Il Tax Credit Musica è nato nel 2013 con il cosiddetto “Decreto Valore Cultura” e aveva un obiettivo preciso: sostenere l'industria discografica italiana, favorendo nuovi investimenti per aiutare la crescita di artisti e produzioni musicali. Lo strumento prevede un credito d'imposta pari al 30% delle spese sostenute per lo sviluppo, produzione, promozione e digitalizzazione delle opere musicali. Nel corso degli anni la misura è stata più volte modificata e ampliata, fino a diventare uno dei principali strumenti pubblici di sostegno al settore discografico.
L'idea sulla carta è chiara: incentivare chi investe nella musica. Ma osservando i dati relativi alle opere che hanno beneficiato del Tax Credit Musica 2025 emergono interrogativi che vanno ben oltre i numeri e riguardano il principio stesso con cui vengono distribuite le risorse.
Tra gli album con i budget più elevati dell'anno spicca Dalla tua parte di Francesco Gabbani, per il quale sono stati dichiarati investimenti superiori ai 510 mila euro. Seguono Angelina Mango con Caramé per cui sono stati investiti 330 mila euro e Tiziano Ferro con Sono un grande, per oltre 303 mila euro. Eppure nessuno dei tre progetti compare nella Top 100 annuale Fimi delle opere più ascoltate e vendute.
A onor del vero, i tre album non sono produzioni della stessa casa discografica, sono tutte realtà diverse: Gabbani è sotto una major internazionale (BMG), Ferro sotto una storica etichetta italiana (Sugar) e Mango è su un’etichetta indipendente (La Tarma).
Ci sono, però, dei punti in comune tra gli artisti autori degli album. Per esempio, nessuno dei tre è un esordiente e quando si parla di Tax Credit Musica, i progetti con budget elevati sono quasi sempre legati a nomi che hanno già un forte valore commerciale e una struttura manageriale consolidata. C’è poi il discorso che riguarda la forza dell’organizzazione che questi artisti hanno alle spalle. E sappiamo che nel Tax Credit non conta soltanto l'artista, ma il soggetto che presenta la domanda. Nel caso di Gabbani, ad esempio, la richiesta è stata presentata dalla società di management A1. Per Angelina Mango c'è la struttura de La Tarma, fondata dalla manager Marta Donà, una delle figure più influenti del settore, come abbiamo potuto constatare dalle frequenti vittorie al Festival di Sanremo per i suoi artisti (tra cui la stessa Angelina Mango). Nel caso di Tiziano Ferro, invece, il progetto è stato sviluppato da Sugar Music, una delle realtà più solide del mercato discografico italiano, con il supporto manageriale di Paola Zukar, figura di spicco dell'industria musicale. Anche in questo caso, dunque, il progetto è sostenuto da professionisti e organizzazioni che sono già ampiamente affermati nel settore.
Ma tra i criteri per ottenere la Tax Credit Musica emergono delle contraddizioni. Chi produce il disco - ossia etichetta, società di management, produttore esecutivo - compila la richiesta, ma il requisito fondamentale per ottenerlo è appunto avere alle spalle strutture consolidate e bilanci solidi che possano permettersi investimenti elevati. Il Tax Credit Musica premia l’entità degli investimenti, non la popolarità dell’artista, in pratica: se un artista non ha un budget elevato, difficilmente otterrà il credito. Non conta la fama o il successo commerciale dell’album, ma se il budget è elevato, così come non conta la fama dell’artista emergente se non ha un investimento documentato sufficiente. Ma è chiaro che un artista emergente difficilmente potrà investire un’alta somma.
Il dato citato all’inizio dell’articolo diventa ancora più significativo allargando lo sguardo ai cinquanta progetti con i budget più elevati tra quelli che hanno richiesto il beneficio fiscale. Quasi la metà (ben ventiquattro album) non compare né nella classifica degli album né in quella dei singoli. Tra questi figurano nomi come Guè e Rasty Kilo, Charly Charles, Medy, Il Tre e Nicky Savage, tutti richiedenti il massimo incentivo consentito (250mila euro).
Questa circostanza apre una riflessione inevitabile, ossia se il Tax Credit Musica sta premiando davvero i progetti che generano valore per il mercato oppure finisce per sostenere produzioni che, una volta pubblicate, non incontrano il favore del pubblico?
Ma la questione - come visto - non riguarda soltanto il successo commerciale, ma anche il meccanismo che premia chi dispone di strutture organizzative solide e di budget consistenti rispetto ad artisti emergenti o realtà indipendenti che non hanno la stessa capacità finanziaria.
Non è un caso che tra i beneficiari effettivi figurino soprattutto nomi già consolidati del panorama musicale italiano. Una situazione che rischia di generare una distorsione, perché il denaro pubblico viene utilizzato per sostenere produzioni che avrebbero probabilmente trovato comunque spazio sul mercato, mentre chi avrebbe maggiore necessità di un sostegno economico fatica ad accedere alla misura.
Viene spontaneo chiedersi se ha senso utilizzare fondi pubblici per finanziare opere che non riescono a raggiungere il pubblico, oppure sarebbe opportuno ripensare il sistema introducendo criteri che favoriscano maggiormente l'innovazione, quindi la scoperta di nuovi talenti e il reale impatto culturale delle produzioni?
Dalla sua introduzione a oggi il Tax Credit Musica ha sostenuto oltre 1.200 opere generando decine di milioni di euro di crediti fiscali. Uno strumento che ha certamente contribuito alla crescita dell'industria musicale italiana, ma che oggi lascia aperti degli interrogativi. Perché se il principio è sostenere la musica, la vera sfida è capire quale musica si vuole sostenere e soprattutto perché alcuni possano accedere all'aiuto pubblico mentre altri restano fuori. Il Tax Credit Musica nasce con le migliori intenzioni ma, alla fine, finisce per dare vantaggio a opere che spesso non riescono a tradursi in ascolti significativi o in una reale tenuta sul mercato. Ma soprattutto sembra rafforzare chi è già nelle condizioni di partire avvantaggiato.