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1 giugno 2026

Caro De Gregori, la neutralità è già una scelta politica

  • di Nevruz

1 giugno 2026

Le parole di Francesco De Gregori, che presentando il suo nuovo live ha detto di provare imbarazzo per l'uomo di spettacolo che si schiera, chiedendosi che titoli abbia un artista per farlo, hanno smosso l'indignazione di mezza musica italiana. L'artista non è obbligato a niente, ma non dovrebbe rinnegare se stesso. E davanti ai crimini contro l'umanità la questione non è più destra o sinistra, è umanità. Prima di qualificarsi come artista, o come governante, bisognerebbe qualificarsi come essere umano. La neutralità la cerca solo chi scalda la sedia per non perdere il posto

foto di Ansa

Caro De Gregori, la neutralità è già una scelta politica

Quante volte hai visto qualcuno indossare una rivoluzione che non era la sua?
In questi giorni l'Italia si divide su Francesco De Gregori e sull'artista che si schiera o tace. Ci torno, è una storia che vale la pena raccontare. Ma prima lasciatemi partire da una scena di cui quasi nessuno ha parlato, e che diceva già tutto. 27 gennaio 2026, Giorno della Memoria. Dylan Carlson, fondatore degli Earth, una vita dentro e attorno al grunge di Seattle, annulla all'ultimo il concerto al centro sociale TPO di Bologna. Il motivo è una bandiera palestinese appesa di lato al palco. Carlson chiede di toglierla. Il TPO dice no. E lui va su Instagram a spiegare che il locale mette la politica davanti alla musica.
Il 27 gennaio. Il Giorno della Memoria. Una bandiera. E succede a Bologna, la città di Freak Antoni, degli indiani metropolitani, di Radio Alice. Lasciatemelo dire chiaro da subito, fa un certo effetto.
Prima di indignarmi voglio riconoscergli l'argomento più forte che ha dalla sua parte. Un artista ha il diritto di non trasformare il palco in un comizio. La musica non è un manifesto, e nessuno dovrebbe sventolare un simbolo per avere il permesso di suonare. È un'obiezione seria. In un altro contesto la firmo anch'io.
Solo che a Carlson nessuno chiedeva di sventolare niente. Gli chiedevano di suonare accanto a una bandiera già appesa, in uno spazio sociale che quella bandiera la espone da sempre, prima di lui e dopo di lui. Non gli imponevano una scelta. Gli chiedevano di non pretendere che fossero gli altri a rinunciare alla loro. Tutta la differenza è qui, e non è poca. Tra il non voler parlare e l'esigere il silenzio di chi ti ospita.
Per questo non è una notizia, è un sintomo. E il sintomo ha un nome che quasi nessuno pronuncia ad alta voce. Estetica della ribellione senza il coraggio della ribellione. Quelli che oggi lo chiamano performative activism. Io lo chiamo punk decorativo, perché qui parliamo di chitarre. In certi casi, più rari e più pericolosi, ha un nome ancora più preciso, anarco-nazionalismo. Carlson non è questo, mettiamolo in chiaro, non voglio confondere le acque. Carlson è soltanto punk decorativo. Ma il decorativo e l'anarco-nazionalista nascono dallo stesso vuoto, dalla forma svuotata del contenuto, e conviene imparare a riconoscerli tutti e due. Niente complotti. Parliamo di una cosa più banale e più devastante. Gente che indossa l'anarchia come si indossa una giacca di pelle la mattina, e la sera la appende all'attaccapanni.

