Il filosofo tedesco Hauke Ritz, nel suo saggio Perché l’Occidente odia la Russia, mette il dito nella piaga: l’Europa non è un continente sovrano, è una periferia strategica degli Stati Uniti. Che cosa significa? Secondo Ritz, viviamo in un remake geopolitico di Roma contro Cartagine, dove Mosca non è un partner commerciale, ma il nemico esistenziale da radere al suolo per preservare l’egemonia unipolare di Washington. Ma c'è un dettaglio che il filosofo sembra dimenticare tra una citazione colta e l'altra: per quanto l’Occidente possa aver giocato sporco, Vladimir Putin non ha fatto assolutamente nulla per evitare che il castello di carte crollasse. Se l’identità europea è oggi schiacciata tra il Pentagono e l’ossessione russa, la colpa è anche di chi, al Cremlino, ha scambiato la scacchiera diplomatica per un ring da wrestling, dando l'ultima spallata a un equilibrio che già scricchiolava.
In un testo fluido e interessante, Ritz punta il dito contro la "guerra fredda culturale" orchestrata dagli Usa per tenerci al guinzaglio, denunciando un’Europa che ha fallito l’appuntamento con la storia. Il ragionamento fila: dalla cancellazione di Dostoevskij nelle università ai concerti vietati alla Scala, la russofobia è diventata il nuovo sport nazionale, un tic nervoso per dimostrare fedeltà alla Casa Bianca. Eppure, le carte d'archivio dicono altro. Solo nel 2017, un democristiano prudente come Sergio Mattarella volava a Mosca per celebrare l'amicizia tra i popoli, lodando la cooperazione scientifica e il genio russo. Certo, se quel clima di reciproca stima è evaporato, non è solo per un complotto della Cia, ma anche perché, secondo alcuni, Putin ha deciso che i trattati di Minsk erano carta straccia. Ritz parla allora di "alterità irriducibile" del mondo russo, ma qui il problema è molto più terra-terra: se l’Occidente ha alimentato il fuoco dell’ostilità, il Cremlino ci ha versato sopra una cisterna di benzina, rendendo impossibile per qualsiasi leader europeo sano di mente (o almeno non suicida) continuare a parlare di "casa comune".
Il libro di Ritz cerca di scavare nelle radici del 1917, vedendo in Putin l'ultimo baluardo contro un capitalismo predatore. Bellissimo, sulla carta. Peccato che la realtà "sul terreno" racconti un’altra storia. Dal 2014 in Ucraina e Georgia, la Russia non si è mai tirata indietro, preferendo i cingolati al dialogo anche quando gli spiragli erano aperti. Se l'obiettivo di Putin era un'Europa emancipata dagli Usa, l'invasione dell'Ucraina è stato il più clamoroso autogol della storia: ha resuscitato una Nato che Macron definiva "cerebralmente morta" e ha regalato a Washington il controllo totale sulle bollette energetiche e sulle scelte militari del Vecchio Continente. Oggi ci ritroviamo con una Germania a trazione Friedrich Merz che sogna l'esercito più potente del continente e una Polonia che scalpita per far scattare l'Articolo 5. In questo scenario da Armageddon, l'Europa di Ritz rimane un'utopia romantica calpestata dai carri armati di entrambi gli schieramenti, lasciandoci come unici paganti di una cena che non abbiamo mai ordinato.