mondiali si era qualificato quarto, a 27 anni è nel pieno della forma e a questa Olimpiade avrebbe avuto ambizioni di medaglia. Rinuncia a un sogno, quello olimpico, per un ideale. Rifugge al compromesso e alla medietà. “È il prezzo della nostra dignità“, ha commentato su X. “Alcuni di loro erano miei amici. Credo che meritino di essere con me il giorno della gara”, aveva detto. E allora Heraskevych ha deciso di ricordarli, ad ogni costo.