Faccio davvero fatica a capire come si possa compiangere una persona che fino a ieri pensava fosse tollerabile, in nome della repressione, uccidere almeno tremila civili che stavano manifestando per le strade dell’Iran. Per me, viste le cifre, è tollerabile non piangere e non indignarmi per la morte di Khamenei. Non è un principio di compensazione, tante le morti che ha fatto che la sua non vale più nulla. Al contrario! La sua morte vale moltissimo, per tutti quegli iraniani che saranno liberi dopo oltre quarant’anni di repubblica islamica, cinquanta se si aggiunge il decennio del suo predecessore, Ruhollah Khomeyni. Come non si poteva piangere e non ci si poteva indignare per la cattura, qualche mese fa, del dittatore venezuelano Maduro. Che ad agire contro questi siano stati due come Donald Trump e Benjamin Netanyahu non ci dice nulla sulla bontà dell’azione. Se non che probabilmente non piangeremmo e non ci indigneremmo se anche loro due dovessero un giorno essere deposti. Ognuno ha i terroristi che merita e i nostri, oggi, sono più forti. Dovremmo dispiacercene? Forse in senso ideale, e cioè ingenuo. Ma chi vorrebbe ogni giorno inginocchiarsi verso la Mecca? Siamo tutti indignati e pronti a manifestare senza prima aver imparato la qibla. Troppo comodo. Mi fa indignare, invece, la morte delle decine di studentesse iraniane, almeno cinquanta, ma il conteggio cresce in queste ore (51, 85, 100…), colpite da un missile mentre erano a scuola. Ma non mi indignano di più delle duecento studentesse avvelenate, mentre erano a scuola, nel 2022 da dei fondamentalisti religiosi. Non mi indigna più dell’allarme lanciato da Amnesty International secondo cui “milioni di studentesse” erano a rischio di avvelenamento, mentre il ministro della Salute iraniano continuava a sostenere che “più del 90 per cento dei problemi di salute è causato da stress o è stato inventato”. Non mi indigna neanche di più delle 45 persone sfiorate dalle forze di sicurezza iraniane, sempre nel 2022, per soffocare il movimento Donna Vita Libertà, tre parole odiose per gli ayatollah.
Abbiamo detto che i nostri terroristi sono più forti. Questo non è un modo per avere la botte piena e la moglie ubriaca. Sono abbastanza convinto che la moglie sia più importante della botte e che l’Occidente sia più importante del Medio Oriente. Parlo per me, esattamente come parlerei di mia moglie. Posso fingere che non sia così ma provo simpatia per chi in Italia manifesta e manifesterà contro la guerra a Gaza e ora contro l’attacco all’Iran. È una simpatia tutta occidentale, uno spirito di partecipazione, ma a distanza, alla loro rabbia e alla loro voglia di farsi sentire. Mi piace tanto il fatto che loro vogliamo scendere in piazza quanto il fatto che per me non sia un problema che loro lo facciano. In fondo è questo l’Occidente, con tutte le cose che si possono ancora migliorare. Apprezzo di più persino la disinformazione occidentale, perché è una disinformazione che muove le masse, mentre in Iran viene usata per immobilizzarle. E pensare che tutto è iniziato con un aumento dell’inflazione al 42,2 per cento ad agosto del 2025 e un aumento dei prezzi del 72 per cento. Per cose così da noi non cadono più nemmeno i governi. Gli iraniani hanno urlato un “canto di morte” e sono stati repressi. Ora il loro boia ha provato un po’ della sua stessa medicina. Ci lamentiamo perché a somministrarla sono stati altri boia, ma chi, se non un boia, dovrebbe fare il lavoro del boia? Rifletterei su questo ora che gli intellettuali indignati, pure avendo il pane (offerto dall’Occidente) non hanno i denti. Forse preferiscono le brioche?