Francesco De Gregori
Il cantautore Francesco De Gregori

UNA STORIA CHE NON INIZIA OGGI

Il punk nasce come grido di classe. Risposta viscerale dei figli degli operai, degli esclusi, degli invisibili. I Clash cantavano “White Riot” e “Career Opportunities”. Gli Skiantos nascevano nelle cantine del DAMS, figli del Settantasette, di una generazione che la rivoluzione l'aveva provata e poi si era ritrovata a fare i conti con la sconfitta.
Ma il punk porta dentro una contraddizione da subito. L'estetica della ribellione può essere abitata da chiunque si senta escluso, qualunque sia la direzione in cui vuole andare una volta entrato.
Johnny Ramone era un repubblicano convinto. Nel 2002, entrando nella Rock and Roll Hall of Fame, chiuse il discorso benedicendo il presidente Bush, davanti a una platea ammutolita che comprendeva Eddie Vedder, che li aveva appena presentati. Iggy Pop, padre spirituale del punk, tifava Reagan. Johnny Rotten, l'uomo che aveva urlato “no future” all'Inghilterra della Thatcher, si è detto ammiratore di Trump. Il pattern esiste da sempre. Riconoscerlo non serve a distruggere la musica che amiamo, serve a non farsi fregare dall'estetica.
Morrissey aveva scritto canzoni contro la Thatcher ed era stato la colonna sonora di una certa sinistra sentimentale. Poi è arrivato il Brexit, e si è presentato in tv con la spilla di un partito di estrema destra islamofobo sul bavero. “Non sono razzista, sono realista”, ha detto. L'autore di “Margaret on the Guillotine” faceva campagna per gli eredi politici di quella stessa Thatcher.
In Italia il caso più citato è Giovanni Lindo Ferretti, fondatore dei CCCP insieme a Massimo Zamboni, che però quella strada non l'ha mai presa, anzi se n'è smarcato. Ferretti invece, dal comunismo libertario al tradizionalismo cattolico, dall'estetica della rottura a quella dell'ordine. Non è stata una deriva inconsapevole, e i conti su questo è meglio farli con lui, che la sua conversione l'ha sempre spiegata e rivendicata in prima persona.
E non è roba solo d'oltreoceano e lontana nel tempo. Nel 2023 Marky Ramone, al CSA Baraonda di Segrate, ha fatto la stessa identica scena di Carlson. Bandiera palestinese, richiesta di toglierla, scontro con il locale. I Ramones erano nati nel Queens come risposta alla marginalità urbana. Mezzo secolo dopo, uno di loro chiedeva di rimuovere un simbolo di solidarietà con un popolo sotto occupazione.

LA LINEA CHE NON SI DOVREBBE ATTRAVERSARE

Nell'estate del 2025 i Dropkick Murphys scoprirono che il proprietario del Punk in the Park aveva donato alla campagna di Trump, e tagliarono corto, punk rock e Trump non stanno insieme. Quando la cosa è riesplosa sulle date del 2026, diversi gruppi si sono ritirati, gli Adicts tra gli altri. I Dead Kennedys senza Jello Biafra hanno scelto invece di onorare le date già fissate, per rispetto ai fan. A fine febbraio il festival ha cancellato tutto.
Biafra aveva già risposto a modo suo, e in poche righe aveva detto tutto. Prima ti prendi i soldi e poi ti ritiri? I veri Dead Kennedys non l'avrebbero mai permesso, e questo è solo un motivo in più, sordido, per non voler più dividere un palco con loro. La linea esiste, e ha un nome semplice, coerenza.
Stesso copione al SXSW, sponsorizzato dall'esercito americano e da un colosso delle armi. Oltre ottanta artisti hanno boicottato. Kneecap scrisse che l'impatto economico era niente in confronto alla sofferenza del popolo palestinese. L'anno dopo il festival ha tolto militari e produttori di armi dagli sponsor. La pressione ha funzionato. La coerenza pesa, anche nel mondo reale.

IL PUNK DECORATIVO

Cosa resta quando un artista nato nell'estetica della ribellione invecchia lontano dal suo contenuto? Resta l'estetica. La performance della rivolta senza il rischio della rivolta. Capelli colorati, piercing, giacca di pelle, dito medio alzato, tutto diventato un prodotto. Un brand. Non importa se il contenuto politico è evaporato o si è capovolto. La forma regge da sola.
Ho visto gente dichiararsi di destra e poi cantare Bella Ciao a una festa di sinistra, per i soldi. Non è un aneddoto, è un sistema.
Freak Antoni l'aveva visto con decenni di anticipo. Le migliori menti della sua generazione, scrisse, non le aveva distrutte la droga ma il professionismo, poeti e musicisti mancati finiti a fare i copy, i designer, gli ospiti in tv. E lui è morto a cinquantanove anni senza tradirsi mai. Che di questi tempi è già un atto rivoluzionario.

