Ok Blanco, ma vogliamo parlare del team esplosivo che ha lavorato al disco Ma’? Federico Nardella, Parisi, Simonetta e Zazu. E di Michelangelo, ne vogliamo parlare? La combo con Blanco continua a funzionare. Sin dalla prima nota del disco si ha l’impressione che mentre Michelangelo si evolve integrando nuovi sound, Blanco cresce ma è ancora quel ragazzino che corre in mutande per i boschi, e a noi va benissimo così. Il concetto di “uscire dalla comfort zone” è sacrosanto, ma si deve anche avere la saggezza di sapere quand’è il momento, e questo non lo era, o meglio, non del tutto. Blanco fa ancora Blanco, ma l’evoluzione si coglie perfettamente. L’artista si trova in una fase della sua carriera che è decisivo per spazzare via gli ultimi residui di pregiudizio di chi ancora lo crede un cantante per ragazzini, soprattutto dopo la pausa dalle scene musicali, dopo le grandi collaborazioni (Mina e Giorgia tra tutte). Qualcuno dopo tutto si aspettava un Blanco più maturo e impostato, magari pronto a gareggiare all’Ariston in frac. Ma l’artista ha fatto molto meglio: è rimasto com’era e non ha sentito il bisogno di dimostrare “quanto ce l’ha grossa”, neanche dopo i feat epocali che chiunque alla sua età si sarebbe sognato. Ha zittito le aspettative ed è tornato a cantare di pancia, per chi sa sentire con la pancia.
Blanco rimane per gli emotivi e se questo vuol dire essere teen, sì, Blanco è per teenager, ma come lifestyle, non come età anagrafica.
A confermare ancora una volta il suo talento era stato il feat recente con Elisa, contenuto nel disco.
Ricordi è un incontro tra due voci che rappresentano due generazioni diverse, ma che dimostrano di sapersi miscelare perfettamente. Elisa lascia spazio a Blanco. La voce di lei è quasi un controcoro che denota una generosità artistica che appartiene solo ai “big”, quelli veri. Il sax finale regala quel tocco classico che fa respirare la strumentale: un elemento innovativo nel panorama musicale contemporaneo, dove spesso gli strumenti appaiono secondari alla voce. Senza contare che un outro strumentale non si sentiva da tempo per via delle nuove logiche discografiche che “costringono” un brano in una durata ristretta. Ricordi si prende il suo tempo e dura 4:37 minuti, con più di un minuto e mezzo di solo sax. Fuori da ogni logica, perché pretende che l’ascoltatore stia lì, fino alla fine.
Ma’ è il successivo singolo omonimo estratto dal disco. Ascoltandolo in mezzo alle altre tracce si capisce subito perché abbia dato il nome all’album: la Ma’ (mamma) di Blanco è più di una figura materna; è l’incontro con la parte adulta dell’artista, quella che prova a sentirsi forte, a prendere per mano il proprio bambino interiore e guidarlo verso l’indipendenza di amarsi. Anche qui gli strumenti sono fondamentali, anche qui sono il tratto distintivo che chiudono la canzone: le chitarre elettriche sono il plus. Disegnano perfettamente la “lotta” che è il percorso di crescita dell’artista. Le chitarre non sfumano, rimangono “vive” fino alla fine del brano, come a voler lasciare aperta l’evoluzione di Blanco: non è conclusa, prosegue.
Non c’è una nuova fase, c'è un continuum. E qui torniamo a quanto accennato prima: Blanco non è tornato per dirci: “guardate come sono cresciuto”, è tornato a narrarci la difficoltà di crescere, che è ancora un percorso in divenire.
Ma è in Peggio del diavolo che abbiamo la vera scossa. Si tratta del featuring più calzante del disco: quello con Gianluca Grignani. Le due “pance” degli artisti si fiutano e si specchiano in un perfetto allineamento artistico. La voce sporca di Grignani, le urla che nascono dal basso ventre di Blanco e, ancora una volta, le chitarre elettriche. Se qualcuno avesse ancora dubbi, questo pezzo li dissolve tutti: questo è un album con attitudine rock e di rock ce n’è un sacco. Nelle chitarre, nella disperazione. E chi meglio di Grignani poteva spalleggiare Blanco in questo? Le loro sofferenze si rincorrono e arrivano come un pugno dritto allo stomaco.
Questi di certo sono i brani che “saltano più all’occhio”, ma anche le altre tracce dimostrano una coerenza interessante. 15 dicembre e 27 luglio hanno in comune due titoli che richiamano a una data e forse sono i brani più intimi, dentro un album che è già una porta aperta nell’intimità di Blanco. Ma è Fuochi per aria la vera outsider del disco. In questo caso, al contrario, assistiamo a una sottrazione degli strumenti: la voce trascinata di Blanco è la protagonista. Trema e desta l’attenzione dello spettatore, proprio quando si era abituato a sentire il casino delle altre tracce. Qui Blanco è ancora disperato, ma ci canta la disperazione con delicatezza e non con la rabbia viscerale che ci si aspetta da lui.
Qualcosa di simile accade in Un posto migliore, ma in versione molto più romantica. Anche qui gli strumenti a fiato regalano quel tocco di vintage che si sposa bene con l’anima artistica di Blanco: “lasciatemi sognare di volare sopra il mare”. E conclude la canzone e il disco: “c’è un volo per un posto migliore?”. É un “to be continued” e noi siamo già curiosi di attendere il capitolo successivo della carriera dell’artista, ma senza fretta, perché per quanto Blanco divori le sue emozioni con la musica, le sue canzoni non vanno di certo consumate: Ma’ è un disco che va assaporato lentamente.