Colpa mia, sono una c*gliona.
Mettiamo subito le cose in chiaro, senza girarci intorno. Per anni ho ascoltato Giancane in modo sporadico.
Era "quello della sigla di Zerocalcare", quello simpatico con l'ironia romana un po' sfacciata, buono per una traccia in playlist indie tra un pezzo indie e l'altro. Che errore del ca*zo.
Poi, all'improvviso, ci sono entrata dentro per davvero. Sono scesa nel suo mondo e quel cinismo ruvido mi è arrivato talmente tanto non solo da sentirmi a casa, ma da non riuscire a sentire altro per giorni (e il mio Instagram è testimone che è stata la colonna sonora delle mie foto di questo periodo). E ho capito tutto. Ho capito che la sua musica era lo specchio fedele di tutta la mia quotidianità difficile.
Ora che sono dentro questo loop di paranoie e ipocondria, c'è solo una cosa che mi sento di dirgli: Giancà, la vita fa schifo, il lavoro pure e l'ansia ci sta ammazzando, ma io ho deciso di prendermi questo esaurimento nervoso a vita insieme a te. Ti dico di sì per sempre, ma a patto che il ricevimento sia a la Rustica e si poghi fino all'ultimo infarto.
Giancane è l'unico di cui mi fido ancora. Provate a mettere a palla per tutto il giorno le sue canzoni e capirete cosa vi scuote dentro.
Perché la vera magia nera di Giancane sta tutta in un contrasto: ti scaraventa addosso frasi scomode, verità crude che farebbero venire i brividi anche al Papa, ma lo fa confezionando il tutto con una musica allegra, ritmata, che ti viene voglia di ballare. È il re indiscusso del "balliamo sulla nostra miseria".
Ed è proprio per questo che lo sento così mio. Mi rappresenta.
All’esterno mostro sempre la versione allegra, scanzonata, quella che cazzeggia e non fa pesare nulla a nessuno. Ma dentro? Dentro ho un vortice di paranoie, di ansie e di pensieri pesanti che gira a tremila giri al minuto. Giancane fa esattamente questo: prende quel casino interiore, gli dà una melodia punk-rock e lo trasforma in un pogo liberatorio. Ti fa cantare a squarciagola il tuo esaurimento nervoso e ti fa sentire meno sola come se ti dicesse: “tranquilla, sei solo umana e pure abbastanza incasinata”.
E quindi ridi. Ridi mentre canta cose devastanti. Ridi mentre ti rendi conto che forse sei davvero a un passo dal mandare tutti a fare in culo e trasferirti dentro un bungalow marcio sul litorale romano a mangiare supplì e odio sociale.
Ci sono canzoni come "voglio morire" che non parla davvero della morte, non credo che Giancane abbia bisogno di un tso immediato, ma della stanchezza quotidiana. Quella che senti quando ti suona la sveglia alle 6:30 del mattino e pensi come dice lui: "è un altro grande lunedì anche se oggi è venerdì. Sì la mia vita è solo un lungo lunedì di merda". Canta la voglia di smettere di essere adulti per almeno cinque minuti.
E poi c’è Ipocondria, ed è una cosa successa a tutti, quando ti senti un dolore al braccio e invece di pensare “avrò dormito male” apri Google per cercare di cosa morirai.
La genialità di Giancane è che riesce a raccontare tutto questo senza diventare pesante. Ti fa ridere mentre descrive una crisi nervosa. Ti fa cantare l’ansia come se fossimo in curva allo stadio. E trovo questo suo aspetto profondamente romano: tragicomico, cinico, esasperato ma ancora abbastanza vivo da farci una battuta.
Dopo l’ansia, l’ipocondria e il cinismo arriva la domanda più semplice del mondo, che però detta tra adulti spesso è completamente falsa.
Una frase che diventa formalità ad una certa età: “tutto bene?” e tu rispondi “Si, tutto bene”, anche se la verità è un’altra ma non la dici più.
E forse è proprio qui che devo tornare al punto di partenza.
Per anni Giancane è stato per me “quello della sigla di Zerocalcare”. Oggi credo di aver capito che il problema era l’ordine della frase.
Non è Giancane che funziona dentro l’universo di Zerocalcare: Giancane e Zerocalcare sono un universo. Parlano la stessa lingua fatta di ansia, sensi di colpa, e quella ironia romana usata come scudo di sopravvivenza.
Sono artisticamente due anime gemelle che cercano di restare umane mentre il mondo cade a pezzi. Se guardi i disegni di Zerocalcare ci senti il punk di Giancane; se ascolti i pezzi di Giancane ci vedi l’Armadillo che ti giudica sul divano.
Nel nuovo album strumentale Non ti riconosco più - di cui il brano omonino è la sigla di Due Spicci - Giancane mette da parte le parole e lascia parlare la musica. Perché uno degli artisti italiani più riconoscibili per il modo in cui scrive decide improvvisamente di togliere le parole?
Io mi sono data la mia risposta: sotto le battute, sotto il punk-rock, sotto l’ironia e il cinismo c’è sempre stata una malinconia più profonda.
E questo album ti prende per mano nel tuo lunedì infinito.