LA NEUTRALITÀ COME SCELTA

La neutralità non esiste. Ogni scelta è politica. Suonare in certi spazi è politica. Chiedere di togliere una bandiera è politica. Fingere di non scegliere è la forma più comoda di politica che ci sia, perché protegge sempre chi il potere ce l'ha già.
Carlson viene dalla Seattle antirazzista e femminista degli anni Novanta. Quella dei Nirvana ai concerti pro-choice, quella di Kurt che si infilava un vestito da donna per rispondere ai fan omofobi. Quella Seattle non era neutrale. La neutralità che lui rivendica oggi non è l'assenza di una scelta, è una scelta precisa.
E lo dico da uno che Kurt lo ama alla follia. Kurt era amico di Carlson, è vero. Ma quel Kurt lì, quello che si infilava il vestito per rispondere agli omofobi, da amico gliel'avrebbe detto in faccia che togliere quella bandiera era sbagliato. Non attacco Carlson contro Kurt. Lo attacco in nome di Kurt.
E non è roba solo d'oltreoceano. Mentre scrivo, tra le chitarre infuocate, anche nel mainstream italiano la stessa neutralità viene rivendicata come virtù. Le parole di Francesco De Gregori, che presentando il suo nuovo live ha detto di provare imbarazzo per l'uomo di spettacolo che si schiera, chiedendosi che titoli abbia un artista per farlo, hanno smosso l'indignazione di mezza musica italiana. Morgan gli ha risposto da amico, con rispetto dichiarato per la sua statura artistica ma contestando l'idea che oggi un artista non debba schierarsi. Iacchetti: “Grande cazzata, che delusione che sei”. Elisa, che si è presa la sua prima shitstorm per il sostegno agli attivisti della Flotilla, ha rivendicato che “è importante che ci siano tante voci a dirlo, artisti compresi”. Fiorella Mannoia: “Non voglio tacere, Trump e Netanyahu stanno mettendo a fuoco il mondo”. Su questa sola vicenda ci sarebbe da scrivere un altro articolo. Credete sia il caso? Ditemelo voi.
Qui mi basta dire una cosa. L'artista non è obbligato a niente, ma non dovrebbe rinnegare se stesso. E davanti ai crimini contro l'umanità la questione non è più destra o sinistra, è umanità. Prima di qualificarsi come artista, o come governante, bisognerebbe qualificarsi come essere umano. La neutralità la cerca solo chi scalda la sedia per non perdere il posto.

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Elisa durante un'esibizione live

ANARCO-NAZIONALISMO, IMPARIAMO A RICONOSCERLO

Il national anarchism nasce negli anni Novanta in Inghilterra. Lo teorizza Troy Southgate, ex militante dell'estrema destra, partendo da un'intuizione semplice. L'estetica anarchica ormai era ovunque, nei centri sociali, nelle università, nelle TAZ teorizzate da Hakim Bey, negli spazi liberati. Perché non usarla? Southgate prende il linguaggio dell'anarchismo, lo svuota e lo riempie di nazionalismo etnico, identitarismo, simpatie fasciste. Un ibrido costruito apposta per confondere e infiltrarsi.
Perché l'anarchismo non è una cosa sola. È Kropotkin e Stirner, è il femminismo di Emma Goldman, è Tolstoj e gli insurrezionalisti, è il primitivismo di Zerzan, è l'umanesimo che si fa cura quotidiana degli ultimi. De André era anarchico, e non l'ha mai indossato come un costume, l'ha vissuto, nei rom, nelle prostitute, nei ladri, nei vinti. Non ha mai alzato il dito medio in copertina, eppure la sua anarchia era più concreta di mille A tatuate sul braccio.
L'anarchia non si indossa. Si pratica. Tutti i giorni, non solo all'ora del tè.
Quello che le correnti autentiche hanno in comune è un nucleo che non si tratta. L'opposizione a ogni dominio di un essere umano su un altro, senza eccezioni etniche, religiose, nazionali. Chi usa questo linguaggio per veicolare islamofobia lo sta usando come maschera. È la portineria del palazzo travestita da punk. Controlla chi entra e chi esce fingendo di stare fuori dal palazzo. Non dice “sono di destra”, dice “sono libero, sono contro i dogmi”. Usa la parola libertà per togliere libertà agli altri. Usa “islamismo” per descrivere un miliardo di persone, non solo le derive fondamentaliste. Equipara Hamas a un intero popolo. Difende Israele per ragioni identitarie, noi occidentali contro l'Islam, non per ragioni umanitarie. E quando lo smonti nel merito, cambia discorso e non risponde mai.
Si dichiara contro il potere e poi applaude chi finanzia le bombe del genocidio che si consuma a Gaza. Edoardo Bennato ha passato mezzo secolo a cantare contro la guerra e le armi, sempre dalla parte di chi la subisce. L'anarco-nazionalista è il suo esatto rovescio, applaude chi quella guerra la arma e la paga.
Noi no. Noi siamo contro le armi, tutte. Né un soldo né un soldato. In “Lettere dalla Kirghisia” Silvano Agosti immagina un paese che le armi le ha sepolte come si seppelliscono i morti, e che prima di bandirle del tutto le aveva sostituite con armi che non uccidono, perché ormai le persone avevano imparato a trattarsi come capolavori. Non è pacifismo ingenuo, è la posizione più coerente davanti a chi usa la parola libertà per giustificare la morte degli innocenti.
Emma Goldman diceva che se non può ballare non è la sua rivoluzione. Malatesta distingueva tra l'anarchismo come pratica quotidiana e l'anarchismo come posa, ed è esattamente la linea che separa chi ha tenuto da chi ha tradito. Sacco e Vanzetti furono ammazzati perché anarchici, e per decenni in Italia, a ogni strage, la prima voce a circolare era “sono stati gli anarchici”, mentre erano i servizi deviati dello Stato. L'anarchismo è la tradizione più perseguitata della modernità, da destra e da sinistra insieme, perché è l'unica che minaccia davvero il potere. Qualunque potere.

