C’è sempre una ragione, ma non è sempre quella della violenza. Spesso, purtroppo, è quella della sofferenza che ci si porta dentro. E’ stato così per Annabella Martinelli, uno di quei casi per cui vale la pena smettere le ipotesi e fermarsi davanti a una realtà che non concede appigli. È successo – materialmente - nel primo pomeriggio di ieri, in un bosco scosceso sul monte Oliveto, fuori Teolo. Lì dove Annabella Martinelli era sempre stata, mentre centinaia di persone la cercavano altrove. Il corpo della studentessa ventiduenne di Padova è stato trovato appeso a un albero, a meno di un chilometro da quella bicicletta lasciata sul ciglio della strada dopo una pedalata lunga. Ostinata. Dentro una sera gelida fuori e gelida dentro. Probabilmente è morta la notte stessa della sua scomparsa, il 6 gennaio. E probabilmente nessuno, in queste ore, riuscirà a smettere di chiedersi come sia stato possibile passarle accanto senza vederla.
Le ricerche sono state imponenti. Metodiche. Con droni, elicotteri, volontari e unità cinofile. Sì, sono stati utilizzati anche i cani molecolari e questo, anche se gli stessi inquirenti hanno ammesso che quel tratto di bosco non era stato “battuto con lo stesso livello di dettaglio”, ha lasciato spazio a ulteriori ipotesi. In tanti, probabilmente troppi, hanno voluto vedere le tinte del giallo dove il giallo non c’è. Almeno fino a quanto l’autopsia disposta in queste ore non dirà il contrario. Annabella Martinelli, con quella bici rosa e due cartoni di pizza non stava fuggendo da qualcuno, stava semplicemente andando incontro alla più intima, e difficile, delle scelte. Nello zaino, alcuni biglietti. A casa, altri scritti. Segni che, messi in fila, raccontano una decisione maturata nel silenzio. Tracce di una sofferenza interiore che nessuna perquisizione potrà mai davvero decifrare.
Ecco perché, oggi, leggere quanto sospetto c’è suona di morbosità. Suona di qualcosa che è solo mascherato da ricerca della verità, quasi a non voler accettare che tanti ragazzi – in questo tempo – fanno i conti con la difficoltà di stare al mondo. Annabella non è la prima. Annabella non sarà l’ultima. E cercare per forza un’altra ragione, un’altra ricostruzione, non aiuterà nessuno. I cani molecolari, hanno scritto in molti, non sbagliano mai: Annabella non poteva essere a così pochi metri dalla sua bici senza che il fiuto di quei cani la trovasse, qualcuno l’ha portata lì. Il punto, però, è che è una affermazione sbagliata. Non rispetto alla realtà (visto che comunque gli inquirenti dovranno fare tutte le dovute indagini), ma rispetto al concetto. Perché e come sia stato possibile che i cani non l’abbiano scovata l’abbiamo chiesto a Marcello Rendine, uno dei massimi esperti di cinofilia forense in Italia e non solo. “Già la definizione di cane molecolare – ci ha detto – è mera invenzione giornalistica. E’ come dire che noi siamo persone molecolari. Quel termine è stato coniato tanti anni fa, ai tempi della scomparsa di due ragazzini svizzeri e del loro papà, e da allora è rimasto come qualcosa che definisce l’assoluta garanzia dei ritrovamenti. Ma non è coì: i cani possono sbagliare, o perché sbagliano loro, o perché, come accade sempre più spesso, sbaglia chi li conduce. Già questa potrebbe essere una prima spiegazione, sicuramente la più semplice, del perchè”.
Il fatto che non abbiano fiutato il corpo di Annabella, quindi, sorprende tutti, ma non chi è del mestiere. “Rischiamo di aprire un capitolo da oscurantismo medievale se ci mettiamo a parlare di cinofilia forense in Italia – aggiunge – Meglio lasciare perdere o farlo in altra occasione e stare, piuttosto, sul caso specifico di questa povera ragazza. E’ possibile, per dirla in maniera molto sintetica, che Annabella fosse deceduta già da un po’ quando i cani molecolari sono passati nel bosco in cui l’hanno trovato. Questi animali, ammesso che siano stati formati con tutti i dovuti criteri, e le garantisco che purtroppo non è sempre così, solo in rarissime occasioni individuano matrici odorose cadaveriche. Le spiego: ognuno di noi ha un odore che è più personale persino del DNA, ma quando non si è più in vita l’odore cambia. Ci sono cani formati proprio per la ricerca dei cadaveri, ma sono pochissimi nel mondo e è difficilissimo addestrarli perché, per natura, anche il cane si spaventa davanti alla morte. Anzi, se un cane percepisce che c’è il cadavere di un essere umano, tende a allontanarsi per paura. Quindi, pur specificando che non ho seguito personalmente il caso di Annabella Martinelli e che, quindi, le informazioni che ho sono le stesse che possono trovare tutti nei vari media, non trovo assolutamente assurdo che i cani non l’abbiano trovata. O comunque non metterei mai questo fatto a fondamento del sospetto che qualcuno possa averla portata lì per simulare un suicidio”.