DOVE SUONO E PERCHÉ

E qui devo essere onesto, e non lo dico per impietosire nessuno. Ho vissuto nella miseria più totale. So cosa vuol dire avere una bolletta che non puoi pagare e accettare lo stesso di suonare gratis, o per due soldi, pur di non fermarmi, pur di far girare la mia arte. La libertà me la sono pagata così, e la pagherei di nuovo. Oggi il mio lavoro lo faccio pagare, come è giusto. Ma nessun cachet mi compra uno spazio in cui non credo. Salgo solo dove c'è un contenuto che abbraccio, e la resistenza non è soltanto il corteo o la bandiera, è anche un'iniziativa di solidarietà o di mutuo appoggio, una raccolta per chi ne ha bisogno, un festival che una posizione chiara ce l'ha nei fatti. Se la causa ha un peso per l'umanità, io ci sto. Manifestazioni, cortei, strade, parchi, spazi sociali, palchi che prendono parte. Non ho mai tolto una bandiera, non ho mai piegato la linea per un cachet. E quella bandiera palestinese la porto in piazza da anni, da quando non faceva tendenza e non portava applausi, a differenza di chi ha iniziato a sventolarla solo quando è diventato comodo. Non parlo da innocente né da virtuoso, parlo da uno che la coerenza l'ha pagata sulla pelle.
Perché io non credo nella quantità delle date, credo nella qualità. E qualità non vuol dire lo stadio. Può essere qualsiasi spazio, grande o piccolo, purché ci sia un motivo più vero del fare il figo sul palco. Non siamo lassù per flirtare col pubblico come star in libera uscita, siamo tutti in missione per qualcosa, e condividere uno spazio con quella prerogativa dà un senso profondo all'esserci. I soldi servono a coprire le spese, quando bastano. Perché nessuno lo dice, ma noi indipendenti investiamo di tasca nostra, spesso senza la certezza di rientrare. Si fa lo stesso. Perché conta.

CHI NON HA CEDUTO

Tra quelli che non hanno ceduto, e non sono tutti, è solo una parte, quelli che mi vengono dal cuore. I Punkreas, trentasette anni di carriera, mai una bandiera tolta, mai un'ammiccata identitaria. I Marlene Kuntz, e Godano che chiama “ignavi” i colleghi muti sulla crisi climatica per non perdere pubblico. Pierpaolo Capovilla che sale sul red carpet dei David con la kefiah al collo e dice che non è una sciarpa, è un modo per esserci ancora con il cuore. Le Pussy Riot, che il prezzo l'hanno pagato in galera e hanno continuato lo stesso.
E la generazione nuova, quella che usa l'estetica come arma e non come costume. Amy Taylor degli Amyl and the Sniffers che ferma il concerto al Reading per dire che il suo cuore è con la Palestina, e che parlarne non costa niente. Hozier, Enter Shikari, gli IDLES che a Barcellona guidano cori per la Palestina davanti a decine di migliaia di persone. Kneecap che al SXSW rinuncia ai soldi per non stare con i mercanti di armi. In Italia Etta, che ha collaborato con Edoardo Bennato, i 99 Posse e molti altri, e che nel 2025 ha scelto i palchi giusti invece dei circuiti comodi, non per posa, perché è esattamente quello che è.
E poi c'è chi parte dal costume e ci arriva, al contenuto. A quanti è capitata la maglietta di una band che non conoscevano, presa solo perché era bella. La maglia è il costume. Poi un giorno arriva l'incontro vero, i dischi, e la musica diventa il profumo. I testi, le lotte che abbracciano, i messaggi poetici e politici, e diventa sapore. E poi i live, dove non puoi fingere, dove o ci sei o non ci sei. Lì non sei per intrattenere nessuno, sei lì per un fatto che accade, o più di uno, ed è carne, sudore, presenza, l'unica cosa che la musica finta di oggi non sa replicare. A quel punto è risonanza, è fisica quantistica, è qualcosa che ti attraversa e non te lo spieghi. Si parte sempre dal fascino, e no, non sempre approfondiamo ciò che ci affascina. Ma quando lo fai, quando dal costume scendi fino al contenuto, non torni più indietro. La Gen Z rischiava di farsi risucchiare nel vortice, e invece una parte si è svegliata, è scesa in piazza, si è ribellata. E adesso sembra inarrestabile. A volte si comincia da una maglietta. Meglio tardi che mai.
E poi costa. Costa davvero. Sono le date che non ti offrono più, i festival che ti depennano in silenzio, gli uffici stampa che smettono di rispondere, gli inviti che si diradano senza che nessuno te lo dica in faccia. Non è il carcere, è qualcosa di più sordo, lo scivolare lento ai margini del giro che conta. Un prezzo che non fa notizia, e forse proprio per questo è il più onesto che ci sia.
Sono soprattutto quelli che sui giornali nazionali non ci finiscono mai, che presidiano le piazze ogni settimana, senza il nome sul cartellone ma con la coerenza nel sangue. Sono il motivo per cui questa storia non finisce qui. Potrei citarvi Le OssA Power II e il loro album d'esordio AllARiScOssA!. Ma loro ve li lascio scoprire. Sono certo che dopo, ascoltandoli o vedendoli dal vivo, vi sarà tutto più chiaro.

CONCLUSIONE

Kurt Cobain non era neutrale. Freak Antoni non era neutrale. Jello Biafra non lo è. Le Pussy Riot non lo sono. Kneecap non lo è. Amy Taylor non lo è. I Punkreas non lo sono. Capovilla nemmeno.
La neutralità è sempre stata il lusso di chi ha qualcosa da proteggere, non di chi ha qualcosa da costruire.
Quando un musicista cresciuto in quegli spazi chiede di togliere una bandiera palestinese proprio il Giorno della Memoria, il giorno in cui ricordiamo dove conduce l'indifferenza e giuriamo mai più, da nessuna parte, per nessuno, non sta proteggendo la musica dalla politica. Sta tradendo l'unica lezione di quel giorno. Sta scegliendo da che parte stare nel modo più vile possibile, fingendo di non scegliere.
Imparate a distinguere. Imparate a riconoscere chi usa la parola libertà per portarvela via.
Perché alla fine la domanda è la stessa dell'inizio. Non se hai la giacca giusta, la A tatuata sul braccio, il dito medio pronto per la foto. Ma se quando sali su un palco, che sia uno stadio o una piazza vuota, ci sali per te o per qualcosa che conta più di te. Una rivoluzione la puoi indossare, si mette la mattina e si toglie la sera. Esserci per qualcosa no. Quello si paga, e non si restituisce.
L'estetica della ribellione senza il coraggio della ribellione non è ribellione. È costume.
Chi lotta davvero presidia la piazza. Non ha tempo per i vostri salotti élite. E non indossa niente, perché c'è.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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